Cari amici,
durante la mia prolungata latitanza forzata dal mondo del giallo poco è cambiato dal punto di vista editoriale; abbondadno i thriller contemporanei sia Italiani che nordici, mentre per qualcosa di classico ormai i limitati serbatoi a cui attingere sono la Polillo editore, che è tornata a produrre a buoni ritmi gialli spesso inediti nel nostro paese di autori anglosassoni talvolta misconosciuti (scelta coraggiosa che spero venga premiata costantemente almeno dallo zoccolo duro di intenditori che la colleziona) e il caro vecchio Giallo Mondadori.
In questo 2017, pare che il leit-motiv della collana sia l'esatto contrario di quello Polilliano, ovvero "andiamo sul sicuro". Nella collana inedita si propone ormai a cadenza trimestrale Anne Perry, autrice molto seguita che evidentemente assicura alla Mondadori entrate costanti, poi l'altra classicissima Ruth Rendell, poi la mia adorata Rhys Bowen, anch'essa ormai presenza irrinunciabile (anche se nell'ultimo di Lady Georgiana, "Delitto con replica", la serie gradevole e frizzante comincia a scricchiolare pericolosamente, causa ripetersi infinito di situazioni identiche senza un vero punto di svolta); insomma, pochi autori e quasi sempre donne, e spesso gialli storici perchè il filone adesso "tira" moltissimo, come lo scorso decennio andavano di moda i serial killer alla Saw o alla Dexter; insomma, poca o punta voglia di rischiare, col risultato di acchiappare una fetta di pubblico consistente ma di scontentare gli appassionati e gli esperti. Ciononostante, nel mese appena iniziato la casa editrice ha mandato in edicola una scelta di titoli davvero variegata, e in un paio di casi anche "controtendenza"; se da una parte nel giallo regolare troviamo l'ennesimo Anne Perry e nei classici l' Ellery Queen d'ordinanza (tra l'altro con uno dei suoi romanzi meno interessanti, "Hollywood in subbuglio" anche se è la tradizione dei Queen estivi è davvero simpatica da perpetrare) per assicurarci letture a sufficienza sotto l'ombrellone le collane raddoppiano, ossia abbiamo un "Giallo oro" che presenta il romanzo vincitore del premio Tedeschi, "Il club montecristo" di Fabiano Massimi (che non è il mio genere ma di solito i premi Tedeschi non deludono) e anche un "classico oro" che invece è imperdibile per chi non lo avesse ancora letto, ovvero "Il banchere assassinato" di Augusto de Angelis, nientemeno che il romanzo d'esordio della serie del commissario De Vincenzi, la più fortunata del grande e sfortunato autore Milanese che fu assieme a Varaldo il primo giallista nostrano specializzato in questo genere di narrativa, e che nel ventennio raccontò la propria città come nessun altro, prima di finire ucciso a furia di percosse da un esaltato repubblichino. Assolutamente da collezionare, un titolo che non può mancare nella biblioteca di un intenditore; spero sia l'inizio di una riproposta in edicola delle avventure di De Vincenzi, disponibili in libreria sia per Mondadori che per Sellerio e Castelvecchi, ma a prezzi ovviamente maggiori.
Ma è anche lo speciale di luglio che è davvero di grande qualità e pure "rischioso" per gli attuali standard della collana; in "Agli albori del giallo" si propongono infatti un romanzo di inizio novecento, e altri due testi addirittura del secolo precedente.
Cominciamo da quello più "recente" ovvero "I trentanove scalini" di John Buchan, che è più una spy-story avventurosa che un giallo vero e proprio ma sempre molto godibile; purtroppo io non l'ho mai apprezzato appieno in quanto vero e proprio fanatico del capolavoro che ne trasse Hitchcock nel 1935, migliorando davvero molto il testo di partenza aggiungendovi molta ironia e personaggi femminili indimenticabili, ma per chi non avesse visto il film leggere il romanzo potrebbe essere un'esperienza davvero piacevole.
