Anche se non seguo la narrativa poliziesca contemporanea, Italiana o straniera che sia, ogni tanto si legge una trama e la si trova veramente accattivante, un qualcosa di minimamente nuovo e originale, e ciò che nasce come una piacevole suggestione poi diventa una vera e propria voglia di leggerlo (quante volte sarà capitato a noi lettori di essere attratti da qualcosa che non leggiamo abitualmente?)
E per me questo romanzo di Giampaolo Simi di attrattive ne aveva parecchie; l'ambientazione in Versilia, terra con la quale ogni Toscano, in un dato momento della sua vita, si è trovato e si trova a che fare; l'avevo evitata per tutta l'adolescenza e poi ho imparato a scoprirla e amarla con mia moglie.
Poi i rimandi continui agli anni novanta, che pian piano stanno diventando storia, passato remoto; già la fiction "1992" con Stefano Accorsi e Miriam Leone mi fece sentire un poco più vecchio, e le pennellate dell'autore, che non mitizza o edulcora (per quello ormai ci sono gli anni ottanta, per tanti epoca d'oro....di non so che) sono molto precise e restituiscono con maestria il clima di quegli anni.
Poi, dulcis in fundo (stavo per scrivere last but non least, ma quanto è più bello il latino?) una storia davvero accattivante; Dario Corbo, un giornalista di mezza età dalla vita mezzo rovinata per colpa sia sua che delle circostanze si ritrova suo malgrado a indagare di nuovo su un caso di omicidio dell'ormai lontano 1993, una ragazza barbaramente uccisa, almeno così si crede, dalla sua amica dell'epoca, Nora Beckford, figlia di un noto scultore inglese che vive in una tenuta sopra Pietrasanta; la Beckford, diciottenne tormentata, ninfomane e facente uso di droghe, alla fine di un lungo processo viene condannata a quindici anni di prigione, che sconta tutti; quando esce e il suo nome torna alla ribalta per una mostra delle opere del padre da lei stessa voluta e organizzata, il mondo del giornalismo si scatena, vuole riportare in auge la vicenda, tutto il solido squallido teatrino che ormai impera in prima serata sulle reti ammiraglie e in tutte le edicole; ma mentre Corbo, su istigazione di un pubblico ministero, si avvicina alla stessa Nora e inizia a condividerne la vita, strani eventi iniziano ad accadere e ben presto è chiaro che per qualcuno la storia non è ancora finita.
Non svelo altro perchè la trama si mantiene avvincente fino (quasi) alla fine, ma devo dire che questo libro mi ha francamente un poco spiazzato; ora, non è certo colpa di Simi che è senz'altro uno scrittore di talento, ma il ritratto che fa dell'Italia contemporanea e dei suoi abitanti è raggelante; come mi diceva mio nonno già una generazione fa nel suo cantilenante accento di Pian del voglio, "Oggi tutti ch'an tanta roba, ma nessuno che canta più per la strada"; i personaggi del romanzo, a partire da Corbo, la ex-moglie, il figlio, i colleghi giornalisti, la stessa Nora, sono personaggi chiusi in se stessi, nelle loro frustrazioni e nei loro fallimenti, si rincoglioniscono di nozioni e di tecnologia più per incasinarsi la vita che per semplificarsela, e alla fine la simpatia e l'empatia per questi personaggi finisce per essere pari allo zero; forse Simi voleva trasmettere proprio questo, ma i suoi personaggi (a partire dallo stesso Corbo) sono di un'antipatia tale che alla fine la più simpatica è Nora Beckford, che almeno ha un qualcosa per essere tormentata.
Anche l'estate che ci presenta l'autore è una stagione per niente piacevole, quasi violenta; afa, stress, affollamento, gente ancora più nervosa in vacanza che al lavoro, e devo dire che fa centro perchè, piacevole o meno che sia, questo libro rispecchia fin troppo bene ciò che (purtroppo) stiamo diventando. Almeno negli anni novanta si creavano ancora miracoli come "Anime salve" di De Andrè, oggi nemmeno quello. (A proposito, ho molto gradito le continue citazioni a questo album capolavoro, ma mamma mia quanto fa sempre trendy citare De Andrè appena possibile....)
L'intreccio giallo alla fine è abbastanza accessorio, e si risolve in modo non del tutto convincente; ma come ripeto i punti di forza del romanzo sono altri, e il libro è avvincente, pur se non divertente.
In ogni caso una cosa è certa; l'Italia e gli italiani, sia del 1993 che del 2016, ne escono con le ossa rotte e i sogni buttati a mare. E ormai davvero nessuno canta più, nemmeno a Pian del voglio.
venerdì 20 ottobre 2017
lunedì 18 settembre 2017
"OMICIDIO A ROAD HILL HOUSE, OVVERO INVENZIONE E ROVINA DI UN DETECTIVE" DI KATE SUMMERSCALE.
L'età vittoriana, adesso più che mai, anche nel nostro paese, con i continui revival di Sherlock Holmes, Anne Perry autrice più venduta nei GM, riproposte di Wilkie Collins, della Braddon e di altri maestri del romanzo a tinte fosche, sta vivendo una specie di nuova giovinezza. In realtà come resistere a un'epoca ampiamente documentata dai suoi stessi contemporanei, piena di slancio positivista e di grandi innovazioni tecniche? fu il rinascimento Inglese, l'impero al massimo del suo fasto, un qualcosa di irripetibile.
E come ogni grande epoca, a partire dall'antico Egitto, l'immaginario collettivo ne ha ormai tenuto solo il buono, solo l'affascinante, tralasciando l'altra faccia della medaglia; di fronte alla piramide di Cheope o a San Pietro, chi se ne importa ormai dei braccianti e degli schiavi che morirono di stenti nel costruire queste opere immani? e così dell'epoca Vittoriana si è tenuto solo la grande letteratura, che spesso ne denunciava (a partire da Dickens) le storture e le aberrazioni, ma ciò veniva fatto con tale maestria da rendere la miseria umana materia per romanzi estremamente appassionanti.
Kate Summerscale, invece, vuole mostrarci l'altro lato del giardino, e lo fa con quello che resta una delle migliori opere degli ultimi anni. E fortunatamente non scrive un romanzo, e nemmeno un romanzo-saggio, ma proprio un saggio, uno studio approfondito; dico fortunatamente perchè romanzare ulteriormente una materia già romanzesca di suo avrebbe finito per far apparire il tutto ridondante, mentre la ricostruzione puntigliosa (ma condotta con mano sempre leggera, mai questo libro infatti potrebbe definirsi un mattone) lascia del tutto soddisfatti.
