venerdì 19 dicembre 2014

UN FANTASTICO REGALO DI NATALE...SEPPUR IN EXTREMIS

Mancano davvero pochissimi giorni al natale, ma per caso non avete ancora deciso quale regalo fare a voi stessi o a un vostro amico giallofilo?
Ecco un consiglio, seppur forse tardivo, per gli acquisti, ovvero la recentissima riproposta negli oscar Mondadori  di TUTTO IL TEATRO DI AGATHA CHRISTIE, in una elegante veste grafica composta di due volumi in cofanetto (per un totale di quasi 1400 pagine!) nella quale tutte le commedie sono state ritradotte da Edoardo Erba. Io non la prenderò perchè comunque nella precedente edizione in 4 volumi (adesso esaurita) il corpus era integrale e tradotto splendidamente dalla Brinis e dalla Griffini, ma per chi non lo avesse l'acquisto è davvero obbligatorio, sia per il valore dell'opera che per il fatto che, come successo per la precedente edizione , potrebbe finire esaurita nel giro di poco tempo, un viziaccio che ha la Mondadori.





Tra l'altro vi informo in "anteprima" che sto portando avanti un articolo che esamina le commedie della Christie originali, ossia non tratte da suoi precedenti romanzi; rileggerle è gradevolissimo, sono gioielli di teatro puro, e alcune tengono testa alla commedia per eccellenza di Agatha, quella Mousetrap che è rappresentata ininterrottamente dal 1952, ormai divenuta una vera e propria icona British.

Il cofanetto costa 25 euro, ma fino a fine mese alla Feltrinelli lo trovate scontato del 15%.

Buona lettura.

mercoledì 17 dicembre 2014

"IL TERRORE CHE MORMORA" DI JOHN DICKSON CARR.


 
Secondo la mia modesta opinione, un poliziesco perfetto è un’amalgama di tre fattori, di tre ingredienti;

1-     Un enigma originale e una soluzione complicata anche se non troppo arzigogolata.

2-     Uno scavo psicologico approfondito dei personaggi coinvolti nella vicenda

3-     Infine, la capacità di tenere il lettore avvinto, incatenato alla poltrona, facendogli maledire qualsivoglia interruzione, fondendo abilità narrativa con leggerezza della scrittura, e creando soprattutto quell’atmosfera di curiosità mista a sottile disagio che rende unico e memorabile un poliziesco.

 

Lo so, sono abbastanza severo, perché i romanzi che presentano queste caratteristiche in contemporanea, chiamiamoli romanzi “ideali” sono pochissimi. Gli stessi maestri del genere raramente presentano un romanzo ideale; la Christie spesso offriva nei suoi romanzi un enigma di prim’ordine, ma non sempre era avvincente, e spesso i personaggi erano unidimensionali, appena funzionali alla vicenda. La Sayers offre personaggi approfonditi e memorabili, ma manca troppo spesso di leggerezza. Rex Stout e Simenon sono estremamente piacevoli alla lettura, ma i loro casi polizieschi abbastanza prevedibili. O ancora Cornell Woolrich, il maestro dell’adrenalina pura ma dalle trame, se si guarda bene, abbastanza sgangherate.

Insomma, è difficile trovare romanzi ideali. Capiamoci, non sto parlando dei “soliti” capolavori del genere, ma di romanzi che fondano assieme i tre fattori suddetti.

Per chi scrive,  il primo e il più grande tra questi è “La pietra di luna” di Collins, poi possiamo considerare tali “Come in uno specchio” di Helen MacCloy, “Dieci piccoli Indiani” ed “E’ un problema”  di Agatha Christie, “Un’accusa imbarazzante” di Josephine Tey, o ancora “Il cerchio rosso” di Edgar Wallace.