Liquido in maniera frettolosa il racconto d'ordinanza che è "Il delitto della rue Morgue" di Poe, che non ha certo bisogno di presentazioni e che, anche se è una scelta molto scontata, credo stabilisca il record di testo più antico mai presentato nei gialli Mondadori, togliendolo al "Club dei suicidi" di Stevenson che resisteva ormai dal 1929 (!!) per passare al secondo romanzo, ovvero "Il cappello del prete" di De Marchi; in questa splendida inverted-story datata 1888, ambientata in una Napoli fosca e suggestiva, c'è da divertirsi davvero, oltre a riscoprire la prosa raffinatissima di uno dei più grandi autori Italiani; per maggiori informazioni rimando al mio articolo su questo romanzo, che pubblicai nel gennaio 2016.
Concludiamo la rassegna con lo Sherlock apocrifo; ultimamente non ho più seguito la collana a causa di una deriva delle trame verso scenari davvero troppo lontani dal canone, nemici troppo fumettosi e contemporanei e troppe incursioni nello steampunk e nel soprannaturale; non sono mai stato un purista degli apocrifi e non ho batuto ciglio nemmeno nel caso di Sh contro Dracula, ma non trascendo però sul fatto che almeno lo stile e le atmosfere debbano assolutamente ricordare quelle di Conan Doyle, mentre ultimamente così è stato solo in parte. In ogni caso, un ottimo modo di intendere l'apocrifo è anche la semi-parodia in chiave umoristica, come nel titolo di questo mese "Indagine a New Work per la signora Hudson" che vede Holmes e Watson nella grande mela nientemeno che in compagnia della loro simpatica affittacamere; beh, potrebbe essere un pastiche davvero insulso come un romanzo garbato e divertente, insomma, come si dice a Firenze, "Obbène bene, ommàle male" ma io questo mese ci provo.
Insomma, nell'attesa di altre gradevoli sorprese ad Agosto, direi che per il mese in corso non c'è proprio da lamentarsi.
domenica 2 luglio 2017
mercoledì 28 giugno 2017
RIECCOMI QUA!!
Cari amici e followers di "assassini e gentiluomini"
finalmente il sottoscritto può tornare di nuovo su questi lidi virtuali. La mia assenza è stata lunga, ma credo, alla fine, giustificata; non solo da inizio anno il lavoro si è intensificato, ma lo scorso 9 giugno mi sono sposato con la mia cara Eleonora, dopo ben 13 anni di fidanzamento; è stata una vera gioia ma anche un vero stress organizzare tutto, e dire che ci siamo sposati in comune con pochissimi intimi e abbiamo fatto un viaggio di nozze nell'Italia del sud; se fosse stato un matrimonio con decine di invitati e il viaggio di nozze intercontinentale (come vanno adesso, sembra che se uno non esce almeno dall'Italia sia uno sfigato o peggio, mentre in Campania, Basilicata e Puglia abbiamo passato dei giorni meravigliosi) non credo saremmo sopravvissuti a tutto l'ammattimento organizzativo. Ma adesso, da pacioso signore sposato, la vita (almeno credo) per un poco scorrerà a ritmi meno forsennati, e potrò riprendere a occuparmi di sane e amene letture delittuose, del tipo "Come ammazzare la moglie e vivere felici.." Ovviamente scherzo (forse...).
Per adesso gli sposi vi salutano da Porto santo stefano ove è avvenuto il matrimonio (Firenze ci pareva triste e volevamo il mare) e il sottoscritto vi promette un articolo quanto prima! un caro saluto.
finalmente il sottoscritto può tornare di nuovo su questi lidi virtuali. La mia assenza è stata lunga, ma credo, alla fine, giustificata; non solo da inizio anno il lavoro si è intensificato, ma lo scorso 9 giugno mi sono sposato con la mia cara Eleonora, dopo ben 13 anni di fidanzamento; è stata una vera gioia ma anche un vero stress organizzare tutto, e dire che ci siamo sposati in comune con pochissimi intimi e abbiamo fatto un viaggio di nozze nell'Italia del sud; se fosse stato un matrimonio con decine di invitati e il viaggio di nozze intercontinentale (come vanno adesso, sembra che se uno non esce almeno dall'Italia sia uno sfigato o peggio, mentre in Campania, Basilicata e Puglia abbiamo passato dei giorni meravigliosi) non credo saremmo sopravvissuti a tutto l'ammattimento organizzativo. Ma adesso, da pacioso signore sposato, la vita (almeno credo) per un poco scorrerà a ritmi meno forsennati, e potrò riprendere a occuparmi di sane e amene letture delittuose, del tipo "Come ammazzare la moglie e vivere felici.." Ovviamente scherzo (forse...).
