martedì 24 febbraio 2015

"ALLA LARGA DA BROADWAY" DI HARRY OLESKER.


Da sempre, in un romanzo, di qualunque genere esso sia,  un pizzico di umorismo mi è sempre piaciuto. Il giallo classico, in questo, non fa certo eccezione; Nero Wolfe e Archie Goodwin non sarebbero la coppia al fulmicotone che sono senza le loro continue schermaglie, così come le bonarie prese in giro di Poirot ad Hastings contribuiscono più di ogni altra cosa a rendere memorabile il cameratismo tra i due. Edmund Crispin, col suo delizioso umorismo british, arricchisce ulteriormente i suoi già saporiti manicaretti, Così come Donald Westlake con le sue situazioni paradossali, e arguzie di finissima fattura si trovano anche in un insospettabile come Chandler.

Ma, lo ammetto, se talvolta ho sorriso leggendo gialli, fino ad adesso non avevo mai riso di gusto come leggendo questo romanzo di Harry Olesker, mestierante oggi dimenticato. Precisiamo; questo libro non è una smaccata parodia  del genere scritta apposta per far ridere, è un giallo che ha un suo discreto rigore, e potrebbe stare in piedi anche senza l’umorismo, sarebbe “solo” una delle centinaia di gialli che uscivano nei primi anni sessanta, testi piuttosto ordinari nobilitati dalle copertine di Jacono e penalizzati  dalla scarsa cura editoriale dell’epoca. Ma quello che invece rende “ricordabile” questo Alla larga da Broadway, tanto da essere incluso nel gustosissimo omnibus-monstre (il solo, assieme al primo di Philo Vance, da me posseduto quando ero adolescente) “I magnifici sette del giallo” dove venivano presentati sette romanzi per sette tipologie diverse di poliziesco; c’era il thriller con “Appuntamenti in nero” di Woolrich, il giallo di stampo classico con “E’ un reato dottor Fell” di Carr,  l’hard boiled con James Hadley Chase (Colpo a feddo), il giallo metropolitano con Frank Kane (il cancro della metropoli), il poliziesco d'azione con il simil-Wallace J.J. Marric (Gideon di Scotland Yard) l’avventura orrorifica con “Dinastia di morti” sempre di Woolrich (mamma mia quanto mi piacque, che nostalgia di quella palpitante notte estiva in cui lo divorai…) e il filone del giallo umoristico, invero non molto nutrito, era rappresentato proprio dal romanzo di cui parlo in questa occasione.
L'omnibus da me sponsorizzato (copertina di Pinter)
 

Accattivante fin dalle prime battute, ci presenta una protagonista  deliziosa quanto irritante, a metà tra le svampite sexy e poco intelligenti stile pin-up e le protagoniste delle Screwball comedy anni trenta: il suo nome è Dorothy Dawn, ventitré anni,  bionda sensualissima quanto ingenua, consapevole della sua carica erotica e non proprio un modello di virtù  , che è arrivata nella New York degli anni cinquanta direttamente da Bad River, Wyoming, millecento anime metà delle quali hanno tentato di mettere le mani addosso alla ragazza. Si trova nella grande mela perché vorrebbe recitare e cantare ( il suo maestro di Bad River l’ha convinta di possedere un inesistente talento, ma solo per sedurla…) e perché, vista la lontananza tra i due, il suo fidanzato vicesceriffo Morty Blake si svegli e le chieda finalmente di sposarlo. In fondo, quindi, una onesta e sana ragazza americana, solo un filino troppo sexy per restare incolume nella grande mela.
 
Prima edizione GM 1961 (cover di Jacono)
 

Infatti, dopo una disastrosa audizione per un musical, viene abbordata dal regista di esso, artista di successo e sposato con la diva del momento, di nome George Robin; è chiaro che quest’ultimo vuole solo portarsi a letto Dorothy e infatti la ragazza, brilla dopo i tanti cocktail “Gibson” offertile dal regista, finisce per farsi portare da quest’ultimo nel suo appartamento, entrambi fradici per essere stati sorpresi da un temporale estivo. La ragazza si fa baciare, ma non concede altro. Lui allora sembra arrendersi, e concede perfino alla ragazza di spogliarsi da sola e mettere ad asciugare i suoi vestiti al fuoco del camino; ma per un malaugurato incidente i vestiti della ragazza finiscono tra le fiamme, e lei rimane in casa di un estraneo vestita solo di un asciugamano arrotolato attorno al corpo alla meno peggio (chissà che batticuore, per i lettori del 1961…).Cavallerescamente, Robin si offre di andare a casa della ragazza, poco distante, per prenderle altri vestiti, e lei rimane sola. Mentre, per cercare un qualche pigiama, fruga nell’armadio della camera, dentro di esso trova un qualcosa di inaspettato; il cadavere di una donna…
 

Intrigante cover originale.
 

