giovedì 17 aprile 2014

LA MIA PERSONALE TOP- TEN GIALLISTICA.


 
 
Per festeggiare il primo compleanno di questo blog, cedo alla tentazione di molti blogger e specialisti, ossia quella di fare una top ten dei miei gialli preferiti(ovviamente tra quelli che ho letto finora, chissà quanti bellissimi polizieschi ancora mi sto perdendo) ; so che vivevate anche senza, oppure che non siate minimamente d’accordo con questa lista, ma in ogni caso eccola qua. Mi sono imposto una sola regola; non più di un libro per autore, è giusto che tutti i grandi siano citati, e anche così tanti sono rimasti purtroppo fuori.

Si inizia con;

 

10-IL MISTERO DI UNA VETTURA PUBBLICA, DI FERGUS HUME (The mystery of a hansom cab, Australia 1886)
 
 

 Fergus Hume è uno dei miei innamoramenti giallistici più recenti; letto distrattamente da ragazzino nei GEN, riprendendolo da adulto ho percepito quell’amabile derivazione feuilletonistica che fa di Hume uno degli autori del mistero più gustosi di sempre; se da ragazzino trovavo questo aspetto assai melenso, ora che sono invecchiato e alle storie di pirati e di esploratori nella giungla ho sostituito i gialli nella quieta campagna Inglese (non che di tanto in tanto non abbia voglia di clangori di spade, specialmente in estate..) lo trovo pienamente nelle mie corde.

Purtroppo da noi Hume è arrivato poco e male, forse perché non era un giallista ma un autore sensational tra Wilkie Collins e la Braddon; si può dire che questo “The Mystery of a Hansom Cab” sia il solo libro giunto a noi in edizione integrale, e solo negli anni novanta grazie agli acquerelli della Giunti; in ogni caso, anche nei paesi Anglosassoni questo giallo ambientato a Melbourne (ma Hume era Neozelandese) è il più noto dell’autore, che all’epoca superò nelle vendite anche i romanzi con Sherlock Holmes; e davvero questo splendido giallo a tinte fosche che si svolge in una Londra rovesciata dove per Natale fa quaranta gradi all’ombra avvince, diverte ed emoziona. Un romanzo perfetto per rappresentare il proto-giallo vittoriano, che merita di essere tramandato generazione dopo generazione.

 
9- MISS PYM, DI JOSEPHINE TEY (Miss Pym disposes, Inghilterra 1946)

 



La Tey ha scritto solo otto romanzi polizieschi, ma bastano e avanzano per mettere in crisi colui che deve sceglierne il migliore. Mai mi sono trovato così in difficoltà, e così, come per altri casi in questa classifica, ho optato per un romanzo più classicamente giallo; quindi via a malincuore Il ritorno dell’erede che è un thriller, via La figlia del tempo che è una ricostruzione storica, via Sabbie che cantano e Un’accusa imbarazzante che sono soprattutto romanzi di costume, via i belli ma non eccezionali L’uomo in coda ed E’ caduta una stella, ne rimangono solamente due, La strana scomparsa di Leslie e Miss Pym; e se era facile, grazie all’accattivante intreccio e alla sorpresona finale, preferire il primo, ho inveceoptato convinto per il meno accessibile dei due, ovvero quel Miss Pym che forse sarà piaciuto solo a me, ma che reputo il suo capolavoro assoluto. E perché? Semplice, perché è il romanzo della Tey più tipicamente alla Agatha Christie, sia nello svolgimento che nel beffardo finale, con un colpo da maestra che ribalta le nostre comunque non saldissime convinzioni su come siano andate le cose.

 

8 -  COME IN UNO SPECCHIO, DI HELEN McCLOY (Through a glass darkly, USA 1950)
 



 
Ci sono gialli classici, e ci sono romanzi di suspense che però non rinunciano a una robusta dose di Whodunit; perché se l’incredibile vicenda di Faustina Crayle e del suo segreto sconvolgente sta a metà tra il noir e l’horror, l’autrice inserisce una robustissima trama gialla che riesce a rendere credibile l’incredibile con una perizia  degna di  Carr e Chesterton.  Un romanzo talmente bello e perfetto che doveva per forza rimanere un exploit isolato nella carriera altalenante dell’autrice, ma che da solo vale un’intera letteratura. Da non iniziare di notte, per non rischiare di passarla insonni per la troppa smania di sapere come andrà a finire, metti il caso che il giorno dopo vi dobbiate svegliare presto…

 

7- LA CASA DELLA FRECCIA, DI A.E.W. MASON (The house of the arrow, Inghilterra 1924)
 
 

 Mason fu un autore estremamente poliedrico, che spaziò dall’avventura al feuilleton fino al poliziesco con estrema disinvoltura; anche se il suo libro giallo più celebrato è il pur bellissimo “Delitto a Villa Rose”, il grande colpo di scena che rese leggendario questo romanzo ormai è decisamente inflazionato e prevedibile; molto meglio tuffarsi in “The house of the arrow”,  meraviglioso romanzo d’atmosfera d’ambientazione Francese, ovvero la città di Digione, vera protagonista aggiunta del romanzo. E poi il contrasto tra le due protagoniste, la biondina angelica e indifesa e la bruna dagli occhi foschi e dal passato misterioso, un intreccio complesso splendidamente risolto, la tonitruante e gigionesca figura di Hanaud ne fanno un romanzo davvero unico e indimenticabile. Da leggere, mi raccomando, nella traduzione della Griffini, nel classico del giallo numero 457.