A questo ristretto club (se poi vi vengono in mente altri titoli, suggeriteli pure) appartiene anche il grande John Dickson Carr, autore che amo e leggo spesso pur non idolatrandolo come fanno in molti. A Carr “rimprovero” (uso le virgolette perché il suo valore è incontestabile), enigmi a volte fin troppo complicati che appesantiscono un testo già eccellente che con meno misteri filerebbe assai più spedito, oppure trame estremamente avvincenti ma del tutto assurde (molti dei romanzi storici, nei quali talvolta si sconfina anche nel fantastico, con salti temporali tra epoche diverse assai suggestivi ma che a me non sono mai piaciuti; l’ultimissimo romanzo, “Il mistero di Muriel”, è poi talmente inverosimile da essere quasi involontariamente comico) che mettono a dura prova la sospensione di incredulità del lettore di polizieschi, che è disposto a concedere qualche “deroga” ma non troppo; il purista dell’enigma perfetto esige verosimiglianza.

Ma in due occasioni almeno secondo me Carr sforna il romanzo perfetto; prima nel 1938 col meraviglioso “L’automa” e poi, pochi anni dopo, nel 1946, con “Il terrore che mormora”, forse appena un gradino sotto a The Crooked Hinge  ma sempre un capolavoro assoluto che a ogni rilettura (sono alla terza) assume nuovo spessore, nuova linfa.
 
 

Si, perché questo "He who wisphers" è un libro originale, eccitante tanto è avvincente, con personaggi splendidamente vivi e con risvolti di grande umanità, quasi doloroso a tratti. Ci sono coincidenze di troppo e qualche passaggio forzato, ma sono gocce in un mare di meraviglie.

La storia, come sempre in Carr, è difficile da raccontare, anche solo da riassumere. Inizia in una sera di pioggia, in una Londra che ancora si sta riprendendo dal disastroso conflitto mondiale appena terminato, nella sala privata di un ristorante. Qui due giovani, lo storico e reduce di gueraa Miles Hammond e la bella e determinata Barbara Morell ascoltano da un anziano professore Francese il racconto di un omicidio terribile, agghiacciante e con risvolti soprannaturali, accaduto in Francia poco prima dello scoppio della guerra. Di questo delitto, archiviato come suicidio quando è impossibile che esso lo sia, è sospettata una giovane e bellissima bibliotecaria, appena rientrata in Inghilterra…. Per i due giovani, aiutati da un Gideon Fell in forma splendida, è l’inizio di una vicenda che, come in un vortice a spirale, li trascina dentro a un incubo terribile, dal quale sarà difficile uscire, visto che i pericoli sono dappertutto, pericoli sia visibili che invisibili.
 
un'edizione Oscar dello scorso decennio; il classico del giallo ha la stessa copertina.
 

No, non mi sento di aggiungere di più, questo è davvero un libro da scoprire pagina dopo pagina, un capolavoro assoluto tra l’altro comodamente disponibile in libreria nei bassotti Polillo, nella stessa traduzione della Francavilla già presentata nei classici del giallo nel 2001.

Per un natale da brividi, per tre ore indimenticabili in compagnia di un grandissimo autore, per un romanzo veramente ideale, fate in modo di farlo arrivare sotto il vostro albero addobbato, in un bel pacchettino colorato, magari in giallo.

mercoledì 10 dicembre 2014

"PER MORTE INNATURALE" (O SINCOPE), DI DOROTHY SAYERS.


 

Tra tanti dubbi, l’unica certezza è che Dorothy Sayers sia stata una scrittrice unica e irripetibile. Prima  non c’era mai stata nessuna come lei e nemmeno dopo, con buona pace dell’appena scomparsa P.D. James e di Elizabeth George che, pur con alcuni lavori pregevoli al loro attivo, invano hanno tentato di replicarne la grandezza.

E’ un’autrice in ogni caso che non può e non deve lasciare indifferenti; amata fino all’idolatria da alcuni, irrisa e stroncata senza alcuna pietà da altri, poche sono state tra i critici le vie di mezzo; io che non sono nessuno voglio cercare di collocarmi in questo limbo, perché  anche se la Sayers mi piace, e molto, sono ben lungi dall’essere un suo fan incondizionato come lo sono per la Christie, Conan Doyle e Wallace.