Kate Summerscale
L'autrice esamina fin nei minimi particolari un fatto realmente accaduto nel 1860, ovvero il terribile omicidio del piccolo Saville Kent, ultimo nato di una famiglia benestante del villaggio di Road nel Whiltshire, trovato nelle latrine adiacenti la casa (una volta i bagni erano esterni alle abitazioni) quasi decapitato, in mezzo alla lordura. Un crimine particolarmente cruento ed efferato, e del tutto inspiegabile; perchè accanirsi con tale ferocia su un innocente pargolo di tre anni soltanto?
Delle indagini viene incaricato il grande detective Whicker, che servirà come modello di tanti investigatori della letteratura, su tutti il sergente Cuff de "La pietra di luna" di Wilkie Collins, romanzo scritto pochi anni dopo il caso Kent. Whicker, segugio onesto, sicuro di se ed estremamente coraggioso, spazza via le ipotesi più "di comodo" ovvero quelle di un tentativo di rapimento finito male, o di altre responsabilità di ignoti, finendo per puntare il dito verso la famiglia Kent, indagando sul passato del capofamiglia Saville, sulla di lui seconda moglie, ex bambinaia dei due figli più grandi, Constance e William, legati da un affetto morboso, e giungerà a una verità agghiacciante, che però non sarà accettata dalla morale dell'epoca; Freud non aveva ancora sconvolto il mondo, per cui la giuria giudica Whicker un pazzo e un insensato, determinandone appunto una repentina caduta.
Ma qual era questa verità sconvolgente?
(ATTENZIONE, SPOILER; pur essendo un saggio su una storia ben nota potreste non volervi inficiare il piacere della scoperta)
Ora, il caso Kent in Italia è poco conosciuto, ma nel Regno Unito il nome di Costance Kent è famoso quasi come quello di di Jack the ripper. Fu la stessa ragazza, infatti, qualche anno dopo il delitto, spinta da una crisi di coscienza, ad autoaccusarsi del crimine, precisando, senza mai ritrattare, di aver agito tutto da sola, di averlo fatto perchè odiava la matrigna. Questa confessione riabiliterà il nome di Whicker, ma non sarà mai creduta fino in fondo; troppi indizi fanno pensare che la ragazza non abbia agito da sola, che in realtà stia coprendo il fratello William, quasi sicuramente co-autore ma avviato a una brillante carriera da microbiologo; una sorella-amante innamorata, che sacrifica la sua vita per lui? fatto sta che si salva dall'impiccagione solo perchè minorenne all'epoca del delitto, e viene condannata a vari anni di carcere, che alla fine saranno 20 tondi. Quando esce, ormai 41enne, si ricongiunge al fratello in Tasmania dove lui risiede per delle ricerche connesse al suo lavoro, cambia nome e si diploma come infermiera, dove si distinguerà per zelo in numerose epidemie di tifo, espiando così la sua (presunta) grave colpa.
L'autrice, infatti, non da soluzioni, lascia intendere ma senza sentenziare, quello che le preme è regalarci un affresco della mentalità dell'uomo vittoriano, affascinato dalle scoperte scientifiche e geografiche ma incapace di accettare le aberrazioni della mente, irrimediabilmente classista e moralmente represso.
Inoltre l'autrice regala anche sprazzi di cultura letteraria, analizzando (forse talvolta un poco superficialmente) capolavori della sensational novel come Il segreto di Lady Audley, la Pietra di luna, la Donna in bianco, Casa desolata, dove il lato oscuro dell'età Vittoriana è ben presente, elemento di fascino imperituro dove fascino, in realtà, non dovrebbe essercene; è forse stata questa la grande forza dell'immaginario british dell'epoca, rendere piacevole e divertente l'innominabile e il perverso ammantandolo di mistero e di pruderie.
E come ogni grande epoca, a partire dall'antico Egitto, l'immaginario collettivo ne ha ormai tenuto solo il buono, solo l'affascinante, tralasciando l'altra faccia della medaglia; di fronte alla piramide di Cheope o a San Pietro, chi se ne importa ormai dei braccianti e degli schiavi che morirono di stenti nel costruire queste opere immani? e così dell'epoca Vittoriana si è tenuto solo la grande letteratura, che spesso ne denunciava (a partire da Dickens) le storture e le aberrazioni, ma ciò veniva fatto con tale maestria da rendere la miseria umana materia per romanzi estremamente appassionanti.
Kate Summerscale, invece, vuole mostrarci l'altro lato del giardino, e lo fa con quello che resta una delle migliori opere degli ultimi anni. E fortunatamente non scrive un romanzo, e nemmeno un romanzo-saggio, ma proprio un saggio, uno studio approfondito; dico fortunatamente perchè romanzare ulteriormente una materia già romanzesca di suo avrebbe finito per far apparire il tutto ridondante, mentre la ricostruzione puntigliosa (ma condotta con mano sempre leggera, mai questo libro infatti potrebbe definirsi un mattone) lascia del tutto soddisfatti.
Kate Summerscale
L'autrice esamina fin nei minimi particolari un fatto realmente accaduto nel 1860, ovvero il terribile omicidio del piccolo Saville Kent, ultimo nato di una famiglia benestante del villaggio di Road nel Whiltshire, trovato nelle latrine adiacenti la casa (una volta i bagni erano esterni alle abitazioni) quasi decapitato, in mezzo alla lordura. Un crimine particolarmente cruento ed efferato, e del tutto inspiegabile; perchè accanirsi con tale ferocia su un innocente pargolo di tre anni soltanto?
Delle indagini viene incaricato il grande detective Whicker, che servirà come modello di tanti investigatori della letteratura, su tutti il sergente Cuff de "La pietra di luna" di Wilkie Collins, romanzo scritto pochi anni dopo il caso Kent. Whicker, segugio onesto, sicuro di se ed estremamente coraggioso, spazza via le ipotesi più "di comodo" ovvero quelle di un tentativo di rapimento finito male, o di altre responsabilità di ignoti, finendo per puntare il dito verso la famiglia Kent, indagando sul passato del capofamiglia Saville, sulla di lui seconda moglie, ex bambinaia dei due figli più grandi, Constance e William, legati da un affetto morboso, e giungerà a una verità agghiacciante, che però non sarà accettata dalla morale dell'epoca; Freud non aveva ancora sconvolto il mondo, per cui la giuria giudica Whicker un pazzo e un insensato, determinandone appunto una repentina caduta.