Per adesso gli sposi vi salutano da Porto santo stefano ove è avvenuto il matrimonio (Firenze ci pareva triste e volevamo il mare) e il sottoscritto vi promette un articolo quanto prima! un caro saluto.
venerdì 14 aprile 2017
TANTI AUGURI DI BUONA PASQUA.
Cari amici e fan di "assassini e gentiluomini",
purtroppo la mia prolungata latitanza continua, spero prima o poi (ma credo più poi che prima...) di ricominciare ad avere il tempo di postare nuove cose, per il mio e (spero) vostro piacere.
Nel frattempo auguro a tutti voi e alle vostre famiglie tanti auguri per delle serene festività pasquali, magari in compagnia di un bel giallo d'antan.
Un caro saluto, e a presto.
Omar.
purtroppo la mia prolungata latitanza continua, spero prima o poi (ma credo più poi che prima...) di ricominciare ad avere il tempo di postare nuove cose, per il mio e (spero) vostro piacere.
Nel frattempo auguro a tutti voi e alle vostre famiglie tanti auguri per delle serene festività pasquali, magari in compagnia di un bel giallo d'antan.
Un caro saluto, e a presto.
Omar.
domenica 15 gennaio 2017
"LA FUGA" (Dark passage) DI DELMER DAVES, CON HUMPHREY BOGART.
Parlare di Humphrey Bogart mi costa sempre un
certo imbarazzo; ho per lui una venerazione tale che mi parrebbe di ledere
maestà a non parlarne solo per superlativi; dico solo che è un mio mito
assoluto, sia l’attore che i personaggi da lui interpretati, quegli splendidi
losers che o, appunto, perdono, oppure pagano a caro prezzo ogni loro effimera
vittoria. Era un uomo non bello ma di un magnetismo assoluto, non grande e
grosso ma che comunque incuteva timore e rispetto, un uomo che le donne amavano
e gli uomini ammiravano profondamente.
Il mio primo incontro con Bogey fu quando ero
tredicenne, in una di quelle estati perfette nelle quali ogni giorno è una
possibile scoperta di cose nuove. Era un pomeriggio talmente caldo che uscire di casa era una
follia, e sulla Rai davano ogni giorno, alle 14 in punto, un grande film
classico (bei tempi, ora solo talk-show spazzatura, anche in replica). La guida
TV segnalava un certo “Il grande sonno” e diceva che era un grande giallo,
genere che già al tempo cominciavo a seguire. Ora, sinceramente della storia ci
capii poco o niente (e anche adesso non è che tutto mi sia chiaro) ma a
lasciarmi a bocca aperta fu lo straordinario bianco e nero, Bogart/Marlowe che
entra e si ritrova subito una bella ragazza che sviene, anche se per gioco, ai
suoi piedi, poi l’incontro col vecchio nella serra caldissima, Lauren Bacall
bellissima e misteriosa, le scazzottate con pittoreschi ceffi, le auto d’epoca,
i bei vestiti, la libraia sexy (Dorothy
Malone) che flirta con Bogart…non pensavo che, abituato alle sciocchezzuole da
ammeriga reaganiana di Stallone, Schwarzy e compagnia, che il cinema potesse
essere tanto eccitante, e che si potesse essere fighi senza nessuno sforzo come
faceva Bogey; da quel momento ho guardato ogni film da lui interpretato, li braccavo
sulle guide tv, li registravo in vecchie VHS, e ora ho una collezione in DVD
della quale sono gelosissimo; ma da quale film tra i tanti interpretati da
Bogart potevo cominciare a parlare su questo blog? Il già citato “Grande sonno”
e “Il mistero del falco” sono ormai talmente famosi da (almeno spero…) non aver bisogno di approfondimenti, così come
“Casablanca” o “Il tesoro della sierra madre” o “La regina d’africa”. No, ho
optato per un film che fosse bello quanto i capolavori sopra citati ma che
fosse poco noto, e soprattutto che ci fosse anche Lauren Bacall, compagna di
vita di Bogey per 15 anni, fino alla prematura morte di lui, dovuta a quelle
sigarette maledette quanto si vuole ma senza le quali non sarebbe però stato
quell’icona indelebile che conosciamo.