Sono al mio terzo incontro con l’autrice; il primo, “Lord Peter e l’altro”, è stata una delle più belle letture di quest’anno (poi vedrete la classifica intorno a San Silvestro) il secondo, “Gli occhi verdi del gatto” attualmente in edicola nello splendido ultimo speciale del giallo, un piacevolissimo giallo goticheggiante e avventuroso e questa mia terza lettura, “Per morte innaturale”, romanzo del 1926 che cronologicamente è il terzo della saga di Lord Peter, è un oggetto decisamente complesso, che per alcuni aspetti ho apprezzato moltissimo ma mi ha lasciato perplesso per altri.
 
cover dell'unica versione integrale, tradotta dalla Griffini.
 

Un romanzo che, come sempre nella Sayers, travalica il genere, e finisce di essere molto di più che una semplice “storia a enigma”, come se creare un buon enigma fosse una cosa semplice. Infatti questo si può considerare un vero trattato sociologico sulle condizioni delle tante donne nubili (perfidamente denominate zitelle) nell’Inghilterra tra le due guerre; il primo conflitto mondiale si era portato via infatti quasi un milione di giovani possibili mariti, e di conseguenza per moltissime donne lo zitellaggio diventò una realtà proprio per mancanza di “materia prima”. Coloro che, per poche attrattive o semplicemente perché arrivate tardi, non riuscirono ad accaparrarsi uno dei pochi scapoli disponibili, si rassegnarono a restare sole in un’epoca in cui questo era purtroppo visto come una condizione di inferiorità per una donna, finendo per campare della generosità dei parenti che le tolleravano a fatica, e finendo soprattutto, col passare degli anni, per ingrigire dentro e fuori, in pratica delle escluse, quasi dei parassiti della società. E proprio a queste “paria” la Sayers, donna forte e determinata oltre che di non comune intelligenza, volle dare voce, con grande intelligenza e sensibilità.

L’intreccio è, in effetti, quasi al servizio di questa tematica. Lord Peter infatti, grazie a una confidenza ricevuta da un medico idealista che, per avere sollecitato un’inchiesta per chiarire le cause del decesso di una vecchia signora che tutti pensano morta di morte naturale si è ritrovato in pratica bandito dalla piccola comunità di Leathenstone dove esercitava, decide di indagare sulla faccenda, un poco per aiutare il giovane dottore e un poco perché si annoia e non ha niente da fare.



Il sottotitolo "troppe zitelle" di questa vecchia edizione GM è assai azzeccato.
 
 
Appare ben presto chiaro che il medico aveva ragione, la signora è stata assassinata, e appare altrettanto limpido che solo una persona può aver commesso il misfatto; Lord Peter decide quindi di incastrarla, ma per  farlo deve costringere la persona a tradirsi, e siccome non può frequentare in prima persona un circolo di zitelle di varia età che potrebbe dare informazioni vitali riguardo al caso, manda in sua vece la formidabile signorina Climpson, il vero tipo della ultra-zitella perfetta su tutti i fronti, a suo modo efficientissima in ogni cosa che intraprende; in questo l’autrice sembra voler far trapelare il messaggio “O voi che denigrate le zitelle, se la società concedesse loro il ruolo che meritano vedreste bene di cosa sono capaci”.  E’ in questa chiave, più che in quella poliziesca dove il plot, molto piacevole e a tratti davvero dinamico, appare comunque un filo datato, che il romanzo va letto e apprezzato.

Sinceramente non mi sentirei di consigliare la lettura di questo romanzo agli amanti dell’enigma duro e puro, o a chi comunque apprezza giallisti dallo stile leggero e immediato; la Sayers richiede tutta la vostra pazienza, perché questo libro la rappresenta appieno, fornendo ampio materiale sia agli ammiratori che ai detrattori, in quanto i fattori che possono essere visti come i migliori pregi o i peggiori difetti coincidono; per molti le continue facezie di Lord Peter (che sinceramente a questo giro mi hanno un poco stufato) o le interminabili conversazioni tra le molte comprimarie sono il “sugo” di questo romanzo, per altri sono gli aspetti che più contribuiscono a renderlo insopportabile. Io, come annunciato, resto a metà tra le due fazioni. Mi sono divertito, ma anche annoiato a tratti. In ogni caso, sono felice di aver letto questo libro e  leggerò sicuramente altri Sayers, perché certe autrici, e questo credo che tutti possono essere d’accordo, sono un patrimonio della cultura del novecento.