Nelle successive cento pagine le cose si complicano, la povera Dorothy passa da un inconveniente all’altro, viene aggredita da uomini e donne, ma l’idealista fanciulla, in fondo in fondo vero angelo del focolare, non demorde e si fa in quattro per arrivare alla verità, coadiuvata in questo da un flemmatico e paterno ispettore. Una verità abbastanza banale e scontata, ma non è per questo che il romanzo si legge, lo spasso sono le battute, come “Mettermi in testa una canzone, per me, significa soltanto ripararmi i capelli con lo spartito quando piove” oppure "Le sole porte che finora si erano spalancate per me a New York sono quelle con la scritta uscita". O ancora possiamo godere di alcune situazioni irresistibili, come il povero fidanzato venuto a trovarla per riportarla a casa e la vede accapare a notte fonda, ubriaca, in compagnia di un poliziotto e vestita solo di un’asciugamano. Insomma, questo “Alla larga da Broadway” come intreccio giallo è abbastanza irrilevante, ma in questo caso non conta la meta, conta il viaggio; ci si diverte, e questo basta.

Insomma, un’adorabile sciocchezzuola da leggere magari tra due gialli più impegnativi, adattissima per, citando la Settimana enigmistica, “rinfrancar lo spirito tra un enigma e l’altro” .

mercoledì 18 febbraio 2015

"PERRY MASON E LE ZAMPE DI VELLUTO" DI ERLE STANLEY GARDNER.


Se fino ad adesso ho ignorato l’universo di Perry Mason è stato un poco per pigrizia, e un poco per una fisiologica propensione verso altri tipi di poliziesco. Non che non avessi mai letto niente, ma lo avevo lasciato ai margini, come se l’opera di Gardner fosse di minore importanza rispetto a quella di altri giallisti. Sbagliavo.

Dunque, Gardner. Uno degli autori più prolifici, anche più, pensate, di Edgar Wallace, sempre citato tra gli autori più fecondi anche se in realtà i suoi  romanzi polizieschi sono “solo”  92, senz’altro meno degli oltre 120 di Garner; solo i Perry Mason sono 82, più i 29 con Donald Lam (scritti da Gardner con lo pseudonimo di A.A. Fair) e altri titoli, come “La morte nella manica” o  “Depone la morte” senza personaggi fissi.
 
l'autore.
 

Un autore che è senz’altro una delle “bandiere” del Giallo Mondadori; nella collana sono stati pubblicati tutti i suoi romanzi fin dagli anni trenta, quando alcuni dei primi libri con Mason uscirono tra le palmine. Ma l’esplosione dell’autore  nel nostro paese si ebbe dal dopoguerra in poi; il primissimo numero dei GM del dopoguerra fu appunto un Gardner, ovvero “Perry Mason e l’avversario leale”, ristampato varie volte nei classici, di cui l’ultima nel 2013. Negli anni cinquanta e sessanta, fioccavano i Gardner come se piovesse, testi quasi inscindibili dalle magnifiche copertine di Jacono, che dava perlopiù risalto alle molte bellissime donne, di ogni indole e estrazione sociale, che richiedevano i servigi del noto avvocato. E nelle ristampe nei classici del giallo, anch’essi inaugurati con un Mason (P.M. e il pugno nell’occhio, 1966) Gardner è stato uno degli autori più ristampati, e anche adesso la redazione odierna li sta rieditando a ritmi sostenuti (ne è uscito uno lo scorso dicembre e ne uscirà un altro a marzo!), e l’autore continua quindi a essere attuale e apprezzato, nonostante sia penalizzato da traduzioni mutilate e di mediocre fattura; se si escludono le Palmine tradotte con criterio, i libri di Gardner sono stati piuttosto maltrattati, e purtroppo mai ritradotti nel corso degli anni (a parte un’iniziativa della Hobby e Work, che presentò in edicola una ventina di Mason con una traduzioni nuove di zecca, ma piuttosto piatte e anonime).
 




Alcune bellissime protagoniste immortalate da Carlo Jacono. Perry Mason veniva sempre riprodotto con le sembianze di Raymond Burr, immortale Mason nel telefilm andato in onda tra il 1957 e il 1966.
 
 

E adesso, seguendo un dogma Marzulliano, mi faccio  una domanda e mi do una risposta; perché Gardner è un autore poco citato nelle classifiche dei migliori gialli del secolo? Perché nessuno, dai critici blasonati ai semplici appassionati, mette un Mason o un Donald Lam tra i suoi preferiti? Forse perché l’autore non soddisfa pienamente nè i cultori del giallo classico nè i patiti dell’hard boiled; no, Gardner non ha da spartire molto ne con l’universo  della Christie ne con quello di Hammett, perché è “altro”; il suo universo se lo creò da solo, e con lui è morto.