Ma qual era questa verità sconvolgente?
(ATTENZIONE, SPOILER; pur essendo un saggio su una storia ben nota potreste non volervi inficiare il piacere della scoperta)
Ora, il caso Kent in Italia è poco conosciuto, ma nel Regno Unito il nome di Costance Kent è famoso quasi come quello di di Jack the ripper. Fu la stessa ragazza, infatti, qualche anno dopo il delitto, spinta da una crisi di coscienza, ad autoaccusarsi del crimine, precisando, senza mai ritrattare, di aver agito tutto da sola, di averlo fatto perchè odiava la matrigna. Questa confessione riabiliterà il nome di Whicker, ma non sarà mai creduta fino in fondo; troppi indizi fanno pensare che la ragazza non abbia agito da sola, che in realtà stia coprendo il fratello William, quasi sicuramente co-autore ma avviato a una brillante carriera da microbiologo; una sorella-amante innamorata, che sacrifica la sua vita per lui? fatto sta che si salva dall'impiccagione solo perchè minorenne all'epoca del delitto, e viene condannata a vari anni di carcere, che alla fine saranno 20 tondi. Quando esce, ormai 41enne, si ricongiunge al fratello in Tasmania dove lui risiede per delle ricerche connesse al suo lavoro, cambia nome e si diploma come infermiera, dove si distinguerà per zelo in numerose epidemie di tifo, espiando così la sua (presunta) grave colpa.
L'autrice, infatti, non da soluzioni, lascia intendere ma senza sentenziare, quello che le preme è regalarci un affresco della mentalità dell'uomo vittoriano, affascinato dalle scoperte scientifiche e geografiche ma incapace di accettare le aberrazioni della mente, irrimediabilmente classista e moralmente represso.
Inoltre l'autrice regala anche sprazzi di cultura letteraria, analizzando (forse talvolta un poco superficialmente) capolavori della sensational novel come Il segreto di Lady Audley, la Pietra di luna, la Donna in bianco, Casa desolata, dove il lato oscuro dell'età Vittoriana è ben presente, elemento di fascino imperituro dove fascino, in realtà, non dovrebbe essercene; è forse stata questa la grande forza dell'immaginario british dell'epoca, rendere piacevole e divertente l'innominabile e il perverso ammantandolo di mistero e di pruderie.
mercoledì 19 luglio 2017
"POIROT" ANALISI DI UNA SERIE CAPOLAVORO.
Ormai da qualche anno, per me e mia moglie le serate d’autunno
che si fanno fresche dopo il caldo terribile dell’estate, dell’Italia d’ottobre
con le giornate più corte e la luce più tenue che inizia a somigliare all’Inghilterra,
significa ricominciare a rivedere la maggior parte degli episodi della serie di
Poirot con David Suchet.
La famosa sigla iniziale
Per me questo è un amore di vecchia data; era il natale
del 1997 quando la DeAgostini pubblicò una nuova sfiziosa collana di vhs dal
colore giallo vivo che presentava i film più famosi con Poirot protagonista (la
prima uscita era Assassinio sull’Orient- express di Lumet, a cui seguiva
Assassinio sul Nilo di Guilermin, e poi, esauriti i classici, questi telefilm
della serie britannica della quale si sapeva poco o niente; ma ahimè non avevo
i soldi per seguire la collana, e aspettai alcuni anni quando la serie venne riproposta,
con un nuovo doppiaggio e miglior cura editoriale, dalla Malavasi editore, che
tuttora ne detiene i diritti; quella collana la collezionai tutta in dvd, e li
custodisco ancora gelosamente. Col passare degli anni ho contagiato con la mia
passione anche mia moglie, e come detto
per noi Poirot è diventato una vera e propria tradizione nelle sere fredde da
divano e copertina di lana (che nostalgia, con questo caldo..).
Alcuni episodi li conosciamo ormai a memoria, tanto da
anticiparne le battute, ma ormai è come la partita di scacchi o di domino alla
sera; la si fa per assaporarne il puro piacere, come il ritrovare di vecchi e cari
amici che sanno sempre farti stare bene.
Perché il miracolo di questa serie televisiva Inglese
targata ITV, andata in onda dal 1989 al 2013 per un totale di 13 stagioni non
consecutive, è proprio questo; riuscire a creare un’empatia assoluta con lo
spettatore attraverso la simpatia dei personaggi e la bellezza del paesaggio
inglese, riuscendo a far passare in secondo piano le trame ridotte in modo
sempre troppo semplicistico rispetto all’originale; perché, come sostengo da
sempre, è quasi impossibile tradurre sullo schermo Agatha Christie, perché le
sue storie e gli indizi che semina sono troppo legati alla parola scritta, con
l’immagine perdono efficacia e risultano prevedibili; occultare un indizio alla
mente di un lettore è più agevole, occultarlo agli occhi diventa troppo
complicato, e alcuni romanzi e racconti brevi che risultano dei veri rompicapo,
trasposti diventano spesso scontati.
Ma la serie di Poirot ha avuto molte vite, molte
differenti sfumature; in 24 anni la
televisione ha fatto progressi enormi, i telefilm ormai sono considerati una
forma d’arte sulla quale investire soldi e grandi attori, e chi vede un Poirot
dell’ultima stagione e subito dopo un episodio della prima stenta a credere che
si tratti della stessa serie, tanto l’episodio del 1989 potrebbe risultare
lento, semplicistico, girato alla buona; datato, in una parola.
Ma un elemento è rimasto inalterato dalla prima all’ultima
puntata, e ne ha decretato innegabilmente il successo; l’interprete del
personaggio Poirot, ovvero il grande attore David Suchet. Britannico, classe
1946, già raffinato attore teatrale con diversi film al suo attivo (in un film
del 1985 tratto da “Carte in tavola”, con Peter Ustinov come Poirot, Suchet per
ironia della sorte vi interpreta…l’ispettore Japp!) Suchet riesce nel miracolo
di DIVENTARE Poirot, interpretando il personaggio con una tale aderenza da
oscurare tutti coloro che lo hanno fatto prima e lo faranno poi (qualcuno, dopo
Suchet, avrà il coraggio di interpretare l’investigatore Belga? Forse tra
qualche decennio…) e imponendosi nell’immaginario collettivo di miliori di
spettatori entusiasti.