 
6- IL SEGNO DEI QUATTRO, DI ARTHUR CONAN DOYLE (The sign of four, Inghilterra 1890)



 Lo ammetto, ero uno strenuo e quasi fanatico difensore di Conan Doyle, ma rileggendo la sua opera in tempi recenti mi sono accorto che, pur trovandola sempre di un’amabilità unica, mostra davvero i segni del tempo, e non posso non ammettere che sia stata superata. Restano i ricordi meravigliosi di ore indescrivibilmente beate di lunghe domeniche d’inverno sprofondato nel letto a leggere i volumi Newton con tutto il canone di Sherlock Holmes, ricordi tra i più belli degli anni spensierati (lo so, non ho avuto una vita densa di eventi) e non potevo davvero esimermi dall’includere un Conan Doyle nella mia personalissima top ten.

Dei quattro romanzi con Holmes, ho scelto il più divertente, il più fantasioso e avvincente, quello che mi ha fatto più sognare; credo che nessuno che lo legga nel giusto spirito possa non rimanere rapito dalla bella avventura mozzafiato e profumata d’oriente in una Londra notturna e misteriosa veramente oltre ogni elogio. E poi, che bella la love story tra Watson e Mary Morstan…

 

5- IL CERCHIO ROSSO, DI EDGAR WALLACE (The crimson circle, Inghilterra 1925)
 
 

 Scegliere un solo titolo tra i tantissimi disponibili nella sterminata bibliografia Wallaciana è impresa meno ardua di quello che sembra; innanzitutto si tolgono i romanzi troppo simili e stereotipati ( quindi via metà dei titoli) poi si tolgono quelli solo simpatici e carini e di capolavori non ne restano moltissimi, ma questi pochi oh, come sono belli; Il mago, Il mistero delle tre querce, L’arciere fantasma, La regina dei ladri, Il pugnale di vetro… ce ne sono eccome. Ma nessuno è bello e perfetto come “The crimson circle”, giallo-thriller serrato e avvincentissimo che non lascia davvero un attimo di respiro, ascesa e caduta di un genio del male che da solo, grazie alla potente e misteriosa confraternita criminale da lui creata, riesce a tenere sotto scacco tutta Scotland Yard; ci vorrà un giovane ardimentoso e innamorato e una ragazza “perduta” per infliggere scacco matto a questo Shakesperiano genio del male. Un libro che non si dimentica, una vera pietra miliare, non a caso romanzo preferito, tra tantissimi, del suo stesso autore.

 

4- LA FINE DEI GREENE, DI S.S VAN DINE (The Greene murder case, USA 1928)
 
 

 Ricordo ancora la prima volta che lo lessi; fu il mio primo romanzo poliziesco che non fosse della Christie, Conan Doyle o Wallace, e mi folgorò senza riserve, anche nell’antiquata traduzione di Enrico Piceni, inclusa nel mitico Omnibus rosso con le prime avventure di Philo Vance, preso in Biblioteca un caldo giorno di tante estati fa. Tra i cinque romanzi presenti nel volumone, iniziai non so perché proprio con The  Greene murder case, e non me ne sono mai pentito.

Forse è il romanzo con l’atmosfera più cupa e opprimente di tutta la storia del poliziesco, atmosfera ottenuta coi minimi mezzi, giocando non sugli effetti da sensational novel ma sulle psicologie dei personaggi; ambientato quasi tutto in una vecchia casa di New York, la battaglia serrata e a suo modo epica tra Vance e un diabolico assassino che sta sterminando i bizzarri membri di una strana e tarata  (oggi diremmo disfunzionale) famiglia patrizia  Americana è un qualcosa di unico nella storia del poliziesco. Un romanzo adulto, erudito, profondo, con un colpevole difficilissimo da individuare, ancor più che un mero romanzo poliziesco un vero capolavoro della letteratura Statunitense del novecento.

 

3- L’AUTOMA, DI JOHN DICKSON CARR (The crooked hinge, Usa/Inghilterra 1938)
 
 

 Ora, Carr è un grandissimo, di cui ancora non ho letto tutto ma che comunque riesce a stupirmi ed emozionarmi come forse nessun altro. Anche se continuo a preferirgli la Christie per una genialità raggiunta con mezzi meno roboanti e più credibili, Carr è l’autore più funambolico e spericolato di sempre (e qualche volta ha forse preteso troppo da se stesso) e tanti suoi romanzi mi hanno letteralmente annientato oltre a divertirmi con le loro ambientazioni favolose (Cupi castelli, musei delle cere, torri diroccate, il Bayou di New Orleans..). In ogni caso, quando si è trattato di scegliere il suo capodopera, non ho avuto alcun dubbio e ho puntato su “The crooked hinge”. Certo, anche Il terrore che mormora, La corte delle streghe, Il mostro del plenilunio e Le tre bare sono dei capolavori, ma nessuno mi ha coinvolto ed emozionato come L’automa, che riuscì a farmi dimenticare che era ora di cena, cosa assai difficile come sa  chi mi conosce bene.

Perché qui, oltre ad avere un intreccio di rara potenza emotiva, abbiamo anche una grande capacità di dosare i molti ingredienti; L’automa è da questo punto di vista un capolavoro dell’arte del narrare una storia gialla, con continue aggiunte e cambi di registro che arricchiscono il testo senza ridondare. Fin dal leggendario inizio con due uomini che asseriscono di essere la stessa persona, poi con gli echi della tragedia del Titanic, la magia nera, la rievocazione dei meravigliosi automi settecenteschi come quello di Von Kempelen, un mistero sempre più coinvolgente che sfocia in un finalone da antologia…insomma, un vero monumento all’ingegno, la perfetta manifestazione del genio Carriano.