“Dark passage”
bel titolo banalizzato in Italiano, è del 1947, quando la coppia
Bogart-Bacall aveva appena girato The Big Sleep ed era al massimo del suo
fulgore, e fu diretto da Delmer Daves, un regista discontinuo ma che quando gli
davano una bella storia e dei grandi attori non era secondo a nessuno (basti
pensare al bellissimo “L’amante indiana” con James Stewart). E di grande regia
si deve parlare fin dai primi minuti, in quanto viene usata una tecnica allora
quasi inedita, ovvero la soggettiva nella quale la macchina da presa diventa un
personaggio vero e proprio con cui gli attori si rapportano; questo perché il
protagonista NON si deve vedere prima di un certo momento, un elemento
necessario per lo svolgimento della storia che venne reso in questo modo
geniale.
La storia, inverosimile e ai limiti del
fantastico come in certi neri di Woolrich, è questa; Vincent Parry, condannato
all’ergastolo per un delitto non commesso riesce a evadere da San Quintino, il
famigerato penitenziario di San Francisco. Nella sua fuga disperata viene
aiutato da una giovane donna del mistero, Irene (naturalmente la Bacall), che
lo soccorre senza chiedergli niente e lo ospita nella sua bella casa. L’evaso,
col fin troppo generoso aiuto di un tassista, trova un dottore che gli cambi i
connotati, facendolo diventare proprio..Bogart (eh, magari, ditemi dov’è che mi
faccio Bogartizzare pure io). Ma, come nei migliori film Hitchcockiani,
Parry/Bogart non userà la sua nuova faccia solo per fuggire, ma per muoversi
più liberamente e cercare il vero colpevole, che nel frattempo ha ucciso anche
il suo migliore amico; naturalmente, nella Pirandelliana situazione di uomo
senza identità ne documenti, avrà delle difficoltà e sarà braccato a sua volta,
e la ricerca si fa sempre più disperata, nonostante Irene sia sempre al suo fianco,
sempre più innamorata del fuggitivo/giustiziere..
Insomma, una di quelle storie nere degli anni
quaranta dove non c’è un attimo di respiro, tese come una corda di violino e
nelle quali l’incredulità va sospesa senza riserve, ma quel che resta è
un’esperienza visiva e sensoriale
eccitantissima; come per tanti altri grandi film del periodo, sono le
pettinature, i vestiti, le auto, le riprese di una San Francisco ammaliante
come in “Vertigo” che contribuiscono a creare il capolavoro. E poi gli attori,
non solo i divi ma anche i caratteristi (C’è anche Agnes Moorehead, una delle
attrici predilette di Orson Welles, in un ruolo secondario ma di grande
spessore) il classico film dove tutto funziona alla perfezione e che si avrebbe
voglia di riavviare un minuto dopo aver finito di vederlo, per rivederlo senza
tensione addosso e apprezzarne le innumerevoli sfumature. Ok, magari qualcuno
penserà che, da fan sfegatato dell’attore, sono un tantino di parte, ma per “La
fuga” ogni superlativo è pienamente giustificato, Bogartiani o meno.
martedì 20 dicembre 2016
IDEE PER UN NATALE IN GIALLO.
Ciao a tutti cari amici,
siamo ormai in prossimità della festa più amata/odiata dell'anno, e come sempre cercherò di rubare più tempo possibile ad auguri e pranzi coi parenti dedicandomi alla mia attività preferita; letture e film a carattere poliziesco nel tepore di una casa calda e con la pancia piena di biasimevoli leccornie. Quello che segue è un vademecum su come passare una vigilia e un natale in compagnia dei grandi autori del giallo classico, e chi vuole (e puole) mi segua, altrimenti amici come sempre.