Philip Jackson, Davis Suchet, Pauline Moran e Hugh Fraser
E azzeccati sono anche gli altri interpreti; se Hugh
Fraser è un Hastings magnifico che con Suchet forma un binomio praticamente
perfetto, i personaggi di Japp e soprattutto della segretaria Miss Lemon,
presenti molto di rado e molto defilati nell’opera della Christie, qui
acquistano spessore e simpatia; Japp è il simpatico baffone Philip Jackson,
mentre Miss Lemon, che serve a dare un tocco di leggerezza alle sequenze ambientate
nell’appartamento di Poirot (ma talvolta partecipa attivamente alle indagini) è
una bravissima Pauline Moran.
Un altro personaggio fisso delle ultime stagioni (e dei romanzi della maturità della
Christie), l’alter ego dell’autrice Ariadne Oliver, è interpretato in maniera
impareggiabile da una grande Zoe Wanamaker, attrice notissima in patria e da
noi ricordata soprattutto per essere la Madama Bumb dei film di Harry Potter.
David Suchet e Zoe Wanamaker
Ma tutti gli interpreti sono caratteristi ottimi e
soprattutto facce giustissime per la storia che si rappresenta; la cura dei
dettagli, dei costumi e dei paesaggi, che nelle ultime stagioni sarà
addirittura maniacale, è sempre stata uno dei punti di forza della serie. E le
sequenze più rilassate, con Poirot e
Hastings che giocano a carte o al Monopoly, sono rese con grande maestria, e l’empatia coi
personaggi è ai massimi livelli, tanto vorresti essere li con loro. E poi
ricordiamo le voci italiane davvero sopraffine, precisamente di Eugenio
Marinelli (Poirot) e Luigi la Monica (Hastings).
Come detto, la serie si sviluppa attraverso un periodo
temporale abbastanza ampio, e vive molte vite; per comodità possiamo dividerla
in due fasi, ovvero quella 1989 – 1993 nella quale uscirono molti episodi di 45
minuti tratti da racconti brevi (e qualche lungometraggio, ma come un’eccezione)
e quella dal 1997 in poi dove invece si sono filmati i romanzi, con meno
episodi ma che sono dei veri e propri lungometraggi, che vanno dai 90 ai 104
minuti di durata, dove pian piano si abbandonano tutti i luoghi comuni della
serie compresi comprimari come Japp e
Miss Lemon, e con Hastings che compare solo nei film tratti dai romanzi nel
quale è effettivamente coprotagonista, per ottenere prodotti più validi
artisticamente anche se più freddi e asettici, come sottolineeremo più avanti.
Innanzitutto, una precisazione; è stato filmato praticamente
tutto il corpus scritto da Agatha Christie con Poirot protgonista, sia con che
senza Hastings; i lavori che non sono stati trasposti sono due racconti brevi, “L’eredità
dei Lemesurier” ed è un peccato perché da questo bel racconto si poteva trarre
un episodio coi fiocchi, ma forse il tema “forte” ( SPOILER; un padre che vuole
uccidere il figlio piccolo) lo ha reso infilmabile, e “Il mistero di Market
Basing” non un racconto dei più memorabili. E anche della raccolta “Le fatiche
di Hercule” è stato fatto un lungometraggio nel 2013 nel quale si cerca di
legare tra loro, in maniera poco
riuscita, alcuni dei 12 racconti dell’antologia, che però andava, per lo
spessore delle trame, filmata episodio per episodio.
In ogni caso i romanzi ci sono tutti, compreso “Sipario”
ovviamente uscito per ultimo e nel quale si assiste al toccante congedo di
Poirot (e di Suchet stesso, che non interpreterà più il personaggio) dagli
spettatori.
Gli episodi brevi sono in totale 36, tutti distribuiti,
come detto, nelle prime 5 stagioni. La quarta stagione vedrà solo
lungometraggi, mentre nelle prime tre i film lunghi sono soltanto due, anche se
di ottima fattura, ovvero “Il pericolo senza nome” e “Poirot a Styles court”
primo romanzo della Christie con Poirot che purtroppo non è stato anche il
primo a essere filmato. (Per consultare gli episodi uno ad uno vi rimando alla ottima
pagina Wikipedia apposita, con la lista completa degli episodi della serie)
I lungometraggi sono invece in totale34, pari pari i
romanzi dell’autrice con Poirot; in totale, quindi, la serie si compone di
settanta episodi.
Si è parlato di prime stagioni naif, poi di un telefilm
sempre più ambizioso, che nelle ultime stagioni è diventato vero e proprio
cinema di serie A, anche con grandi attori americani (Ricordiano tra gli altri
Elliott Gould, Barbara Hershey, Jessica Chastain), due fasi nettamente distinte;
io preferisco di gran lunga quella naif, i primi leggendari episodi, perché appunto
viene preservato intatto non tanto le trame (a volte modificate inserendo un
inseguimento, una lotta, una storia d’amore) ma lo spirito, l’atmosfera trasmessa
dai libri; si vive sullo schermo quello
che si vive tra le pagine. Mentre invece le stagioni più recenti presentano
prodotti come detto più professionali ma asettici e oltretutto con inserimenti
del tutto estranei all’opera e al pensiero della Christie; caso più eclatante
la disastrosa trasposizione di “Assassinio sull’orient-express” dove forse per
non realizzare un prodotto troppo epigonale al capolavoro di Lumet del 1975 si
è puntato su un Poirot in piena crisi di coscienza, serio, tirato, maschera
quasi tragica, che contrasta in modo stridente col Poirot sempre sicuro di se
fino all’arroganza, che manda gente sulla forca (o la perdona, come in
Orient-Express) senza avere il minimo scrupolo di coscienza; questo è il
classico film della serie che non riuscirei mai ad apprezzare, ma mi rendo
conto che ad altri possa piacere molto, infatti, in questi tempi di Sherlock
targato BBC dove ormai si spinge solo sul pedale dell’acceleratore e si procede
per accumuli, le prime stagioni possono risultare del tutto inguardabili. Ma
per chi, come me, è un “Poirottiano” della prima ora, ed è legato ai primi
episodi, non può che gradire di più questi ultimi.
A ognuno il suo Poirot, quindi, ma io rimango un “naivete”
convinto, pur apprezzando moltissimo anche alcuni degli ultimi episodi.