Io, nell’universo di Gardner ci sono entrato tardi, e male. Lo leggevo durante i turni di notte o in treno, perché è un autore molto leggero e gradevole, ma non gli ho mai tributato molta importanza; ma ora che i gialli li leggo anche, per così dire, con occhio critico, la lettura della primissima avventura  dell’avvocato del diavolo, “P.M. e le zampe di velluto” mi ha letteralmente folgorato.
 
 

Forse perché letta nell’edizione anni trenta (con traduzione non mutilata poi nelle successive ristampe, come purtroppo sarà successo anche per questo titolo) con l’ottima traduzione di Enrico Andri, questo esordio di Mason mi è parso tanto convincente da arrischiarmi di usare per esso l’impegnativo termine di capolavoro.

Credo davvero che, per i lettori del 1937, una scrittura come quella Gardneriana fosse adrenalina pura; nella provinciale e sonnacchiosa(ancora per poco, purtroppo) Italia in camicia nera   arrivava semplicemente l’America. Infatti, in Gardner si respirano gli States del tempo come con nessun altro autore, eccezion fatta per Stout; Gardner non aveva bisogno di plasmare e cristallizzare gli stereotipi della detection Americana come facevano Chandler e Hammett, rimasti molto di più nella memoria collettiva (e blasonati dalla critica) ma inevitabilmente  cristallizzati nella loro stessa maniera; Gardner raccontava storie di personaggi credibili, normali, senza essere cinici e autodistruttivi, senza vizi eccessivi, senza amori troppo tragici e maledetti. Come Simenon con la Francia e la Parigi di Maigret, Gardner creò un universo attendibile e autentico, che ancora oggi può risultare una impareggiabile “guida pratica” per capire quell’America, precisamente quella Los Angeles e quella California che si imposero più di ogni altro posto del mondo delle fantasie degli Italiani, soggiogati dal fascino dei liberatori.

E poi Perry Mason, un personaggio assolutamente nuovo per i tempi, unico e mai eguagliato.

Sulle prime, pare che qualche affinità con i protagonisti dell’hard boiled ci sia; come Marlowe, Mason è un idealista, per il suo cliente combatte e rischia moltissimo, anche quando esso/a non lo merita affatto; ma non arriva al punto di sacrificare il suo tornaconto, di tramutarsi in quel romantico e perdente cavaliere di ventura che in fondo Marlowe è; Mason risulta essere un vero Americano del new-deal, il self-made-man positivo e determinato per cui alla fine conta solo la vittoria. Vuole essere pagato, tanto e subito. Perry Mason è solido, senza vizi o debolezze; non disdegna uno Scotch doppio, ma non è un bevitore. Cerca di essere conciliante e pacato con gli avversari, ma alla bisogna assesta ottimi destri a tradimento. Non si invischia   in love story con donne bellissime e irraggiungibili, ma forma una coppia di fatto con la sua meravigliosa segretaria Della Street, un rapporto che non si ufficializzerà mai in modo vero e proprio, ma senz’altro consumato “dietro le quinte” visti i continui abbracci e i languidi sguardi tra i due, che senz’altro non sono due cherubini pudibondi, ma due spiriti forti e indipendenti, contro ogni schema; per fare un esempio, un romanzo della serie, “P.M e i due ritratti”, si apre con Mason e Della che tornano da un viaggio di piacere alle Hawaai; ai tempi era una cosa a dir poco ardita mostrare datore di lavoro e segretaria che se ne vanno in vacanza assieme senza essere sposati. Per chi scrive, Mason e Della Street formano la più bella e sensuale coppia del romanzo poliziesco proprio per quell’incompiutezza e quel “non detto”, e per quel velato erotismo di fondo che permea molte sequenze con i due assieme.
 
una splendida Della Street, sempre by Jacono.
 

Tutto questo, e molto altro, si trova nelle “zampe di velluto”; queste ultime non sono altro che le rapaci e graffianti manine di Eve Belter, fatalona dalle molte grazie e dal cuore di pietra che  si presenta da Mason per essere difesa da dei ricattatori, ma che finirà, con i suoi maneggi, per irretire l’avvocato in un gorgo di bugie e morti violente per uscire dal quale esso dovrà lottare con molteplici nemici, alcuni dichiarati e altri molto più subdoli. Impossibile riassumere questo eccitante fuoco di fila di trovate e colpi di scena, basti dire che siamo ad altissimi livelli, un robusto poliziesco d’azione che presenta anche un intreccio  di tutto rispetto e personaggi per nulla banali, e che soprattutto sembra veramente scritto ieri per quanto risuta ancora scattante e dinamico. Continuerò con entusiasmo a esplorare l’universo Gardneriano, ho scoperto una vera miniera d’oro, e se in passato ho minimizzato l’opera di questo autore beh, allora faccio ammenda perché sbagliavo. Certo, i romanzi con Mason non saranno tutti di grande livello, ma nessun ciclo di decine di romanzi può garantire sempre e comunque l’eccellenza. Nel frattempo, voi cercatevi questo fantastico esordio dell’avvocato del diavolo, uscito in varie edizioni; non ne rimarrete delusi, garantito.

domenica 15 febbraio 2015

"IL DRAMMA DEL FLORIDA" DI RUFUS KING.