Iniziamo dal pomeriggio della vigilia; che bello starsene tranquilli in un caldo buono di Ungarettiana memoria, pensando alla gente che sgomita in gomitoli di strade alla ricerca forsennata del regalo dell'ultima ora, vero? ma farlo in compagnia di un giallo a tema lo è ancora di più. Vi consiglio due racconti straordinari strettamente legati alla vigilia di Natale, ossia "La bambola del delfino" di Ellery Queen, che narra di un furto compiuto in un grande magazzino brulicante di clienti in strenua ricerca dei regali di natale nell'America di fine anni quaranta, per poi seguire passo passo per le vie della Londra popolana di fine ottocento Sherlock Holmes e il fido Watson che, la sera della vigilia, quando già la città si sta acquietando e preparando alla festività, vanno alla difficile ricerca di un'oca farcita addirittura...di un diamante. Questa storia assolutamente perfetta per atmosfera e vivacità è "L'avventura del carbonchio azzurro" e la trovate nella raccolta "Le avventure di Sherlock Holmes", la prima e la più bella.
Dopo, quando finalmente giungerà la sera, molti di voi si dedicheranno al cenone e alla messa di Natale, e non ci sarà spazio per qualche altro bel crimine sotto il vischio, per cui passiamo alla mattina di Natale.
Se, in questa, alcuni di voi lettori avranno l'ardire di alzarsi di buon'ora e la fortuna di non avere già dalla mattinata la casa invasa dai parenti, potrebbero mettere su (o cercarlo su qualche canale Rai, che ultimamente lo trasmettono sempre) il film "Il natale di Maigret", nel quale uno splendido Gino Cervi presta volto e corpulenza al celebre commissario che, proprio nelle prime ore della mattina di Natale viene interpellato per una questione assai spinosa che riguarda una strana visita di un misterioso Babbo natale nella stanza di una bambina inferma; Maigret risolverà il caso e, assieme alla moglie, troverà anche il modo di accudire la sfortunata piccola. Una storia tipicamente Simenoniana fatta di miserie umane frammiste a buoni sentimenti, una delle più belle e commoventi storie natalizie mai scritte.
Dopo la proiezione del film, con l'ora del pranzo che si avvicina, potreste calarvi nelle perfette atmosfere di un natale ultra-british descritto con dovizia di particolari e un velo di dolce rimpianto da Agatha Christie in uno dei suoi racconti più suggestivi, ovvero "L'avventura del dolce di natale" (o, in alcune edizioni, "Il rubino") nel quale Poirot viene invitato in una splendida magione apparentemente come ospite (ma in realtà la padrona di casa l'ha assunto in qualità di detective) dove tra una portata di pudding e una di ostriche consegnerà un ladro alla giustizia, passando al tempo stesso una meravigliosa festività natalizia.
Spero che, ultimata la lettura del racconto, possiate cullarvi dolcemente nel sogno di un antico natale Inglese, prima che il vociare dei vostri parenti vi riporti alla realtà; ma alla fin fine anche il nostro odierno natale italiano, se lo si continua a festeggiare con più o meno autentica allegria, poi tanto male non sarà.
Per cui, cari amici e followers di Assassini e gentiluomini, TANTI CARISSIMI AUGURI DI BUON NATALE E BUONE FESTE A VOI E ALLE VOSTRE FAMIGLIE!!
siamo ormai in prossimità della festa più amata/odiata dell'anno, e come sempre cercherò di rubare più tempo possibile ad auguri e pranzi coi parenti dedicandomi alla mia attività preferita; letture e film a carattere poliziesco nel tepore di una casa calda e con la pancia piena di biasimevoli leccornie. Quello che segue è un vademecum su come passare una vigilia e un natale in compagnia dei grandi autori del giallo classico, e chi vuole (e puole) mi segua, altrimenti amici come sempre.
Iniziamo dal pomeriggio della vigilia; che bello starsene tranquilli in un caldo buono di Ungarettiana memoria, pensando alla gente che sgomita in gomitoli di strade alla ricerca forsennata del regalo dell'ultima ora, vero? ma farlo in compagnia di un giallo a tema lo è ancora di più. Vi consiglio due racconti straordinari strettamente legati alla vigilia di Natale, ossia "La bambola del delfino" di Ellery Queen, che narra di un furto compiuto in un grande magazzino brulicante di clienti in strenua ricerca dei regali di natale nell'America di fine anni quaranta, per poi seguire passo passo per le vie della Londra popolana di fine ottocento Sherlock Holmes e il fido Watson che, la sera della vigilia, quando già la città si sta acquietando e preparando alla festività, vanno alla difficile ricerca di un'oca farcita addirittura...di un diamante. Questa storia assolutamente perfetta per atmosfera e vivacità è "L'avventura del carbonchio azzurro" e la trovate nella raccolta "Le avventure di Sherlock Holmes", la prima e la più bella.