Per un neofita che si approcci adesso alla serie
(ricordo che la serie viene trasmessa ogni sabato pomeriggio su Rete4 dalle 16
e 45 in poi, a ciclo continio; adesso è ripresa da poco, siamo al quarto episodio
della prima stagione, potrebbe essere una buona occasione per riviverla dall’inizio)
i titoli per me imperdibili del primo
periodo sono “Accadde in cornovaglia” , “Il pericolo senza nome”, “Poirot a
Styles court” (con una campagna dell’Essex splendidamente filmata) “Doppia
colpa”, “La miniera perduta”, “Doppio indizio” (con la quasi love-story tra
Poirot e la contessa Vera Rossakoff, molto più esplicita che nel racconto
omonimo) “La serie infernale” (dove il binomio Poirot – Hastings funziona a
meraviglia) e “Aiuto Poirot” (con la memorabile love story di Hastings) mentre
delle ultime stagioni consiglio caldamente “Tragedia in tre atti” (un vero
gioiello, splendidamente diretto e interpretato) “Se morisse mio marito”, “Poirot
e la strage degli innocenti”, “Sfida a Poirot”, “La sagra del delitto” e “Gli elefanti
hanno buona memoria”, questi ultimi quattro titoli quasi più gradevoli e
appassionanti dei romanzi stessi.
E anche l’ultimo episodio “Sipario” pur con
qualche esagerazione melodrammatica è
molto ben fatto e conclude degnamente la serie, oltre a vedere il ritorno di Hugh Fraser nei panni di un incanutito
Hastings; sarà difficile trattenere una lacrimuccia a visione ultimata, e anche
a me, devo dire, è scappata, pensando soprattutto a quel ragazzino che quasi
vent’anni prima metteva da parte i soldini per comprarsi (quando ci riusciva..)
quelle mitiche vhs tutte gialle.
giovedì 13 luglio 2017
JANE AUSTEN, OVVERO…UNA GRANDE GIALLISTA MANCATA?
Ormai tanti anni fa, in seconda media, la prof dell’epoca ci dette da scegliere un libro a piacere dalla piccola biblioteca scolastica. Io mi fiondai subito sul Gordon Pym di Poe (e chiamami bischero…), ma fui incuriosito dalla scelta di una mia compagniuccia che puntò senza esitazioni su un oscar Mondadori dalla copertina elegante, dal titolo stuzzicante “Orgoglio e pregiudizio” intrigante per il suo stesso significato arcano, perché sapevo a malapena cosa volesse dire orgoglio e non conoscevo affatto il termine “pregiudizio” (poi tutti noi lo abbiamo imparato anche troppo bene…) però pensavo (e pensava anche la mia amica) che fosse un romanzo storico-avventuroso. Qualche giorno dopo le chiesi lumi, e lei con aria perplessa rispose “Beh, è scritto bene, ma…non succede niente. Però, davvero, mi sembra proprio scritto bene” Questo giudizio ebbe il potere di allontanarmi dalla scrittrice per tutta l’adolescenza, e dei grandi autori Inglesi l’ho scoperta per ultima, nei primi mesi in cui frequentavo la mia attuale moglie, che lo aveva letto e me lo consigliò senza esitazioni.
Approfittando di uno sconto, presi le edizioni economiche di “Ragione e sentimento”, “Emma” e appunto “Orgoglio e pregiudizio”; e siccome avevo apprezzato già opere nelle quali “non accadeva niente” dal punto di vista avventuroso, quei libri furono un vero piacere, anche se non scoccò subito la scintilla; è stata alla seconda rilettura che ho capito di quanto Pride and prejudice fosse un capolavoro assoluto, un libro degno di stare accanto ai migliori di ogni tempo.
E ora che, recentemente, mi sono letto il delizioso “Northanger abbey” tra un giallo e l’altro, mi è venuto da pensare; ma che GRANDISSIMA giallista poteva essere Jane Austen?
A quel punto la fantasia ha cominciato a galoppare; se invece di morire prematuramente a soli 42 anni avesse goduto di ottima salute per altrettanti, come si sarebbe evoluta la sua scrittura? Avrebbe proseguito la strada di “Persuasione” verso opere più autunnali e intimistiche, oppure sarebbe stata attratta dal romanzo più di consumo, verso la serialità, verso i feuilleton Dumasiani e Dickensiani? Interrogativi che rimarranno senza risposta, ma in ogni caso una cosa è certa; ci furono autrici che grazie al “Metodo Jane Austen” scrissero i più grandi gialli di tutti i tempi.
E che cosa sarebbe, questo metodo Austen? Una scrittura leggera come la seta ma resistente come l’acciaio, sempre chiara e fluida, che riesca ad avvincere il lettore raccontando di persone attorno a un tavolo da tè, o a un ballo. Una leggerezza, peraltro, assolutamente inedita prima in quel periodo di romanzi filosofici geniali ma non certo scorrevoli. John Dickson Carr, che era un grandissimo ma non aveva ne leggerezza ne scorrevolezza, nel suo capolavoro “L’automa” fa pronunciare al protagonista un’invettiva contro la Austen e le scrittrici “da femmine” in favore degli autori di romanzi avventurosi, commettendo un peccato mortale, perché Jane Austen fu la maestra di calibri massimi nella storia del genere.
Cominciamo dalla regina di esse, Agatha Christie; cosa sono molti suoi romanzi, specialmente quelli con Miss Marple, se non dei veri e propri romanzi Austeniani con delitto? Prendiamone tre emblematici, ovvero “La morte nel villaggio” del 1930, “Un delitto avrà luogo” del 1950 e “Istantanea di un delitto” del 1956; tre libri che raccontano l’Inghilterra provinciale, i villaggetti e i vicariati, i ricevimenti e le visite di cortesia, tutto un mondo genuinamente Austeniano reso con una scrittura praticamente identica, anche se ovviamente meno profonda, visto che dame Agatha era un’autrice programmatica che doveva far uscire un libro all’anno, mentre la Austen un’artista vera e propria non prigioniera (o almeno non quanto la Christie) di editor, agenti e contratti milionari.
Un’autrice spesso definita “La Jane Austen del ventesimo secolo”, ovvero Georgette Heyer, non solo riprese pari pari le ambientazione regency diventate di culto dopo la riscoperta della Austen in patria per ambientarvi alcune tra le più deliziose storie sentimentali del novecento, ma – è un caso direte voi? – scrisse anche dei veri e propri gialli, ben 12, scritti sempre garbati e raffinati (specialmente il primo “Passi nel buio” presenta smaccate somiglianze con Northanger Abbey) con in più l’elemento poliziesco; visto che una scrittura saporitamente Austeniana porta di per se a scrivere dei mystery?