 

martedì 2 dicembre 2014

I GIALLI MONDADORI DEL MESE DI DICEMBRE.

Nell'ultimo mese dell'anno, che include le feste natalizie con qualche ora in più per stare in panciolle a leggere un buon libro,secondo me ogni editore dovrebbe proporre il meglio, il top del materiale disponibile. COsì a mio avviso NON fa il giallo Mondadori, che propone uscite abbastanza sottotono nella serie regolare e nei classici, ma che si riscatta regalandoci uno speciale straordinario.

Cominciamo dagli inediti; si ripropone la brava Cristiana Astori, una giovane scrittrice Italiana di thriller che devono molto ad Argento e ai film Americani; anni fa avevo letto "tutto quel rosso" e pur non essendo proprio nelle mie corde (ma questo non è certo colpa della Astori) ho notato un piglio e una robustezza decisamente da veterana, e quindi spero che abbia il successo che merita.
L'altro inedito è il terzo romanzo della serie dei "Murdoch Mysteries" di Maureen Jennings, un poco la Anne Perry Canadese; non ho letto i precedenti quindi non posso pronunciarmi.

Ma se la serie regolare propone romanzi che comunque possono interessare molti (anche se un Berkeley o un Freeman o un Halter li avrei graditi assai di più) è sui classici che sinceramente si poteva fare davvero meglio; riproporre in un solo mese due icone indiscutibili ma pluri-ristampate e fin troppo note come Sherlock Holmes e Perry Mason la vedo una scelta davvero poco azzeccata.

Lo SH apocrifo sarà un inedito, un romanzo di Phil Growick che a quanto pare è il seguito del primo romanzo della serie uscito lo scorso settembre, con Holmes e Watson che vanno in soccorso della famiglia ROmanoff; questo romanzo di spionaggio decisamente lento e confuso, assai poco Conandoyliano,  mi aveva annoiato, quindi il seguito lo lascio tranquillamente in edicola.

Ma come detto, lo speciale di dicembre è VERAMENTE speciale; il volume, dal titolo "Tre donne del mistero" raccolgie due romanzi e un racconto di valore assoluti. Il primo, il bellissimo "Gli occhi verdi del gatto" (da me già recensito sul blog lo scorso marzo) è un giallo con sfumature gotiche e avventurose veramente imperdibile, e anche "Delitto d'annata" di Ngaio Marsh è un titolo che un giallofilo deve possedere. Il racconto "La scheggia" della sempre grande Mary Roberts Rinehart, è la ciliegina su una torta veramente appetitosa.

Insomma, un grande speciale che bilancia una proposta non eccelsa sugli altri fronti.

giovedì 27 novembre 2014

"IN UNA SERA DI PIOGGIA" DI MARY FITT.


 
Riguardo all'Americana Mary Fitt, caso non raro di autrice apparsa poco e male nei vecchi GM e poi dimenticata per decenni  fino all'intervento di san Polillo, una persona con molta più esperienza e competenza del sottoscritto ha asserito che è un'autrice di talento ma "eccentrica e quasi folle". Ora che anch'io la conosco, non posso che concordare appieno. L'anno scorso avevo letto "I tre corni da caccia" e lo avevo trovato piacevolissimo nella prima parte e poi completamente sgangherato e bizzarro, roba da far impallidire Farjeon, nella seconda. Nel complesso non mi era dispiaciuto ma mi aveva lasciato perplesso, e senza una grande voglia di proseguire nella scoperta dell'autrice. Ma quando, lo scorso mese, ho visto tra gli scaffali questo "Death and the pleasant voice" romanzo del 1946 già apparso in italia, sforbiciatissimo, col titolo "Il diavolo in campagna", una vocina mi ha detto di prenderlo, e ho eseguito. E bene ho fatto, perchè me lo sono letto la sera stessa tutto d'un fiato, e stavolta l'impressione è stata assai più positiva.


una sorridente autrice


Dunque, partiamo dal presupposto che la Fitt tiene alta la sua fama di eccentrica e imbastisce una vicenda che sembra uscita dalla penna di Paul Halter; se il paragone col grande, funambolico autore contemporaneo transalpino può sembrare abbastanza azzardato, a parer mio è invece calzante per due motivi; si narra una storia totalmente assurda e inverosimile e quasi sfrontata nei confronti di chi legge, ma che ti prende alla gola già dalla prima pagina e non ti molla più fino alla fine.
 