 

2-  LA PAROLA ALLA DIFESA, DI AGATHA CHRISTIE (Sad Cypress, Inghilterra 1940)
 
 

 Ad ascoltare il cuore, dovevo rappresentare la Christie con Dieci piccoli Indiani; in fondo è forse il suo romanzo più sensazionale, quello a cui sono più legato affettivamente, quello più noto in assoluto; ma poi ho riflettuto e non l’ho incluso perché in fin dei conti non è un giallo classico, anzi è uno dei pochi libri atipici dell’autrice; infatti, pur nella grande sorpresa finale, il romanzo è ascriviible al Thriller, al suspense, non certo al poliziesco classico; non c’è un detective, non ci sono indagini se non sommarie, e soprattutto l’incubo non si dissolve nel finale, e la verità la si viene a sapere per puro caso. No, in fin dei conti questo romanzo non può rappresentare al meglio la divina. E allora, quale scegliere? Poirot a Styles Court? Bellissimo, ma ancora acerbo. L’assassinio di Roger Ackroyd? No, si regge troppo sulla sorpresa finale. Orient Express? Macchè, atipico anche questo. No, ho voluto optare per un’opera che rappresentasse il Christie- Style al centouno per cento, il suo giallo perfetto, e tra tutti credo che “La parola alla difesa” sia il libro che meglio racchiuda tutte le peculiarità dell’autrice, tutti quei fattori ce l’hanno resa grande e superiore a tutti gli altri che si sono cimentati nello stesso genere.

Innanzitutto è una storia superbamente narrata (Ma, attenzione, va assolutamente letta nella traduzione integrale di Grazia Griffini ristampata nell’ultima edizione degli oscar con le rose in copertina!!) con una prima parte in soggettiva, coi vari protagonisti che vivono, amano, odiano e agiscono in modo tale da scatenare una spirale di morte e di terrore. Poi c’è un Poirot straordinario, libero da quell’Hastings che, pur essendo divertente, lo rende troppo macchietta, mentre se è da solo Poirot in qualche modo limita i suoi atteggiamenti eccentrici e diventa assai più credibile. Poi la perfetta ambientazione tra campagna  bucolica e aule di tribunale, la scoperta del colpevole, il complesso movente, la straordinaria competenza dell’autrice sui veleni e sulla botanica; tutto reso al meglio. Insomma, oltre che un capolavoro, questo è per me il romanzo più emblematico della grande Agatha.

 

1-     LA PIETRA DI LUNA, DI WILKIE COLLINS (The Moonstone, Inghilterra 1868)
 
 

 Perché, quale altro romanzo poteva essere al primo posto, scusate? Mi viene da ridere quando leggo le classifiche, anche di grandi autori come Carr, e non lo vedo incluso; eppure non c’è gara o discussione che tenga, questo è il romanzo poliziesco più grande e imponente mai realizzato, un’opera di grande spessore letterario che per seicento e passa pagine non ha nemmeno un cedimento, e che soprattutto è un meccanismo poliziesco perfetto. C’è una domanda a cui rispondere; chi ha rubato il meraviglioso diamante chiamato “La pietra di luna” dalla magione di Lady Verinder? E da qui parte un ineguagliato e ineguagliabile intreccio in cui non manca veramente niente; indizi, false piste, passioni inconfessate, maggiordomi impettiti, dometiche impiccione, equivoci, colpevoli insospettabili, un detective di prima grandezza…lo disse Thomas Eliot che questo è e rimarrà  il più grande romanzo giallo di sempre; se non volete credere a me, credete almeno a lui….

 
Concludo la rassegna con un pensiero per gli assenti; avrei voluto tanto includere anche “La lampada di Dio” di Ellery Queen, “Lord Peter e l’altro” di Dorothy Sayers, “La scala a chiocciola” sia della Rinehart che di Ethel Lina White,” La doppia morte dell’ispettore Belot” di Aveline, “La notte ha mille occhi” di Cornell Woolrich o anche “Il mistero della camera gialla” di Gaston Leroux, straordinario ma che comincia a mostrare un poco i suoi anni. Ma d’altra parte più di dieci non ce ne stavano.

 

UN ANNO DI BLOG!!



Cari follower e amici, è il blog “Assassini e gentiluomini” che vi parla.
“Sono nato quasi per caso, per un’ispirazione del mio autore che, ormai sempre più proiettato nel mondo in fondo rassicurante di quelle fiabe per adulti che sono i gialli classici, ha deciso di aprire questo spazio virtuale in cui, senza analisi approfondite o fastidiosi spoiler, si consigliano libri (non solo gialli), si danno piccole dritte sulle collane di polizieschi uscite nel nostro paese (perché non c’è stato solo il Giallo Mondadori) e si condividono gusti, idee e scelte letterarie, con amicizia e senza intenti didattici.
Oggi compio un anno, sono in buona salute e conto di restarvi ancora per molto, almeno fino a che il mio autore non si stancherà di giocare a quello che John Dickson Carr ha definito “Il gioco più bello del mondo”, ma non vedo perché debba abbandonare un interesse così appagante.
Un caro saluto a chi mi ha visitato, mi visita e mi visiterà”

Ecco, dopo aver dato spazio a quell’impiccione vanitoso del mio blog (avrebbe fatto le bizze se non lo accontentavo, ma in fondo è il suo compleanno…)  mi riprendo la parola, ma in fin dei conti non posso fare altro che ripetere le sue parole; grazie, grazie, grazie mille a chi mi segue, spero di avervi regalato momenti di svago e qualche bella lettura, e di poter continuare a farlo nel migliore dei modi.