Anche Josephine Tey, forse la più raffinata giallista di sempre assieme alla Allingham (ma sempre avvincente, al contrario di quest’ultima che o è grandissima o è tediosa) presenta in certi suoi libri un’architettura tipicamente Austeniana; basta rileggere certe scene salottiere scritte in punta di penna ne “La strana scomparsa di Leslie” per capire quanto la Tey avesse fatto tesoro della grande maestra.
Anche P.D. James, nel suo ultimo romanzo prima della scomparsa “Morte a Pemberley” immagina un seguito in salsa poliziesca di Orgoglio e pregiudizio, con Elizabeth e Darcy investigatori dilettanti; ma lo stile pesante e ampolloso della James è quanto di più diverso ci sia da quello Austeniano, il contrasto è stridente, e tutta l’operazione ben poco riuscita.
Ma, a mio modesto parere, la scrittrice che si avvicina di più alla Austen come stile ma anche come spessore è Dorothy Sayers. Questa letterata tout court, che tradusse Dante e scriveva gialli un poco per soldi e un poco per autentico piacere personale, ha in comune con la Austen un particolare non da poco; era una vera artista, che non scendeva a compromessi con il lettore; leggere la Sayers nei suoi romanzi meno riusciti è una bella esperienza ma anche la classica montagna da scalare con la fatica che a tratti occulta il mero piacere della lettura, mentre la Sayers dei capolavori è veramente una delle espressioni più alte del novecento inglese e un puro godimento per il lettore.
Prendiamo quello che a mio avviso è il suo romanzo più Austeniano, ovvero “Lord Peter e l’altro”; Austeniano non tanto nell’ambientazione (Londra e il mondo del giornalismo) quanto nelle dinamiche sociali e nella viva rappresentazione di un mondo contemporaneo fortemente caratterizzato e colto alla perfezione fin nei minimi dettagli; per capire il periodo regency bisogna leggere la Austen, per capire l’inghilterra vittoriana va letto “Middlemarch” della Eliot, ma la chiave per l’inghilterra del novecento era nei romanzi della Sayers, che non scrisse a getto come altre gialliste, ma era artista anche in questo, scriveva libri accuratissimi nei quali racchiudeva un mondo e quando la sua vena si inaridì non continuò col pilota automatico come la Christie ma passò ad altro, con coerenza appunto da autrice vera.
Ma la Austen non ebbe il tempo di avere crisi creative ne di scrivere romanzi alimentari, perché una malattia (a quanto pare il morbo di Addison, allora sconosciuto) se la portò via ancora giovane, esattamente due secoli or sono; e proprio ieri, in edicola, è uscito con Repubblica e l’espresso il primo romanzo(Ragione e sentimento) di una simpatica collana che a un prezzo popolare (5,90 a volume, il prezzo di un giallo Mondadori) propone tutto il corpus dell’autrice, compresi l’incompiuto Sanditon, le lettere e una biografia scritta dal nipote che attualmente risulta difficile reperire in libreria. Io sono fortemente tentato (ho già preso il primo), visto anche le traduzioni a quanto pare riprese da Mondadori, recenti e ben fatte, di farmi una collezione Austen “In tinta unita”, anche se poi leggo più volentieri le opere dell’autrice in inverno davanti a una tazza di tè piuttosto che con questo caldo micidiale; ma i libri, per fortuna, non hanno scadenza.
E mentre rileggerò, continuerò a chiedermelo; ma che grande, che arguta e finissima giallista sarebbe stata Jane Austen?
domenica 2 luglio 2017
LO SCOPPIETTANTE LUGLIO DEL GIALLO MONDADORI.
Cari amici,
durante la mia prolungata latitanza forzata dal mondo del giallo poco è cambiato dal punto di vista editoriale; abbondadno i thriller contemporanei sia Italiani che nordici, mentre per qualcosa di classico ormai i limitati serbatoi a cui attingere sono la Polillo editore, che è tornata a produrre a buoni ritmi gialli spesso inediti nel nostro paese di autori anglosassoni talvolta misconosciuti (scelta coraggiosa che spero venga premiata costantemente almeno dallo zoccolo duro di intenditori che la colleziona) e il caro vecchio Giallo Mondadori.
In questo 2017, pare che il leit-motiv della collana sia l'esatto contrario di quello Polilliano, ovvero "andiamo sul sicuro". Nella collana inedita si propone ormai a cadenza trimestrale Anne Perry, autrice molto seguita che evidentemente assicura alla Mondadori entrate costanti, poi l'altra classicissima Ruth Rendell, poi la mia adorata Rhys Bowen, anch'essa ormai presenza irrinunciabile (anche se nell'ultimo di Lady Georgiana, "Delitto con replica", la serie gradevole e frizzante comincia a scricchiolare pericolosamente, causa ripetersi infinito di situazioni identiche senza un vero punto di svolta); insomma, pochi autori e quasi sempre donne, e spesso gialli storici perchè il filone adesso "tira" moltissimo, come lo scorso decennio andavano di moda i serial killer alla Saw o alla Dexter; insomma, poca o punta voglia di rischiare, col risultato di acchiappare una fetta di pubblico consistente ma di scontentare gli appassionati e gli esperti. Ciononostante, nel mese appena iniziato la casa editrice ha mandato in edicola una scelta di titoli davvero variegata, e in un paio di casi anche "controtendenza"; se da una parte nel giallo regolare troviamo l'ennesimo Anne Perry e nei classici l' Ellery Queen d'ordinanza (tra l'altro con uno dei suoi romanzi meno interessanti, "Hollywood in subbuglio" anche se è la tradizione dei Queen estivi è davvero simpatica da perpetrare) per assicurarci letture a sufficienza sotto l'ombrellone le collane raddoppiano, ossia abbiamo un "Giallo oro" che presenta il romanzo vincitore del premio Tedeschi, "Il club montecristo" di Fabiano Massimi (che non è il mio genere ma di solito i premi Tedeschi non deludono) e anche un "classico oro" che invece è imperdibile per chi non lo avesse ancora letto, ovvero "Il banchere assassinato" di Augusto de Angelis, nientemeno che il romanzo d'esordio della serie del commissario De Vincenzi, la più fortunata del grande e sfortunato autore Milanese che fu assieme a Varaldo il primo giallista nostrano specializzato in questo genere di narrativa, e che nel ventennio raccontò la propria città come nessun altro, prima di finire ucciso a furia di percosse da un esaltato repubblichino. Assolutamente da collezionare, un titolo che non può mancare nella biblioteca di un intenditore; spero sia l'inizio di una riproposta in edicola delle avventure di De Vincenzi, disponibili in libreria sia per Mondadori che per Sellerio e Castelvecchi, ma a prezzi ovviamente maggiori.