 

La  trama è talmente contorta e bizzarra che posso narrarvi solo l'inizio; il giovane studente in medicina Jake Seaborne sta percorrendo la campagna Inglese e ha un guasto all'auto nei pressi di una magione imponente e sinistra. Piove a dirotto e lo studente ovviamente chiede ospitalità nella villa, e si trova di fronte un eterogeneo gruppo di persone, la famiglia Ullstone, che lo accoglie come se fosse un ospite a lungo atteso. Ovviamente c'è uno scambio di persona, aspettano un altro, un ragazzo di nome Hugo del quale nessuno sapeva niente e che ora è erede della magione e dei quattrini della famiglia. Questo Hugo è ovviamente odiato da tutti loro, c'è perfino chi lo vorrebbe morto pur non avendolo ancora mai visto. A questo punto il giovane Seaborne viene pregato di restare, da esterno forse potrà essere "arbitro" di una contesa imminente e che si preannuncia senza esclusione di colpi...

Stop. Inutile raccontare oltre, inutile dare nomi, perchè siamo alla fiera di ciò che sembra e non è, delle persone che non sono coloro che dicono di essere, degli angeli che sembrano diavoli e dei diavoli che paiono angeli; questo è un libro che va gustato senza alcun pregiudizio, solo per purissimo divertimento. Non cercate di capirci qualcosa, è impossibile prevedere i colpi di scena, talvolta superbi, sempre dietro l'angolo. Queste sono due ore (o tre se siete più lenti) di lettura al fulmicotone possibilmente  in una sera piovosa come quella del titolo (sotto al plaid i deliziosi  brividi derivati da una lettura gradevole si assaporano meglio), e se qualche giorno dopo non si ricorda quasi niente dell'intreccio o dei personaggi è perchè lo si è letto tanto velocemente da non avere il tempo di fissare niente nella memoria.

Quindi, in definitiva, questa Mary Fitt era una grande autrice oppure no? averla riscoperta è stato un qualcosa di doveroso o una pura perdita di tempo? mah, alla fine non lo so, forse la letteratura poliziesca poteva fare benissimo a meno di questo libro e anche dei "Tre corni da caccia", ma non il lettore che grazie a essi si è divertito. Per cui, ancora una volta, grazie Polillo editore. E speriamo in un terzo libro dell'autrice...

giovedì 13 novembre 2014

“ARSENICO” , DI RICHARD AUSTIN FREEMAN.


Di Austin Freeman ho già parlato in precedenza, ma amo ripetermi. E’ stato un grande giallista e anche fortunato, visto che  nei primi anni dieci in cui esordì non c’era una grande concorrenza come nei decenni successivi, cosa che gli permise di dominare la scena per molto tempo. Visse due stagioni creative distinte, la prima, la più celebrata, tra il 1907 e il 1914, poi riprese  a scrivere nel 1922 e pubblicò in maniera abbastanza feconda fino al 1942.

I primi romanzi dell’autore sono i più famosi e ristampati, anche perché in un qualche modo rivoluzionari; con la figura del dottor Thorndyke si inaugurò l’era del giallo scientifico, degli indizi vagliati con metodi scientifici, passati ai raggi X e trattati con soluzioni chimiche; negli ultimi romanzi dell’autore la figura dell’anatomopatologo intelligentissimo e bello come una divinità Greca risulta forse abbastanza datata, ma è un dato innegabile che per decenni essa rimase ineguagliata. E per uno volta lo slogan che si legge ogni volta che si ristampano le avventure di Thorndyke, ovvero “L’antenato di Kay Scarpetta” è abbastanza veritiero e pertinente, anche se in Freeman non troverete mai la morbosità e dettagli troppo raccapriccianti dei thriller contemporanei.