Dopo, quando finalmente giungerà la sera, molti di voi si dedicheranno al cenone e alla messa di Natale, e non ci sarà spazio per qualche altro bel crimine sotto il vischio, per cui passiamo alla mattina di Natale.
Se, in questa, alcuni di voi lettori avranno l'ardire di alzarsi di buon'ora e la fortuna di non avere già dalla mattinata la casa invasa dai parenti, potrebbero mettere su (o cercarlo su qualche canale Rai, che ultimamente lo trasmettono sempre) il film "Il natale di Maigret", nel quale uno splendido Gino Cervi presta volto e corpulenza al celebre commissario che, proprio nelle prime ore della mattina di Natale viene interpellato per una questione assai spinosa che riguarda una strana visita di un misterioso Babbo natale nella stanza di una bambina inferma; Maigret risolverà il caso e, assieme alla moglie, troverà anche il modo di accudire la sfortunata piccola. Una storia tipicamente Simenoniana fatta di miserie umane frammiste a buoni sentimenti, una delle più belle e commoventi storie natalizie mai scritte.
Dopo la proiezione del film, con l'ora del pranzo che si avvicina, potreste calarvi nelle perfette atmosfere di un natale ultra-british descritto con dovizia di particolari e un velo di dolce rimpianto da Agatha Christie in uno dei suoi racconti più suggestivi, ovvero "L'avventura del dolce di natale" (o, in alcune edizioni, "Il rubino") nel quale Poirot viene invitato in una splendida magione apparentemente come ospite (ma in realtà la padrona di casa l'ha assunto in qualità di detective) dove tra una portata di pudding e una di ostriche consegnerà un ladro alla giustizia, passando al tempo stesso una meravigliosa festività natalizia.
Spero che, ultimata la lettura del racconto, possiate cullarvi dolcemente nel sogno di un antico natale Inglese, prima che il vociare dei vostri parenti vi riporti alla realtà; ma alla fin fine anche il nostro odierno natale italiano, se lo si continua a festeggiare con più o meno autentica allegria, poi tanto male non sarà.
Per cui, cari amici e followers di Assassini e gentiluomini, TANTI CARISSIMI AUGURI DI BUON NATALE E BUONE FESTE A VOI E ALLE VOSTRE FAMIGLIE!!
martedì 29 novembre 2016
"MAIGRET E GLI ARISTOCRATICI" (O MAIGRET E I VECCHI SIGNORI) DI GEORGES SIMENON.
Tutte le volte che dichiaro che la serie del commissario Maigret è la vera “Comedie Humaine” del ventesimo secolo, sembra sempre che parta la sparata dell’appassionato di letteratura popolare che si vuole cimentare in paragoni importanti, ma ad ogni nuova lettura o rilettura di un romanzo del ciclo, la mia convinzione non solo rimane tale, ma si rafforza.
In fin dei conti la saga di Maigret, prima itinerante per tutta la provincia Francese (e ben oltre;Belgio, Olanda, perfino New York) e poi raramente ambientata fuori da Parigi e dintorni, ci ha regalato un affresco pressoché totale di una capitale Francese ormai talmente stravolta nel tessuto sociale e nell’urbanistica che quella Simenoniana risulta al lettore odierno (specialmente per chi conosce la città com’è adesso..io purtroppo ancora non ci ho messo piede) quasi un mondo fiabesco, una pura astrazione idealizzata come l’Ovest selvaggio di John Wayne o l’Inghilterra degli Squire e dei villaggetti.