Lo statunitense Rufus King appartiene a quella schiera di autori di polizieschi definiti “robusti artigiani”, ossia quel girone intermedio che sta tra i grandi e i mestieranti dimenticabili.

Purtroppo, si tende a inserire nella suddetta categoria autori di ben diverso livello, e se per alcuni è un riconoscimento anche troppo generoso, per altri la definizione di artigiano va decisamente stretta; e questo è certamente il caso di Rufus King (e senz’altro anche del suo formidabile omonimo, l’altro “re”  C. Daly King) un autore del quale ho letto ancora poco, ma quel poco mi ha sempre ampiamente soddisfatto, tanto da ripromettermi di dedicare alla sua opera tutta l’attenzione che merita.

Scrittore di grande scorrevolezza, in questo somigliante più alla Christie o a Quentin che a Van Dine o Carr, Rufus King fu un perfetto esponente  del poliziesco della golden age, e se non è famoso come altri grandi è perché forse ha avuto la sfortuna di non essere rispolverato a dovere dalla critica che conta, l’unico modo, per un autore di genere, di salvarsi dall’oblio.

Gran parte dei romanzi di King vedono protagonista il tenente Valcour, segugio preparato e uomo raffinato ma senza le esagerazioni di Poirot e Philo Vance, e meno famoso di loro proprio per questa normalità, come si sa i grandi detective sono ricordati solo se eccentrici e superomistici.

Ma King non era solo un autore di gialli di stampo classico, visto che a lui si deve uno dei mystery  più ammalianti e seducenti mai concepiti, ossia quel “Camera chiusa numero 13” dal quale il regista Fritz Lang trasse quel grandissimo film che è “Dietro la porta chiusa”. Anche se non rappresenta la poetica del suo autore, Camera chiusa numero 13 è un testo di rara bellezza che deve essere letto da tutti gli amanti dei thriller al cardiopalma, con in più una venatura da romanzo gotico che rende la pietanza ancora più saporita e amplifica egregiamente la suspense.

Ma il romanzo di King che non esito a definire un capolavoro è “Il dramma del florida”  (Murder by latitude, 1932) , uscito per la prima volta nel 1936 (numero 131 delle palmine, stupendamente tradotta da Piceni) e ristampato nel 2012 nei classici del giallo, ottenendo un’ottima accoglienza sul blog dei GM.
 
Splendida, come sempre, copertina  di Abbey.
 

Il romanzo si inserisce nel nutrito filone dei gialli ambientati in mare, una sfida che era praticamente obbligatoria per ogni grande autore della Golden age; si farebbe prima a fare un elenco degli autori che NON hanno scritto un giallo di ambientazione marinaresca, piuttosto che il contrario.

In ogni caso, Rufus King riesce, grazie anche alla sua esperienza diretta (aveva lavorato sulle navi) a creare un vero e proprio microcosmo di assoluta attendibilità, a farci vivere il viaggio, farci sentire anche noi parte dell’equipaggio o dei passeggeri.

Il Florida, va subito detto, non è una di quelle lussuose navi da crociera che andavano per la maggiore negli altri romanzi a tema, ma un modesto piroscafo per gente di media estrazione, che vuole recarsi alle Bermuda da New York senza spendere troppo. Il romanzo inizia subito col botto; un uomo (quindi sappiamo subito che l’assassino è di sesso maschile) si intrattiene con il marconista della nave, che aspetta un messaggio cifrato per il tenente Valcour, un messaggio che potrebbe risultare fondamentale per incriminare uno dei passeggeri; l’uomo ride e scherza con l’operatore, e appena il messaggio giunge lo strangola senza pietà, facendo sparire la missiva.

Quindi siamo già  in  pieno dramma, Valcour non è in viaggio di piacere ma sta cercando di bloccare un pericoloso omicida, che ha già ucciso a New York e potrebbe uccidere ancora proprio sul piroscafo; Valcour però non ha la minima idea di chi possa essere, perché non ha una descrizione fisica o qualche indizio materiale, sa solo che un omicida è nascosto tra la variegata umanità che popola la modesta imbarcazione.

Oltre a diversi uomini, ci sono anche alcune donne, tra le quali spicca la signora Poole, enigmatica mangiatrice di uomini non più giovane ma ancora molto bella, ma soprattutto ricca, che passa da un matrimonio, o meglio da un divorzio all’altro. Valcour la segue con attenzione, perché pensa che lei sia la vittima designata, in quanto a New York è stato trovato morto il suo primo marito, e sul luogo del delitto è stato trovato un enigmatico messaggio destinato alla signora stessa. Ma da quale mano verrà colpita? E soprattutto, perché?