Ma è anche lo speciale di luglio che è davvero di grande qualità e pure "rischioso" per gli attuali standard della collana; in "Agli albori del giallo" si propongono infatti un romanzo di inizio novecento, e altri due testi addirittura del secolo precedente.
Cominciamo da quello più "recente" ovvero "I trentanove scalini" di John Buchan, che è più una spy-story avventurosa che un giallo vero e proprio ma sempre molto godibile; purtroppo io non l'ho mai apprezzato appieno in quanto vero e proprio fanatico del capolavoro che ne trasse Hitchcock nel 1935, migliorando davvero molto il testo di partenza aggiungendovi molta ironia e personaggi femminili indimenticabili, ma per chi non avesse visto il film leggere il romanzo potrebbe essere un'esperienza davvero piacevole.
Liquido in maniera frettolosa il racconto d'ordinanza che è "Il delitto della rue Morgue" di Poe, che non ha certo bisogno di presentazioni e che, anche se è una scelta molto scontata, credo stabilisca il record di testo più antico mai presentato nei gialli Mondadori, togliendolo al "Club dei suicidi" di Stevenson che resisteva ormai dal 1929 (!!) per passare al secondo romanzo, ovvero "Il cappello del prete" di De Marchi; in questa splendida inverted-story datata 1888, ambientata in una Napoli fosca e suggestiva, c'è da divertirsi davvero, oltre a riscoprire la prosa raffinatissima di uno dei più grandi autori Italiani; per maggiori informazioni rimando al mio articolo su questo romanzo, che pubblicai nel gennaio 2016.
Concludiamo la rassegna con lo Sherlock apocrifo; ultimamente non ho più seguito la collana a causa di una deriva delle trame verso scenari davvero troppo lontani dal canone, nemici troppo fumettosi e contemporanei e troppe incursioni nello steampunk e nel soprannaturale; non sono mai stato un purista degli apocrifi e non ho batuto ciglio nemmeno nel caso di Sh contro Dracula, ma non trascendo però sul fatto che almeno lo stile e le atmosfere debbano assolutamente ricordare quelle di Conan Doyle, mentre ultimamente così è stato solo in parte. In ogni caso, un ottimo modo di intendere l'apocrifo è anche la semi-parodia in chiave umoristica, come nel titolo di questo mese "Indagine a New Work per la signora Hudson" che vede Holmes e Watson nella grande mela nientemeno che in compagnia della loro simpatica affittacamere; beh, potrebbe essere un pastiche davvero insulso come un romanzo garbato e divertente, insomma, come si dice a Firenze, "Obbène bene, ommàle male" ma io questo mese ci provo.
Insomma, nell'attesa di altre gradevoli sorprese ad Agosto, direi che per il mese in corso non c'è proprio da lamentarsi.
durante la mia prolungata latitanza forzata dal mondo del giallo poco è cambiato dal punto di vista editoriale; abbondadno i thriller contemporanei sia Italiani che nordici, mentre per qualcosa di classico ormai i limitati serbatoi a cui attingere sono la Polillo editore, che è tornata a produrre a buoni ritmi gialli spesso inediti nel nostro paese di autori anglosassoni talvolta misconosciuti (scelta coraggiosa che spero venga premiata costantemente almeno dallo zoccolo duro di intenditori che la colleziona) e il caro vecchio Giallo Mondadori.
In questo 2017, pare che il leit-motiv della collana sia l'esatto contrario di quello Polilliano, ovvero "andiamo sul sicuro". Nella collana inedita si propone ormai a cadenza trimestrale Anne Perry, autrice molto seguita che evidentemente assicura alla Mondadori entrate costanti, poi l'altra classicissima Ruth Rendell, poi la mia adorata Rhys Bowen, anch'essa ormai presenza irrinunciabile (anche se nell'ultimo di Lady Georgiana, "Delitto con replica", la serie gradevole e frizzante comincia a scricchiolare pericolosamente, causa ripetersi infinito di situazioni identiche senza un vero punto di svolta); insomma, pochi autori e quasi sempre donne, e spesso gialli storici perchè il filone adesso "tira" moltissimo, come lo scorso decennio andavano di moda i serial killer alla Saw o alla Dexter; insomma, poca o punta voglia di rischiare, col risultato di acchiappare una fetta di pubblico consistente ma di scontentare gli appassionati e gli esperti. Ciononostante, nel mese appena iniziato la casa editrice ha mandato in edicola una scelta di titoli davvero variegata, e in un paio di casi anche "controtendenza"; se da una parte nel giallo regolare troviamo l'ennesimo Anne Perry e nei classici l' Ellery Queen d'ordinanza (tra l'altro con uno dei suoi romanzi meno interessanti, "Hollywood in subbuglio" anche se è la tradizione dei Queen estivi è davvero simpatica da perpetrare) per assicurarci letture a sufficienza sotto l'ombrellone le collane raddoppiano, ossia abbiamo un "Giallo oro" che presenta il romanzo vincitore del premio Tedeschi, "Il club montecristo" di Fabiano Massimi (che non è il mio genere ma di solito i premi Tedeschi non deludono) e anche un "classico oro" che invece è imperdibile per chi non lo avesse ancora letto, ovvero "Il banchere assassinato" di Augusto de Angelis, nientemeno che il romanzo d'esordio della serie del commissario De Vincenzi, la più fortunata del grande e sfortunato autore Milanese che fu assieme a Varaldo il primo giallista nostrano specializzato in questo genere di narrativa, e che nel ventennio raccontò la propria città come nessun altro, prima di finire ucciso a furia di percosse da un esaltato repubblichino. Assolutamente da collezionare, un titolo che non può mancare nella biblioteca di un intenditore; spero sia l'inizio di una riproposta in edicola delle avventure di De Vincenzi, disponibili in libreria sia per Mondadori che per Sellerio e Castelvecchi, ma a prezzi ovviamente maggiori.
Ma è anche lo speciale di luglio che è davvero di grande qualità e pure "rischioso" per gli attuali standard della collana; in "Agli albori del giallo" si propongono infatti un romanzo di inizio novecento, e altri due testi addirittura del secolo precedente.