Ma comunque la Parigi di Simenon, al contrario di altri mondi mitici, esisteva eccome, e l’autore ce l’ha presentata veramente in tutti i suoi aspetti; dai quartieri più popolari densi di commoventi perdenti Brassensiani(Maigret e il ladro pigro, Maigret e l’uomo della panchina, Maigret e il cliente del sabato) ai clochard lungo la Senna (Maigret e il vagabondo) ai nuovi quartieri-dormitorio proliferati dal dopoguerra in poi (La ragazza di Maigret) ai delicati ritratti di donna (Cecile, Maigret e la giovane morta) e soprattutto ci ha presentato via via i nuovi Parigini; gli immigrati Polacchi di “Un’ombra su Maigret” o il Libanese dell’omonimo romanzo, i giovani beatnik di Maigret e il ladro, niente e nessuno è sfuggito all’occhio critico benevolo e spietato al tempo stesso quando incredibilmente acuto dell’autore.
Ma prima del 1960, in un periodo della serie che molti ritengono già di decadenza ma che per il sottoscritto, come ho dichiarato altre volte, è quello con molti dei romanzi più belli, Simenon azzardò molto ambientando un suo romanzo (Dopo il celeberrimo Caso Saint-Fiacre) nel mondo dell’aristocrazia; nella Parigi postbellica in pieno fermento politico e sociale i tipi più in evidenza erano ben altri, tanto che la minoranza di sangue blu, privata di molto del suo blasone, in piena decadenza e con molti dei suoi rappresentanti ormai anziani, era considerata alla stregua di un fastidioso anacronismo, dei relitti avulsi dal nuovo contesto sociale.
Ma Simenon, che oltre che un genio era un uomo sensibilissimo, riuscì a rendere giustizia a queste persone in fondo sfuggenti e misteriose, spesso vittime del loro stesso augusto nome; Maigret, infatti, viene chiamato in seguito al ritrovamento del cadavere del conte di Saint-Hilaire, noto ex ambasciatore in persona, ucciso da ben quattro colpi di revolver nel suo studio da qualcuno che lui stesso aveva fatto accomodare. Maigret, che si sente in preda a una soggezione che sfiora il disagio in quell’ambiente di nobili a causa della sua infantile adorazione per la sfuggente e altera contessa di Saint-Fiacre (geniale il rimando al capolavoro scritto quasi trent’anni prima) considerata dal Maigret bambino come una sorta di dea benigna, inizia a indagare sulla vita del morto, e viene a conoscenza di una storia assurda che sembra tratta da un romanzo d’appendice di tanti decenni prima in stile Feval o Bourget, ovvero quella di un amore durato una vita e rimasto platonico per motivi di etichetta tra il morto e la contessa Isabelle, un amore nato in gioventù vissuto intensamente, con appassionate missive quotidiane, un continuo spiare in silenzio l’uno la vita dell’altro (sarà casuale il rimando al meraviglioso racconto “Wakefield” di Nathaniel Hawthorne? Chissà se Simenon lo conosceva…) vedersi appassire, invecchiare, sempre da lontano; a questa emozionante vicenda rievocata durante tutto il racconto si alterna la mediocrità degli eredi e dei parenti più giovani dei due nobili, persone meschine incapaci anche solo di capire tutto quel sentimento. Ma sarà uno di loro, giovanissimo e più sensibile degli altri, a incanalare il caso sui giusti binari, e un simpatico abate a fornire a un Maigret provato e commosso la (per niente scontata) soluzione.
Insomma, questo “Maigret et les vieillards” (Maigret e i vecchi signori nell'edizione Adelphi) ha tutti i pregi dei migliori romanzi Simenoniani senza averne i difetti, assolutamente uno dei migliori del ciclo, da recuperare senza esitazioni. E preparate qualche fazzoletto vicino al comodino.
domenica 13 novembre 2016
"I MISTERI DI CHALK HILL" DI SUSANNE GOGA.
Quando
si acquista un romanzo avendo buone aspettative su di esso e queste non
vengono deluse è una gran bella sensazione per un lettore, ma ve ne è
una ancora migliore; acquistare un libro senza aspettarsi molto e
trovarsi invece tra le mani un prodotto di gran lunga migliore di quel
che si crede.
E’
stato questo, per me, il caso de “I misteri di Chalk Hill”, della
giovane Tedesca Susanne Goga, al suo primo romanzo tradotto in Italia
dalla fiorentina Giunti Editore.