“Arsenico”, il romanzo di cui parlerò in questa occasione, fu pubblicato per la prima volta nel 1928 (titolo originale; As a thief in the night) e per qualche ragione inspiegabile non è famoso come “L’impronta scarlatta” o “L’occhio di Osiride” o ancora “Il testimone muto”; peccato mortale, perché Arsenico è un vero e proprio capolavoro, un romanzo di una bellezza che toglie il fiato e perfettamente compiuto in ogni sua componente.

La storia all’inizio è abbastanza ordinaria; muore un uomo di 57 anni, Arnold Monkhouse, dalla salute precaria e invecchiato prematuramente. Apparentemente sembra una morte come tante, ma il fratello del defunto, un reverendo, ordina un’autopsia del cadavere, e nello stomaco di esso viene trovato l’Arsenico citato nel titolo. Siccome il morto faceva una vita molto ritirata e non riceveva nessuno, i soli sospettati sono la moglie Barbara, ancora giovane e bellissima, Magdalene, una fanciulla da lui adottata seppur mai legalmente, il segretario- factotum cocainomane e innamorato pazzo di Barbara e infine il protagonista e narratore, l’avvocato Rupert Mayfield, un grande amico d’infanzia di Barbara, a cui lo legava e lo lega tuttora un rapporto di grande affetto, reso tale anche dalla comune perdita di Stella, un’orfana (come Magdalene…) adottata dal padre di Rupert e che formava con quest’ultima e Barbara un trio inseparabile, un grande affetto che si sgretolerà solo dopo la dipartita di Stella causa TBC.

E’ chiaro fin da subito che il colpevole è uno degli intimi del morto, e anche Mayfield stesso è tra i sospetti; e quest’ultimo, per ottenere chiarezza, consulterà il suo amico dottor Thorndyke, che porterà alla luce una verità agghiacciante e dolorosissima, che lascerà un segno indelebile nella vita dei protagonisti.

Nella prima parte del libro assistiamo all’esposizione in tribunale di tutto il  caso; si espongono con disinvoltura dettagli abbastanza inusuali per il periodo come le condizioni dei tessuti muscolari, il contenuto dell’interno dello stomaco e l’esame delle feci del morto; il tutto con estremo tecnicismo, sempre però interessante e rilevante ai fini della trama.

Ma Freeman era uno scrittore di troppo spiccata sensibilità per limitarsi a scrivere un thriller legal-procedural freddo e impersonale, e infatti alterna alle crude descrizioni passaggi idilliaci tra i vari protagonisti, confessioni amorose sussurrate a bassa voce, dolcissimi ricordi del passato perduto e soprattutto quelle meravigliose passeggiate nella Londra del tempo che sono una vera e propria cifra stilistica dell’autore. Si arriva ai capitoli finali senza il minimo sbadiglio e sempre più desiderosi di conoscere lo scioglimento  della vicenda, anche se, come detto, esso sarà pieno di amarezza e non conoscerà consolazioni di sorta, anche per colpa del granitico Thorndyke, amante della giustizia e della verità a ogni costo, ma in questa occasione  pecca di eccessiva fede in essa, palesando dettagli che forse era meglio tacere; luce completa sul caso, ma ombre nella vita futura di più di un protagonista.

Apparso per la prima volta nelle palmine col numero 107 (l’edizione in mio possesso) e ristampato in anni recenti nei classici, “Arsenico”  è un romanzo eccezionale che ogni giallofilo dovrebbe avere nella sua biblioteca, un’opera d'arte senza mezze misure.

 

PS la copertina di Abbey per l’edizione anni trenta è bella ma un poco “spoilerosa” e quindi ho deciso di non pubblicarla.

martedì 11 novembre 2014

"DELITTI DI SETA" DI ANTHONY BERKELEY.