E’ questo proiettare subito il lettore nel bel mezzo di un dramma, piuttosto che cominciare a narrare tutto dall’inizio, uno dei fattori che rende il romanzo eccezionale. E l’altro motivo, ancora più importante, è il formidabile innesto di una storia che affonda in un passato remoto; come in  “Trappola per topi” della Christie  l’omicida potrebbe agire per vendicarsi di abusi e traumi patiti nell’infanzia, in quanto l’enigmatica signora Poole adottò assieme al primo marito (non ufficialmente) una trovatella, coccolandola e mantenendola per alcuni anni nel lusso più sfrenato, per poi abbandonarla a se stessa una volta passato il capriccio, limitandosi a metterla in un istituto e passandole un mensile per il mantenimento, senza mai più rivederla; da qui Valcour formula un’agghiacciante ipotesi; se uno dei passeggeri più giovani fosse in realtà una donna travestita da uomo, che aspetta solo l’occasione giusta di farla pagare alla perversa “madre adottiva”?

Nel frattempo le morti diventano due, e nel piroscafo si diffonde un’atmosfera di incubo e di minaccia egregiamente tratteggiata dall’autore, e l’oceano diventa un luogo claustrofobico e opprimente, e in questo ricorda il delizioso “Vele insanguinate” della Rinehart, con quel memorabile assassino armato di ascia.

 La suspense si fa sempre più incalzante, in brevi capitoletti contrassegnati ognuno dalle coordinate raggiunte dal piroscafo al momento dell’azione (almeno nell’edizione delle palmine che ho io, non so in quelle successive…) ed è impossibile smettere di leggere fino al  superbo finale, che ribalta egregiamente tutte le teorie che Valcour ( e il lettore) avevano elaborato nel frattempo.

Un romanzo davvero imperdibile, di quei rari gioielli che unisce in se un enigma di prim’ordine, personaggi memorabili e una grande tensione; quei tre fattori che, almeno per me, fanno il giallo perfetto.

lunedì 2 febbraio 2015

LE PALMINE DIMENTICATE 5 - "LA TORRE DI RE GIOVANNI" DI MAURICE RENARD


Proseguono i fortunati ritrovamenti delle palmine in mercatini e bancarelle, che mi permettono di leggere le decine di testi della collana dei libri gialli, ovvero le Palmine, che non sono mai stati ristampati dai lontani anni trenta.

Di solito sono sempre stato molto critico verso la non-riedizione di queste opere, in quanto nelle precedenti quattro occasioni i testi mi erano parsi bellissimi e non meritevoli di cadere nel dimenticatoio…ma dico subito che, per questa volta, non ho niente da eccepire alla non-ristampa di questo romanzo Francese. Non che non mi sia piaciuto, anzi non mi divertivo tanto a leggere un libro da diverso tempo; ma fu inserito nella collana sbagliata, perché questo “Le singe”, che Renard scrisse in collaborazione col figlio Albert-Jean, è a tutti gli effetti un Urania ante-litteram, in quanto trattasi, udite udite, di un romanzo puramente fantascientifico, che non ha attinenza alcuna col poliziesco ne coi suoi sottogeneri; una spy-story, un’avventura alla Wallace, un romanzo gotico o un thriller a suspense ci potevano tranquillamente stare, ma non un pastiche alla Wells, seppure adorabile.
 
Come sapete, coi testi dimenticati spoilero, tanto difficilmente qualcuno di voi li avrà tra le mani; ma se comunque volete procurarvelo e gustarvelo fermatevi qua con la lettura dell’articolo, non  mi offenderò.

 Dunque, per me che non sapevo con cosa avevo a che fare è stata comunque una piacevolissima e straniante lettura, che mi ha avvinto totalmente: nei primi capitoli si parla di alcuni cadaveri disseppelliti da una misteriosa setta di resurrezionisti (che cosa deliziosamente affascinante!)e un vecchio signore incarica un giovane e rampante diplomatico, Claude Maxim, di raccogliere informazioni sulla faccenda . Poi questa pista narrativa viene temporaneamente abbandonata, in quanto l’attenzione si sposta sulle vicende del fratello di Maxim, Richard, che parte per un misterioso (forse fittizio) viaggio di lavoro ma viene trovato morto a Digione. Sembra sia un attacco di cuore, tutti sono addolorati, e così via; ma nel frattempo continuano ad arrivare telegrammi da diverse città Francesi, che comunicano che il signor Richard Maxim..è stato trovato morto. Alla fine della giornata, si avranno ben 4 Richard Maxim, identici in ogni particolare comprese le impronte digitali (quindi niente sosia travestiti) morti nello stesso istante in quattro angoli di Francia lontanissimi tra loro.