Ammetto
che avevo adocchiato questo romanzo in libreria un annetto fa, ma
troppo era il timore che si rivelasse un ennesimo romance scontato, un
epigono degli epigoni, e lo trascurai; ma una entusiastica recensione
sul blog l’Oeil de Lucien, fonte inesauribile di consigli per il
sottoscritto, mi ha fatto decidere per l’acquisto, anche per il prezzo
irrisorio (soli 6,90 per un romanzo di 400 pagine) dell’edizione
economica uscita da poco.
Lo
presi a fine agosto, nel momento in cui l’estate, anziché declinare,
decise di fare la voce grossa, e rimandai la lettura di questo mystery
goticheggiante a un clima più adatto, che in questa prima parte di
novembre non ha certo deluso in quanto a sere buie e tempestose.
Che dire; me lo sono letto in tre sere, con sconfinato diletto.
Inizio col dire che la trama è quella che ci si aspetta; una storia del mistero con venature gotiche e atmosfere Collinsiane, ma riproposte con verve e originalità, senza essere un rifacimento, come dichiarato da qualche recensore, del Jane Eyre di Charlotte Bronte; anzi, tra la trama delle due opere le similitudini sono davvero poche, casomai abbondano i riferimenti non solo a Collins ma anche alla Braddon, fino ad arrivare a John Dickson Carr, non per le trame mirabolanti quanto per un certo sottofondo magico-demoniaco che aleggia sullo sfondo, atmosfere nelle quali il romanziere Americano era maestro.
La storia, in fin dei conti, è abbastanza semplice; una giovane e sensibile (ma al tempo stesso volitiva e determinata) istitutrice Tedesca di nome Charlotte Pauly giunge nella splendida tenuta di Chalk Hill, appartenente al severo e tormentato Sir Andrew Clayworth, rimasto da poco vedovo, per prendersi cura di sua figlia Emily, una bambina di otto anni intelligente e molto sensibile, che manifesta evidenti disturbi legati alla recente tragica perdita della madre, morta suicida. E’ presto evidente che sulla magione aleggiano svariati misteri, di sospetta origine ultraterrena, in quanto la presenza della morta alleggia greve.
A
questa storia si intreccia, per poi incontrarsi, la sottotrama
riguardante Thomas Ashdown, brillante e curioso giornalista e critico
teatrale che, dopo essere entrato a far parte di una società il cui
obiettivo è studiare i fenomeni soprannaturali in modo scientifico
smascherando al tempo stesso imbroglioni e ciarlatani (siamo alla fine
del diciannovesimo secolo, epoca nella quale l’interesse per lo
spiritismo era al massimo fulgore) giunge proprio a Chalk Hill per
appurare quanto ci sia di vero nelle strane visioni della piccola Emily e
di altri membri della servitù.
Sarebbe un delitto rivelare oltre, basta sapere che la suspense è gestita egregiamente, e i colpi di scena sono molteplici e per niente scontati; e poi, questo va sottolineato, la Goga ha una prosa di una leggerezza e nitidezza fuori dal comune, non ci sono pagine di troppo e tempi morti, e soprattutto l’autrice riesce a inchiodare il lettore alla poltrona senza premere sul pedale degli effettacci o del sesso sfrenato come ormai accade
per molti romance contemporanei (anzi, se proprio si deve fare un
appunto al romanzo, forse la storia d’amore, che comunque è presente, è
troppo sacrificata rispetto ad altri aspetti, cosa che so già ad alcune
mie lettrici non farà piacere…) ottenendo il risultato prefisso senza
alcun bisogno di tinte troppo forti.
Certo, è ovviamente molto prematuro affermare che la letteratura ha trovato una nuova Shirley Jackson o Susan Hill o Sarah Waters, ma un altro banco di prova è ormai imminente; segnalo infatti che il prossimo mercoledì, 16 novembre, uscirà sempre per Giunti il secondo romanzo dell’autrice tradotto in Italiano, “Il segreto di Reverdiew college” che dalla trama promette faville; sarà il mio regalo di compleanno, ho molta fiducia in questa autrice, perché, comunque vada, questo “I misteri di Chalk Hill” è un romanzo che merita davvero di non finire nell’oblio, un piccolo capolavoro che spero col tempo diventi un classico del romanzo gotico contemporaneo.
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