Cominciamo da quello più "recente" ovvero "I trentanove scalini" di John Buchan, che è più una spy-story avventurosa che un giallo vero e proprio ma sempre molto godibile; purtroppo io non l'ho mai apprezzato appieno in quanto vero e proprio fanatico del capolavoro che ne trasse Hitchcock nel 1935, migliorando davvero molto il testo di partenza aggiungendovi molta ironia e personaggi femminili indimenticabili, ma per chi non avesse visto il film leggere il romanzo potrebbe essere un'esperienza davvero piacevole.
Liquido in maniera frettolosa il racconto d'ordinanza che è "Il delitto della rue Morgue" di Poe, che non ha certo bisogno di presentazioni e che, anche se è una scelta molto scontata, credo stabilisca il record di testo più antico mai presentato nei gialli Mondadori, togliendolo al "Club dei suicidi" di Stevenson che resisteva ormai dal 1929 (!!) per passare al secondo romanzo, ovvero "Il cappello del prete" di De Marchi; in questa splendida inverted-story datata 1888, ambientata in una Napoli fosca e suggestiva, c'è da divertirsi davvero, oltre a riscoprire la prosa raffinatissima di uno dei più grandi autori Italiani; per maggiori informazioni rimando al mio articolo su questo romanzo, che pubblicai nel gennaio 2016.
Concludiamo la rassegna con lo Sherlock apocrifo; ultimamente non ho più seguito la collana a causa di una deriva delle trame verso scenari davvero troppo lontani dal canone, nemici troppo fumettosi e contemporanei e troppe incursioni nello steampunk e nel soprannaturale; non sono mai stato un purista degli apocrifi e non ho batuto ciglio nemmeno nel caso di Sh contro Dracula, ma non trascendo però sul fatto che almeno lo stile e le atmosfere debbano assolutamente ricordare quelle di Conan Doyle, mentre ultimamente così è stato solo in parte. In ogni caso, un ottimo modo di intendere l'apocrifo è anche la semi-parodia in chiave umoristica, come nel titolo di questo mese "Indagine a New Work per la signora Hudson" che vede Holmes e Watson nella grande mela nientemeno che in compagnia della loro simpatica affittacamere; beh, potrebbe essere un pastiche davvero insulso come un romanzo garbato e divertente, insomma, come si dice a Firenze, "Obbène bene, ommàle male" ma io questo mese ci provo.
Insomma, nell'attesa di altre gradevoli sorprese ad Agosto, direi che per il mese in corso non c'è proprio da lamentarsi.
mercoledì 28 giugno 2017
RIECCOMI QUA!!
Cari amici e followers di "assassini e gentiluomini"
finalmente il sottoscritto può tornare di nuovo su questi lidi virtuali. La mia assenza è stata lunga, ma credo, alla fine, giustificata; non solo da inizio anno il lavoro si è intensificato, ma lo scorso 9 giugno mi sono sposato con la mia cara Eleonora, dopo ben 13 anni di fidanzamento; è stata una vera gioia ma anche un vero stress organizzare tutto, e dire che ci siamo sposati in comune con pochissimi intimi e abbiamo fatto un viaggio di nozze nell'Italia del sud; se fosse stato un matrimonio con decine di invitati e il viaggio di nozze intercontinentale (come vanno adesso, sembra che se uno non esce almeno dall'Italia sia uno sfigato o peggio, mentre in Campania, Basilicata e Puglia abbiamo passato dei giorni meravigliosi) non credo saremmo sopravvissuti a tutto l'ammattimento organizzativo. Ma adesso, da pacioso signore sposato, la vita (almeno credo) per un poco scorrerà a ritmi meno forsennati, e potrò riprendere a occuparmi di sane e amene letture delittuose, del tipo "Come ammazzare la moglie e vivere felici.." Ovviamente scherzo (forse...).
Per adesso gli sposi vi salutano da Porto santo stefano ove è avvenuto il matrimonio (Firenze ci pareva triste e volevamo il mare) e il sottoscritto vi promette un articolo quanto prima! un caro saluto.
finalmente il sottoscritto può tornare di nuovo su questi lidi virtuali. La mia assenza è stata lunga, ma credo, alla fine, giustificata; non solo da inizio anno il lavoro si è intensificato, ma lo scorso 9 giugno mi sono sposato con la mia cara Eleonora, dopo ben 13 anni di fidanzamento; è stata una vera gioia ma anche un vero stress organizzare tutto, e dire che ci siamo sposati in comune con pochissimi intimi e abbiamo fatto un viaggio di nozze nell'Italia del sud; se fosse stato un matrimonio con decine di invitati e il viaggio di nozze intercontinentale (come vanno adesso, sembra che se uno non esce almeno dall'Italia sia uno sfigato o peggio, mentre in Campania, Basilicata e Puglia abbiamo passato dei giorni meravigliosi) non credo saremmo sopravvissuti a tutto l'ammattimento organizzativo. Ma adesso, da pacioso signore sposato, la vita (almeno credo) per un poco scorrerà a ritmi meno forsennati, e potrò riprendere a occuparmi di sane e amene letture delittuose, del tipo "Come ammazzare la moglie e vivere felici.." Ovviamente scherzo (forse...).
Per adesso gli sposi vi salutano da Porto santo stefano ove è avvenuto il matrimonio (Firenze ci pareva triste e volevamo il mare) e il sottoscritto vi promette un articolo quanto prima! un caro saluto.
venerdì 14 aprile 2017
TANTI AUGURI DI BUONA PASQUA.
Cari amici e fan di "assassini e gentiluomini",
purtroppo la mia prolungata latitanza continua, spero prima o poi (ma credo più poi che prima...) di ricominciare ad avere il tempo di postare nuove cose, per il mio e (spero) vostro piacere.
Nel frattempo auguro a tutti voi e alle vostre famiglie tanti auguri per delle serene festività pasquali, magari in compagnia di un bel giallo d'antan.
Un caro saluto, e a presto.
Omar.
purtroppo la mia prolungata latitanza continua, spero prima o poi (ma credo più poi che prima...) di ricominciare ad avere il tempo di postare nuove cose, per il mio e (spero) vostro piacere.
Nel frattempo auguro a tutti voi e alle vostre famiglie tanti auguri per delle serene festività pasquali, magari in compagnia di un bel giallo d'antan.
Un caro saluto, e a presto.
Omar.
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