Beh, a questo punto ho cominciato ad avere qualche dubbio. Una situazione così nemmeno il Carr più sfrenato, nemmeno l’Halter più temerario potevano mai concepirla. E infatti, stavolta, la spiegazione razionale non poteva proprio essere possibile, altrimenti l’autore avrebbe schiantato tutti i grandi con un solo romanzo.

 No, nella seconda parte il romanzo diventa un libro di proto-fantascienza dove un “Mad Doctor” riesce a clonare perfettamente gli esseri umani, grazie a una macchina di sua invenzione custodita in una torre minacciosa, quella del titolo. Alla fine si scopre che i cadaveri li faceva rubare lui, per farci i suoi pazzeschi esperimenti. Insomma, un po dell’Isola del dottor Moreau, una spruzzata del Castello dei carpazi di Verne, qualche artificio da Feuilleton ed ecco uno strano, grazioso, interessante romanzo che però nella collana dei Gialli Mondadori, poverino, non ci può proprio stare. Potrebbe essere ristampato con una leggera rinfrescata (la traduzione di Cesare Giardini è ottima) negli Urania, ma la collana purtroppo non presenta mai qualche testo pionieristico, quindi ciò è impossibile.

Insomma, un grazioso reperto destinato a un sicuro oblio. Ma è stato proprio in unicum, nei GM? No. Perché, volendo proprio fare i pignoli, non è proprio la sola opera fantascientifica proposta nelle palmine…. visto che, nel numero 3, nel leggendario volume dedicato a Robert Louis Stevenson, si presenta nientemeno che “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide”. Miracoli di un’editoria ancora capace di sorprendere, senz’altro  più innovativa e audace di quanto non sia adesso.

lunedì 26 gennaio 2015

I "DELITTI EDITORIALI” DI SETTANT’ANNI DI GIALLO MONDADORI; OVVERO SPIETATO VADEMECUM SU COME MUOVERSI TRA MILLE RISTAMPE MUTILATE.


 
Come è giusto che sia, ognuno ha i suoi gusti e le sue preferenze, e non voglio assolutamente contestare giudizi discordanti dal mio, ma per quanto mi riguarda sono pienamente in disaccordo con chi sostiene che l’epoca d’oro della collana del giallo Mondadori è stata quella sotto la direzione di Alberto Tedeschi, figura che per molti appassionati è intoccabile. Forse perché in Italia le “alte cariche” col passare delle generazioni conquistano un’aura quasi leggendaria che ne porta all’apologia immediata e acritica, fatto sta che per me il periodo meno felice dei GM, ben peggiore della criticata gestione attuale, fu dal dopoguerra agli anni ottanta, ossia corrispondente proprio alla gestione Tedeschi.

Certo, in quegli anni uscivano tanti bellissimi titoli, ma negli anni cinquanta molti dei grandi erano ancora in piena attività, ed era facile far bella figura con materiale di prima scelta (anche se comunque inferiore a quello della golden age) disponibile fresco e sul momento. Che oggi non ci siano  più i grandi come la Christie,Carr,  Ellery Queen,  Woolrich, Chase, Gardner e  Ross Macdonald non è certo colpa dell’attuale redazione, che anzi ultimamente fa i salti mortali per offrirci ogni mese 4 libri che cerchino di accontentare il più possibile tutti i giallofili, dal purista che ama solo i classici fino a colui che vorrebbe solo thriller efferati contemporanei.

Quindi, si aveva buon gioco nel gestire una collana paragonabile a una vena d’oro appena scoperta. Però ogni volta che sento magnificare il vecchio e caro GM di una volta resto perplesso; se lo si fa per pura e semplice affezione o per le spendide copertine illustrate (altro che le orrende foto di adesso...) lo posso ben capire, ma se invece si pensa razionalmente a come veramente era gestito il tutto c’è solo da sconfortarsi.

Quando infatti il Giallo Mondadori ricominciò a pubblicare nel 1946 ripartendo da 1 e con una veste editoriale stile "rivista" , i lettori non si trovarono più di fronte agli eleganti volumi rilegati e con sovraccoperta che  davano al genere una dignità mai più ritrovata fino all’avvento dei Bassotti Polillo, ma a volumetti smilzi, poco attraenti, stampati su due colonne e con copertine, una volta esaurite quelle di Tabet rimaste in archivio, bruttine e approssimative (per fortuna arrivò ben presto Carlo Jacono). Ma nei primi anni del secondo dopoguerra la sciatteria editoriale era in fondo perdonabile non fosse altro che per la scarsità di materie prime, ma invece col passare degli anni e il ritorno a condizioni più floride per il paese la collana peggiorò invece sempre più, fino a diventare, nell’epoca del boom, una vera e propria rivista dove il testo era intervallato da frequentissime illustrazioni pubblicitarie, e per fare entrare queste ultime in un numero di pagine che più o meno era sempre il medesimo a farne le spese era il testo stesso, mutilato spietatamente.

Giallo nuova serie n. 9, poi per fortuna ritradotto negli anni novanta da Boncompagni.
 