Dopo questo preambolo, facciamo un punto di un anno di lavoro;
Riguardando il mio percorso di Blogger giallistico posso ritenermi soddisfatto, anche se lo scegliere di parlare di libri letti e amati “sul momento” anziché pianificare un percorso ha come rovescio della medaglia il fatto che in questo intero anno non ho mai parlato nemmeno una volta di grandi autori come Ellery Queen, che non è tra i miei preferiti ma è comunque imprescindibile per ogni giallofilo, Mary Roberts Rinehart, Cornell Woolrich, Ngaio Marsh, Georgette Heyer e Mignon Eberhart. E ho, orrore, colpevolmente trascurato i Francesi, e almeno su Leblanc, Leroux, Steeman e Aveline dovrei davvero soffermarmi, perché sono veramente importanti. Queste lacune sono dovute al fatto che in questi ultimi 12 mesi non ho ripreso in mano questi autori, o se l’ho fatto non ho avuto poi tempo o voglia di parlarne sul blog; questo per capire quanto la materia che tratto sia vasta, e di come occorra molto tempo per parlare di tutti coloro che meritano una o più menzioni. Prima o poi le luci della ribalta ci saranno per tutti, basta avere pezienza. In fin dei conti, l’unico autore che abbia approfondito seriamente, coi due post cumulativi dedicatele, è stata Agatha Christie, ma su tutti gli altri ho ancora molto, molto da dire, e ci faremo compagnia ancora a lungo.
Comunque, questo è un sunto degli autori e dei temi trattati;

GIALLISTI CLASSICI;

-AGATHA CHRISTIE, con due post cumulativi sui romanzi e sui racconti che fanno storia a se.

-EDGAR ALLAN POE, post sui suoi racconti polizieschi.

WILKIE COLLINS
-La casina nera

-ARTHUR CONAN DOYLE
-Le avventure di Sherlock Holmes

-FERGUS HUME
-Il mistero di una vettura pubblica
-L’occhio di giada
-L’enigma della donna errante
-Come una morsa

JOSEPHINE TEY
-Il ritorno dell’erede
-Un’accusa imbarazzante
-Miss Pym
-L’uomo in coda

EDGAR WALLACE
-La regina dei ladri
-Il mistero delle tre querce
-L’omnibus “Delitti a Londra”, coi romanzi “Il pugnale di vetro” , “La compagnia dei ranocchi” e “Il cerchio rosso”.

GILBERT  KEITH  CHESTERTON
-Il club dei mestieri stravaganti (raccolta di racconti)
-Il candore di padre Brown (raccolta di racconti)
-il racconto “L’uomo invisibile”


-JOHN DICKSON CARR
-La sfinge dormiente
-L’ultima carta

-RICHARD AUSTIN FREEMAN
-L’impronta scarlatta
-L’occhio di osiride

ANTHONY BERKELEY / FRANCIS ILES
-L’ultima tappa
--L’omicidio è un affare serio

PATRICK QUENTIN/ JONATHA STAGGE
-Troppe lettere per Grace
-E i cani abbaiano

LEO PERUTZ
-Il maestro del giudizio universale

ALESSANDRO VARALDO
-Il sette bello

DOROTHY SAYERS
-Lord Peter e l’altro
-Il gatto dagli occhi verdi

S.S. VAN DINE
-L’ultima avventura di Philo Vance

A.E.W. MASON
-La casa della freccia

REX STOUT
-Champagne per uno

A.A. MILNE
-Il dramma di corte rossa

EDEN PHILLPOTTS
-Una voce dalle tenebre

EARL DERR BIGGERS
-Charlie Chan e la casa senza chiavi

JEFFERSON FARJEON
-La casa dei sette cadaveri

NICHOLAS BLAKE
-Misteri sotto la neve

-GRAHAM GREENE
-Brighton rock

GEORGES SIMENON
-Top ten dei miei Maigret preferiti

DAPHNE DU MAURIER
-Analisi dei suoi racconti Thriller

LOUISA MAY ALCOTT
-Dietro la maschera

HELEN McCLOY
-Come in uno specchio

JACQUES FUTRELLE
-La giarrettiera

EDWARD PHILLIPS OPPENHEIM
-Il grande impostore

MARIE BELLOC LOWNDES
-Il pensionante

MARGERY ALLINGHAM
-Il mistero di White cottage

KAY STRAHAN
-La fattoria nel deserto

-URSULA CURTISS
-Orrore

-MARGARET MILLAR
-La porta stretta

ANNE PERRY
-Il boia di Cater street


CAROLINA INVERNIZIO
-La sconosciuta

LUCIANA PEVERELLI
-Quattro racconti dal “Cerchio verde”

BARONESSA ORCZY
-Racconto “Lady Molly di Scotland Yard”

NICOLETTA CASSANI
-Ombre

-PAUL HALTER
Analisi su tre romanzi (La quarta porta, La maledizione di Barbarossa e Il demone di Dartmoor)

HERBERT ADAMS
-Una parola di otto lettere

ALTRI ROMANZI NON POLIZIESCHI

-SELMA LAGERLOF, L’anello rubato
-BRAM STOKER – La vergine del sudario
- HORACE WALPOLE, Il castello di Otranto
-ANTHONY HOPER, Il prigioniero di Zenda
-AMY LEVY, Storia di una bottega
-JESSICA MITFORD, Figlie e ribelli
-JENNIFER WORTH, Chiamate la levatrice
-DODIE SMITH, Ho un castello nel cuore

Più altri post di divulgazione non specifici.