Credo che tutti i giallofili concordino con me sul fatto che Anthony Berkeley Cox (assieme a John Rhode, Henry Wade e Richard Austin Freeman) meriterebbe una fama ben maggiore di quella che ha e un posto in quell’olimpo occupato da quelle 4 o 5 divinità la cui opera e la cui memoria è tramandata con più “spinta” alle nuove generazioni. Se Agatha Christie e Conan Doyle li conoscono anche i bambini, se Chandler e Hammett sono emblema di un’epoca, se Ellery Queen e Carr sono i beniamini di coloro che amano i virtuosismi del poliziesco, Berkeley e gli altri sopra citati si ricordano poco e male; sconosciuti ai non appassionati del genere, ignorati dalla grande comunicazione mediatica, in pratica bisogna andarseli a cercare con fatica e sudore. E anche se Berkeley , grazie a Mauro Boncompagni e la redazione del GM odierno, viene riproposto spesso anche con inediti, la sua fama resterà per sempre circoscritta agli amatori.

Peccato, è come avere un Platini o uno Zidane e farlo giocare in serie B, tanto per capirsi. Se fossi nello staff della Mondadori mi batterei per ristampare Berkeley negli oscar, memore della felicissima, recente riproposta dei romanzi di Josephine Tey.
 

Un esempio della grandezza di Berkeley è questo misconosciuto “Silk stocking murders” Pubblicato nel 1928 e quarto romanzo con protagonista l’originalissimo scrittore e investigatore dilettante Roger Sheringham, che nel corpus dei detective del poliziesco fa storia a se; uomo molto diretto, quasi rozzo, senza quegli orpelli e quei vezzi che facevano tendenza all’epoca; in pratica, nella sua normalità, Sheringham al tempo era quasi rivoluzionario, perché un uomo della strada ai tempi dei Poirot o Van Dine non era roba da poco.

Ma Berkeley con questo romanzo crea anche uno dei primi archetipi sul tema dei delitti seriali; ben prima de “La serie infernale” e  “Il gatto dalle molte code” l’autore ci presenta infatti un assassino che uccide alcune giovani donne con la stessa inquietante modalità (le impicca con una calza tolta alla vittima stessa; notare la componente erotico-fetish per l’epoca abbastanza forte), vittime che apparentemente non hanno alcun nesso tra loro, che appartengono a ceti e ambienti assai diversi (un’attricetta, una prostituta, una lady ricca e snob) e hanno in comune solo il fatto di essere cadute nella trappola di un diabolico assassino che si aggira nel formicaio Londinese.

La polizia, assai miope, pensa che i primi omicidi del maniaco siano solo banali suicidi. Ma Sheringham, che tramite il quotidiano di cui cura la pagina di cronaca nera ha ricevuto una pietosa lettera dal padre di una delle ragazze scomparse, inizia a indagare su tutta la faccenda e capisce subito che le coincidenze tra i delitti sono troppe, e intraprende quindi un’indagine molto complicata, coadiuvato da amiche e  parenti delle donne uccise (bellissima l’amicizia che nasce tra Sheringham e Anne Manners, una timida ma risoluta ragazza di campagna sorella della prima vittima) e dopo un certosino procedimento di eliminazione dei sospetti giunge all’individuazione del colpevole, che smaschererà in un finalone di grande suspense.

Il ritmo del libro, è giusto sottolinearlo, è abbastanza lento; somiglia in questo a un romanzo di Austin Freeman o di Crofts, ogni indizio viene vagliato, ogni coincidenza verificata con un’attenzione estrema; ma in questo caso lento non significa noioso, perché Berkeley sa sempre tenere desta l’attenzione, riuscendo a intrigare anche il lettore più superficiale, e col passare dei capitoli l’empatia verso i personaggi aumenta, ci sentiamo a disagio per come possa andare a finire; ed è proprio in quel senso di disagio che si avverte la grandezza di questo splendido ibrido di giallo classico e thriller puro, purtroppo disponibile nella sola edizione dei classici del giallo n. 846, e ottimamente tradotto da Mauro Boncompagni, grandissimo esperto dell’autore che ha curato anche le recentissime ultime uscite dei romanzi dell’autore nei GM.

Un libro bello quanto importante, assolutamente da avere e da leggere, come tutti gli altri Berkeley.