 
E poi anche  le scelte dei titoli proposte erano in fondo abbastanza mediocri per il classicista magari abituato bene con le palmine; nel comprensibile filo-americanismo sviluppatosi nel paese dopo l’intervento alleato gli autori Statunitensi presero decisamente il sopravvento, l’Italiano medio andava in visibilio per qualsiasi cosa parlasse di America ed ecco quindi tonnellate di Hard Boiled che adesso sono datatissimi, tanto che molti titoli non si ristampano quasi più.

Per gli amanti del poliziesco classico c’era la Christie (che mai, grazie al cielo, fu messa in discussione) Quenn, Carr poco e male perché a Tedeschi non piaceva molto (argh) e praticamente la totale assenza, cosa fastidiosa e incomprensibile che non siamo riusciti a superare nemmeno adesso, di titoli che non fossero di origine Anglosassone; certo, qualche eccezione “Latina” c’era (Endrebè, Ciabattini, altri Italiani dei quali non è rimasta traccia) ma erano veramente gocce in un mare di English.

Quindi la verità è che per decenni si sono avuti titoli spesso bruttini, sforbiciati da traduttori che ai vari Pitta, Taddei e Giardini non legavano nemmeno le scarpe, intervallati da un mucchio di pubblicità, e mediocri a livello editoriale. Le copertine di Jacono erano splendide, ma è l’unica cosa positiva che riconosco.


 
Due esempi della collana "incriminata"
 
 
Ma il “delitto” peggiore (visto che si parla di gialli…) compiuto dalla redazione del tempo  fu di editare, a partire dagli anni cinquanta, la collana “I capolavori dei gialli Mondadori”, quella per intendersi col bordo rosso, che riproponeva perlopiù palmine…ma fortemente mutilate rispetto alla vecchia edizione, anche in questo caso per contenere i costi e far entrare la pubblicità nel testo; quindi se pensate di comprare un volume della collana, che so un Edgar Wallace o anche titoli come “L’ultima sera” di Wade o “L’ospite misteriosa” di Goodwin,  pensando di essere furbi perché costano meno e si trovano meglio della Palmina, allora sappiate che prenderete un’edizione fortemente tagliata. Certo, i nomi originale erano ripristinati e qualche termine desueto corretto, ma se ne andavano via pagine su pagine.

E il grosso problema derivato dalla scellerata gestione di questa collana è che quando nel 1967 partì quella dei “Classici del giallo” che dura ancora adesso molti dei titoli d’antan che vennero riproposti erano ripresi non dalla palmina ma dai capolavori, quindi ci si ritrovava il testo mutilato in una ulteriore edizione; se non credete a quello che dico, confrontate palmine come “La porta delle sette chiavi” di Wallace o “La polizia in casa” della Allingham coi volumi riproposti nei classici; manca almeno un quarto del testo.
 
Quindi, riassumendo, per non pochi titoli abbiamo avuto questa sorte;
1-PRIMA EDIZIONE, INTEGRALE O QUASI, NELLE PALMINE.
2- RISTAMPA CON TESTO ANNI TRENTA TAGLIUZZATO NEI
CAPOLAVORI DEL GIALLO.
3- NUOVA RISTAMPA NEI CLASSICI DEL GIALLO, CHE RIPRODUCEVA LA VERSIONE RIDOTTA USCITA NEI CAPOLAVORI.
 


Altri titoli che è meglio evitare; delle Tre meduse è bene cercare la Palmina, del Carr la nuova traduzione della Francavilla. Diffidare sempre delle traduzioni anonime, da leggere solo in mancanza di alternative.
 

Ma un giorno, sul finire degli anni settanta, il regno di Tedeschi e c. ebbe termine, e subentrò la redazione che ha fatto VERAMENTE la fortuna di noi giallofili, ovvero grandi esperti come Gian Franco Orsi, Ida Omboni, Laura Grimaldi, Lia Volpatti e Oreste del Buono (e scusate se per mancanza di fonti dimentico altri collaboratori)che  dette origine alla stagione più gloriosa per gli amanti dei classici del giallo; la redazione  cercò infatti, fin da subito, di riparare agli scempi editoriali dei decenni passati, e ristampò con nuove traduzioni integrali  quasi tutta l’opera di Agatha Christie, John Dickson Carr, Ellery Queen, Dorothy Sayers, Margery Allingham, Rex Stout e molti dei migliori Edgar Wallace. E inoltre, altra cosa assai importante, cominciò a riproporre autori della Golden age come Crofts, Blake e Wade, sepolti nell’oblio da decenni; il tutto continuando a soddisfare, nella collana del giallo inedito, tutti gli appassionati di altri tipi di poliziesco.