Nel complesso sono abbastanza soddisfatto, anche se mi accorgo di aver lasciato indietro alcuni progetti ( i racconti di Sherlock Holme e Padre Brown) e di aver dedicato veramente poco spazio a Carr e Van Dine, e ciò non è assolutamente giusto. Ma vabbè, stasera vi attende una piccola sorpresa, e vedrò, almeno in parte, di riparare…state conessi, i festeggiamenti proseguono!

mercoledì 16 aprile 2014

UN NUOVO AMICO....

...Ovvero un nuovo blog sul giallo classico!!
Infatti da poche settimane l'amico Stefano, uno dei miei follower più esperti e competenti, ha aperto a sua volta un blog che, ne sono certo, farà la gioia di tutti gli appassionati del genere letterario più bello del mondo. Il blog, che si intitola Whodunit?Houdini? ( questo il link; http://lequattrobare.blogspot.it ) è accattivate già a partire dalla grafica e dallo splendido dipinto di Pinter in copertina, e anche gli articoli sono vari e molto interessanti. Insomma, visitate e passate parola, questo nuovo blog lo merita davvero!

lunedì 14 aprile 2014

L'INCANTEVOLE "DRAMMA DI CORTE ROSSA" DI A.A. MILNE

A qualcuno di voi che è stato bambino e se ne ricorda, il nome di Alan Alexander Milne non deve essere del tutto sconosciuto; infatti si tratta dell’autore che creava le storie del tenero orsetto Winnie the Pooh e dei suoi amici del bosco dei cento acri, una delle cose più deliziose che possano esistere per un piccolo lettore (e non solo).
l'autore

Il nome di Milne, indissolubilmente legato ai libri per l’infanzia, è noto però anche tra i giallofili in virtù di un romanzo del 1922 che, quasi suo malgrado, è finito per diventare uno degli archetipi supremi del classicissimo giallo all’Inglese della Golden age, quello degli omicidi tra un tè e una partita di golf. Questo unico romanzo giallo di Milne tradotto in Italia (a quanto pare ne scrisse anche un altro, con un ragazza amante dei libri polizieschi che si trova a vivere una vera detectiva story, uno dei libri la cui traduzione desidero di più) già ai tempi gloriosi della prima collana Mondadoriana (numero 26, anno 1930) è infatti diventato universalmente noto grazie soprattutto all’opera di demolizione di uno scrittore che credo sia l’esatto contraltare di Milne, ovvero quel Raymond Chandler che, nel suo celebre saggio “La semplice arte del delitto” prende Il dramma di corte rossa come il romanzo simbolo di ciò che si dovrebbe evitare nei polizieschi, di ciò che uno scrittore veramente bravo non dovrebbe fare, di quanto la detective story Inglese sia ingenua e superata etc.etc….tutto giusto, in fin dei conti Corte rossa è un romanzo assai imperfetto, con molte situazioni forzate e che a rigor di logica fa acqua da tutte le parti, ma Chandler, nella sua furia devastatrice, si dimentica di sottolineare un aspetto del libro che, fortunatamente, pensò a rilevare Rex Stout, col quale avrei passato una serata a conversare assai più volentieri che col bilioso Chandler; Stout, autore finissimo e critico molto arguto, lo definì “semplicemente incantevole”; ed ecco che, con due parole, Stout andò dritto al cuore, all’essenza di questo libro.

Copertina di Abbey per la prima edizione nei libri gialli

Si, perché credo che, assieme a Poirot a Styles court, Corte rossa sia il romanzo giallo di più piacevole lettura mai scritto. A differenza della divina Agatha, Milne non era un giallista nato, non voleva raggiungere chissà quali vette o riscrivere la storia del genere, voleva solo intrattenere il pubblico con un libro divertente e vivace, andando aldilà di ogni più rosea aspettativa.
Leggere “Il dramma di corte rossa” vuol dire rasserenarsi, entrare in un mondo migliore, diverso, garbato, pulito e ordinato, nonostante vi venga commesso un delitto che poi però, come nei migliori romanzi di una volta, ha il suo giusto castigo. E l’atmosfera rilassata e sognante l’abbiamo fin dal memorabile inizio, dove nella imponente magione di Corte rossa (situata nella ridente campagna Inglese e proprietà del ricco signorotto locale Mark Ablett) due donne,  una governante e una cameriera, personaggi che rimarranno del tutto marginali ai fini della storia, in  una calda giornata estiva durante la quale si ode solo il brusio delle api e una falciatrice lontana chiacchierano amabilmente del più e del meno,per arrivare infine infine a parlare di quello che rischia di essere un evento memorabile e sconvolgente per la sonnacchiosa contea; dopo ben quindici anni infatti il fratello scapestrato e reietto di Mark, Robert Ablett, ha annunciato il suo ritorno dall’Australia dove si era auto-confinato, mettendo il padrone di casa in uno stato di evidente agitazione, a malapena trattenuto in presenza degli ospiti della ricca dimora, simpatici scrocconi sfaccendati che a quel tempo erano parte del tessuto sociale, e tranquillamente tollerati. Quando Robert Ablett, un omaccio trasandato e dai modi rozzi, viene introdotto da una cameriera impaurita nello studio del fratello, quasi subito si ode una detonazione, ed entrando nella stanza si scopre che  Robert è stato ucciso con un colpo in piena fronte e che Mark è scomparso. Apparentemente le cose sembrano andate in un solo modo possibile, ma ecco l’elemento di disturbo, ossia un giovane che capita a Corte rossa per puro caso, quasi portato dal vento come l’Innocent Smith delle “avventure di un uomo vivo” di Chesterton; si tratta di Anthony Gillingham, un giovane simpaticamente stravagante che passava da quelle parti a salutare uno degli ospiti di Mark e si ritrova automaticamente ospite a sua volta e detective improvvisato, senza che nessuno dei presenti si chieda troppo chi è quel giovane e cosa ci faccia li; la prima di quelle molte forzature e inverosimiglianze minuziosamente analizzate da Chandler, ma del resto il lettore del Dramma di corte rossa non deve pensare troppo all’ intreccio (che comunque ho trovato, se non verosimile, almeno godibile), molto meglio se si crogiola beato nelle splendide descrizioni della campagna Inglese, nella brillantezza dei dialoghi, nei personaggi deliziosamente British, nel sottile e non invasivo umorismo che permea tutto il libro, anche nei momenti più drammatici; nel suo essere incantevole, come diceva appunto Stout. E se lo si legge con il giusto spirito, il Dramma di corte rossa può diventare uno di quei libri perfetti per riportare il sole in un giorno grigio, un formidabile grimaldello per evadere da quella quotidianità che ogni lettore forte, in fondo in fondo, disprezza.

martedì 8 aprile 2014

I MIEI PRIMI TRE HALTER

A cominciare dal Blog del giallo Mondadori, l’autore contemporaneo del quale si caldeggia più spesso un nuovo romanzo ancora inedito è senz’altro il Francese d’Alsazia Paul Halter, classe 1956.
Questo perché Halter è colui che riesce a mantenere viva la grande tradizione del giallo classico, con enigmi molto complicati uniti a una impeccabile atmosfera gotica per rendere il tutto più stuzzicante e divertente. Una ricetta che ha reso immortale John DIckson Carr, ma anche il suo “padrino” Chesterton, e poi Rawson, Talbot e altri ancora.
Malgrado sia ancora relativamente giovane, Halter ha sfornato una trentina di romanzi, molti dei quali osannati dai migliori Blogger nostrani, tanto che forse l’autore, forse perché attualmente gioca da solo il suo campionato (chi riesce oggi a ricreare atmosfere Carriane riuscendo credibile? Nessuno, che io sappia) ha finito per essere fin troppo celebrato, quasi fosse veramente il nuovo Carr, cosa di cui ho sempre dubitato.

l'autore

In ogni caso, quando persone competenti in materia si espongono con fervore, la lettura è quantomeno raccomandabile, per cui da qualche mese ho cercato i libri di Halter in tutte le bancarelle, e ne ho già recuparati una decina.
Di questi, finora ne ho letti tre, tutti a distanza piuttosto ravvicinata, cosa non usuale per il sottoscritto, che preferisce alternare autori e generi. I libri che ho letto sono stati, nell’ordine, “La quarta porta”, da molti considerato il suo capolavoro, “Il demone di Dartmoor” recentemente uscito in edicola, e “La maledizione di Barbarossa”, il primissimo romanzo dell’autore.
Dunque, innanzitutto veniamo ai pregi: L’autore ha una leggibilità a dir poco invidiabile,  ed essendo i suoi libri relativamente brevi, anche un lettore non incallito può riuscire tranquillamente a leggerli in una sola sera, cosa meravigliosa visto che l’atmosfera non viene spezzata da una giornata di lavoro e di fastidi tra una sera e l’altra. Sono libri scritti in modo lieve e accattivante (e tradotti splendidamente da Igor Longo, il migliore sulla piazza), nei quali ci si immerge senza fatica, cosa che non mi accade quasi mai con quel Carr al quale l’autore viene così spesso paragonato; ora, per finire l’Automa ho passato una notte in bianco (iniziare quel libro a un’ora tarda è pericolosissimo) ma la maggiore parte dei libri di Carr, seppur geniali, sono anche impegnativi, vanno seguiti con attenzione e sicuramente è impresa ardua leggerli in una sola sera. Per questo forse Halter somiglia stilisticamente più a Chesterton, in quanto i suoi romanzi sono delle vere fiabe per adulti come quelle del sommo creatore di padre Brown; Carr produceva delle sontuose architetture goticheggianti, mentre questi tre romanzi di Halter ( preciso però che ho letto solo questi, e quindi quello che sto asserendo vale solo per questi tre titoli, e se il resto della sua produzione è di tipo diverso ci sta che stia prendendo una cantonata solenne) mi sono parsi più somiglianti a racconti Chestertoniani come “Il giardino segreto”,   “L’uomo invisibile”, “I due fantastici amici”, “Gli alberi dell’orgoglio”, vere e proprie fiabe nere dove il delitto matura in un mondo ovattato che presenta in se echi di soffusa e sfuggente poesia.
I difetti? Che, almeno in questi suoi primi libri ( il primo, il secondo e il nono) l’autore ci vuole dar da bere delle cose assolutamente inverosimili, che Carr e la Christie avrebbero senz’altro scartato con indignazione, e a leggerle si sarebbero magari arrabbiati parecchio.
Ma cerchiamo di vedere questi romanzi uno ad uno;
La quarta porta, titolo come detto assai celebrato, è il classico titolo che ti ammalia e ti sfinisce, come un lungo giro sulla più vorticosa delle montagne russe; alla fine sei estremamente divertito e soddisfatto, ma ti gira anche parecchio la testa.


Non mi provo nemmeno a riassumere il contenuto dell’opera; un insieme complicatissimo di camere chiuse, fantasmi, delitti impossibili, richiami al mito di Harry Houdini, false identità, colpi di scena sempre più sensazionali…. “La quartieme port” ti cattura fin dalla prima riga e ti strapazza senza pietà fino all’ultima, quando dopo l’ultimo sussulto ti chiedi sconcertato “Ma come è possibile una cosa simile?” la risposta è; chi se ne importa! è stata un’esperienza divertentissima, e urge una rilettura attenta del romanzo, e senza avere il cuore il gola per lo svolgersi degli eventi magari riesco a dipanare tutta l’aggrovigliata matassa.
Dopo questo sfolgorante quanto sconcertante primo incontro con Halter, è stata la volta de “Le diable du Dartmoor”, romanzo del 1991 uscito nel Giallo lo scorso Gennaio. Comprato e letto la stessa sera, mi è piaciuto, anche se non c’è davvero confronto con La quarta porta; qui abbiamo “solo” una divertente e intrigante fiaba nera, ambientata in quella brughiera Inglese che a un Conandolyano come il sottoscritto evoca solo belle sensazioni.


Qui abbiamo una classica storia di delitti impossibili commessi a lunga distanza temporale l’uno dall’altro, attribuiti dalla fantasia popolare (l’autore, molto intelligentemente, ambienta i suoi libri nei primi decenni del secolo scorso, epoca dei suoi grandi predecessori della quale può sfruttare atmosfere e suggestioni) a un terribile demone che imperversa nella brughiera. Ovviamente l’omicida è una persona in carne ed ossa, e pian piano si giungerà alla soluzione del complesso mistero, che a me ha soddisfatto non poco, a parte un particolare inaccettabile che commenterò in seguito.
Il mio terzo incontro con Halter è stato il suo libro d’esordio “La maledizione di Barbarossa” da noi uscito soltanto nel 2010 e reperito l’altro giorno a una fiera di beneficenza.


Questo libro a dire il vero è stato abbastanza criticato, quando non impietosamente stroncato, un pò su tutti i blog e i siti specializzati; è stato detto che è un’opera che mostra tutte le ingenuità di un libro d’esordio, che è troppo tenue e impalpabile…il sottoscritto evidentemente ne capisce il giusto, perché io questo romanzo l’ho trovato bellissimo, e lo promuovo a pieni voti tranne che in un particolare, un errore alquanto grave ma non tanto da ridimensionare l’opera.
Ma andiamo con ordine; il libro è ambientato quasi interamente nell’Alsazia dell’autore, terra che ora posso dire di conoscere un poco, vista la maestria con cui Halter ce ne parla. Il protagonista è un trentenne che da adolescente, assieme a suo fratello Jean e agli amici Francois e Marie (anch’essi fratelli), ha avuto una dolorosa esperienza, quella di veder morire di morte violenta una loro amica Tedesca che era venuta da quelle parti a passare le vacanze estive, la giovanissima e sensuale Eva Muller, che fin dal suo arrivo (si mostra completamente nuda uscendo dal fiume nel quale era immersa per lenire il caldo torrido) sconvolge la delicata psiche dei tre ragazzini. Il quartetto accoglie subito la nuova arrivata, si fanno giochi e scherzi strani, fino a irridere la maledizione del noto sovrano Federico Barbarossa, il cui fantasma ormai da un millennio uccide senza pietà coloro che recano offesa alla città da lui tanto amata, maledizione tramandata dagli adulti del posto con estrema serietà. E come tanti prima di lei anche la giovane e sfrontata Eva, in un torrido pomeriggio, viene trovata con una spada conficcata nella schiena e gli occhi strappati dalle orbite.Un delitto impossibile, inspiegabile, che presenta mille punti oscuri. A far luce su di esso e a dare finalmente la pace ai protagonisti di quel dramma sarà, come negli altri due libri precedentemente descritti, il dottor Twist, allampanato e pomposo criminologo- investigatore Scozzese che Halter ha creato su modelli classici; se oggi si preferisce rappresentare il detective umano e fallibile alla Maigret, con il dottor Twist  si ritorna ai grandi onniscenti della golden age, e meno male visto che gli investigatori troppo complessati mi annoiano alquanto.
Veniamo ora ai due difetti marchiani presenti nelle ultime due opere sopra descritte (ne La quarta porta non ho trovato cadute di tono degne di nota) . Non posso spoilerare, ma chi ha letto i libri capirà; nel Demone di Dartmoor uno degli omicidi non è assolutamente credibile, perché ci sono situazioni in cui l’istinto di conservazione prevale sempre, e la paura di cadere nel vuoto sarà sempre più forte di ogni altra cosa.
E nella Maledizione di Barbarossa, ho trovato del tutto inammissibile l’episodio dello zaino; un peso simile non potrebbe portarlo nessuno, nemmeno un uomo nel pieno delle forze, figuriamoci un… insomma, chi conosce il romanzo ha capito, si tratta davvero di un qualcosa di grave, e capisco che molti abbiano storto il naso; ma io siccome non sono un purista e leggo i gialli soprattutto per divertirmi ed evadere dalla realtà, con questo e gli altri libri di Halter l’intento è stato raggiunto egregiamente; pazienza se non tutto quadra, pazienza se Carr e la Christie sono e resteranno di un altro pianeta, quello lo sapevo già; quel che in Halter commuove e fa stare bene è il beneficiare di un divertimento puro, di tornare quei ragazzi che tanto amavano sognare ed emozionarsi. Halter è uno di quegli scrittori che per un paio d’ore riescono a rapirti, ad allontanare le beghe del vivere quotidiano, e di questo dobbiamo essere gratissimi a questo affabulatore straordinario.
E ora mi resta solo da decidere con quale libro continuare la scoperta dell’autore; nella mia libreria mi aspettano “Nebbia rossa” , “La tela di Penelope”, “Cento anni prima”, "Il cerchio invisibile",“Fiamme di Sangue” e “La settima ipotesi”... sono buoni titoli? Halteriani, fatevi sentire.

sabato 5 aprile 2014

I GIALLI MONDADORI DEL MESE DI APRILE

Il mese corrente è dagli appassionati della collana poliziesca per eccellenza uno dei più interessanti, in quanto si può trovare in edicola, oltre alle solite 4 uscite, anche lo "speciale del giallo" uscita triennale curata da Mauro Boncompagni che di solito riunisce 2 romanzi e un racconto non inediti ma spesso difficili da reperire.
Lo speciale numero 72, pur non essendo eccezionale, non delude. C'è un romanzo tra i meno ristampati di Wallace, "La nave dei misteri" (conosciuto anche col titolo Penelope del Polyantia) che ho riletto da poco e appartiene al filone "action" della produzione del grande autore; si svolge tutto in una nave dove si è imbarcata una giovane e ingenua canadese alla quale, durante il tragitto che la porta in Inghilterra, viene offerto un lavoro buono...decisamente troppo, per non nascondere qualcosa di losco. Intrighi e love story abbastanza prevedibili, trama movimentata e una buona dose di azione ne fanno uno di quei romanzi da bere come acqua fresca, ma che si dimentica abbastanza presto. Il secondo romanzo è "Frontiera maledetta" scritto nel 1970 da tale Charles Runyon ma che però porta la prestigiosissima firma di Ellery Queen; questo perché il libro è da considerarsi uno degli "apocrifi Queeniani" voluti da Manfred v. Lee ( uno dei due scrittori che, assieme a Frederic Dannay, creò il personaggio protagonista di alcuni capolavori assoluti) che, in assenza di loro ulteriori romanzi, optò per un'operazione commerciale in cui alcuni Ghost-writer avrebbero firmato a nome Queen romanzi di genere completamente diverso da quello poliziesco-deduttivo dei due geniali cugini; nacquero così una serie di opere nere o hard-boiled, sulle quali non posso delucidarvi in quanto non sono proprio il mio genere, come non apprezzo gli apocrifi in se stessi.
Per chi scrive il pezzo forte dello speciale è il racconto breve di Arthur Conan Doyle "L'uomo degli orologi"; questa storia breve (non con Sherlock Holmes, attenzione!) si è vista finora abbastanza poco; la ricordo inclusa nel mitico volumetto oscar Mondadori "I racconti del terrore e del mistero di Conan Doyle" uno dei libri che più ho amato nell'adolescenza, ma non la ricordo in altre ristampe; quindi è giusto che chi non ha questa raccolta (attualmente fuori catalogo) si gusti questo gioiellino, del quale non anticipo nulla per non togliere il gusto della lettura.


I due classici del giallo del mese sono piuttosto interessanti; c'è un altro Wallace (scelta discutibile due libri di uno stesso autore nel medesimo mese, mi dispiace dirlo) con uno dei suoi romanzi più atipici, ossia "Un dramma in riviera" (conosciuto anche come L'angelo del terrore) che al contrario della maggior parte delle opere dell'autore non è ambientato nella variegata umanità di Londra e dintorni ma nell'esotica (al tempo) Costa azzurra, dove in un clima da sensational novel alla Fergus Hume una giovane  ingenua (ma parecchio ingenua) fanciulla è vittima dei maneggi di una delle migliori Dark ladies dell'universo Wallaciano. E' tutto abbastanza datato e pretestuoso ma anche interessante, e sinceramente ho un bel ricordo di questo romanzo, che mantiene una bellissima atmosfera di fine anni venti e una tensione eccellente dall'inizio alla fine.

L'altro titolo, "La mano di velluto" di Helen Reilly, autrice che non amo molto perché ritengo abbastanza insipida, ce l'ho nella sua prima edizione degli anni cinquanta, della quale ricordo la copertina abbastanza "audace" di un ruspante Carlo Jacono prima maniera. Ma, per chi ama il giallo con molto rosa all'americana (quello alla Eberhart, per intendersi) farà bene a procurarsi il romanzo.

la "scandalosa" per il 1955, copertina de "la mano di velluto".


I due gialli inediti questo mese vanno sullo strasicuro, visto che si presentano due opere di Anne Perry e Bill Pronzini, due dei più apprezzati autori contemporanei, la prima maestra del giallo Vittoriano e il secondo grande creatore di Thriller.

Insomma, un mese decisamente positivo, con opere di qualità che accontentano tutti i palati, da quelli più delicati a quelli più avvezzi ai sapori forti.