Dopo il cambio dei redazione, a metà anni novanta, la collana si ridimensionò decisamente, ma pur tra alti e bassi non siamo mai più scesi ai livelli della gestione dei decenni precedenti. Peccato che certi autori, come Gardner o la Eberhart, non siano mai più stati ritradotti, la strada era stata tracciata e anche percorsa a lungo, ma di lavoro ce n’era da fare ancora tanto.

Con questo, concludo che questo mio articolo non vuole assolutamente essere offensivo o mancare di rispetto alla memoria di Alberto Tedeschi e dei suoi collaboratori dell’epoca; Tedeschi era un esperto impareggiabile e un traduttore di prim'ordine, nessuno lo può negare, e non si può certo imputare solo a lui la sciatteria editoriale della collana durante la sua gestione, ma se si vuole collezionare gialli in modo serio e filologico occorre ribadire in tono fermo e deciso che, per quanto riguarda gli autori fondamentali,  è meglio evitare le edizioni uscite dal 1946 agli anni ottanta, e puntare decisamente ai titoli usciti durante la gestione Orsi-Grimaldi. Lo so che per gli esperti queste sono ovvietà, ma io prima di sapere queste cose ho comprato moltissimi “capolavori dei gialli” tagliati senza il minimo sospetto, e solo col tempo mi sono reso conto della verità. Spero che altri, leggendo questo post, non incappino nel mio stesso errore o perlomeno correggano il tiro.

 

 

venerdì 9 gennaio 2015

INVITO ALLA LETTURA DI PATRICK QUENTIN (ALIAS Q. PATRICK, ALIAS JONATHAN STAGGE)


 

Ho deciso di iniziare il 2015  rispolverando la mia collezione (completa, a parte l’introvabile Caso Cragge) di una delle grandi firme della letteratura poliziesca, e forse la più sottovalutata in assoluto; quella di Patrick Quentin.

Dunque, prima di parlare di Quentin va obbligatoriamente fatta una precisazione, nota a molti ma forse non a tutti; Patrick Quentin non è mai esistito, in quanto esso era solo lo pseudonimo con cui si firmavano due autori, gli Inglesi Webb e Wheeler, che nei primi anni furono coadiuvati da altre due autrici donne (Martha Mott Kelley, con la quale Webb firmò il primissimo romanzo,  e Mary Louse Aswell )  ma che poi, dopo lo spartiacque “Manicomio” si divisero da soli l’onore e l’onere di proseguire il cammino tracciato, almeno fino al 1952, anno in cui Webb lasciò per motivi di salute e i romanzi successivi furono scritti dal solo Wheeler. Uno pseudonimo, quindi, come per Ellery Queen; ma se Lee e Dannay erano complementari e fondamentalmente inscindibili (almeno nei primi anni) Webb e Wheeler invece non lo sono, in quanto hanno prodotto il corpus più variegato dell’intera storia poliziesca; nei loro romanzi e racconti, scritti dal 1931 al 1965, sono infatti riusciti nell’impresa di esplorare ogni singolo elemento del poliziesco, ogni  sottogenere di esso, ogni luogo comune, ogni topos; dai primi due romanzi rigorosamente classici, all’hard boiled nerissimo di Controcorrente, alla suspense spasmodica stile Woolrich di Soluzione estrema e Le rose volanti, al cupo studio sulla violenza e sul sadismo di Presagio di morte, al giallo psicologico dello splendido Il segreto della morte,  fino alle atmosfere Carriane dei libri a firma Jonathan Stagge. Particolare curioso, pur se gli autori erano Inglesi purosangue tutti i loro romanzi, eccetto il primo, sono ambientati negli States, paese d’adozione di Webb e Wheeler, anche se in certi casi, come “Troppe lettere per Grace” e “E i cani abbaiano” le atmosfere sono tanto British da risultare più vere del vero.

Ma non solo Quentin (per comodità ne parlo come fosse un vero e unico autore) riusciva a offrire ai lettori ogni sfaccettatura del genere poliziesco, ma lo faceva con leggerezza,  amalgamando i vari ingredienti in modo mirabile; non troverete infatti mai, nei suoi romanzi, la staticità e la lentezza di Queen o di Van Dine, ne le situazioni sempre sul filo dell’impossibile di Carr, ne i manierismi e i dialoghi omologati della Christie; o meglio, troverete tutto questo, ma mescolato con altre tonalità e altre sfumature, per una riuscita finale che forse non sarà di impatto come in un autore che ha un proprio stile inconfondibile, ma lascia sempre soddisfatti; infatti, se nessun romanzo di Quentin viene ricordato dai giallofili come un capolavoro assoluto del genere,  quasi tutti i suoi lavori sono però considerati ottimi, o comunque più che buoni. Certo, i libri poco riusciti (Il limite del furore, Delitto al club delle donne, Vacanze all’inferno) ci sono, ma sono certamente di più i titoli degni di nota.

Prima di addentrarci più in specifico nell’opera dell’autore, occorre precisare che ad oggi Quentin rimane uno degli autori più penalizzati dalle traduzioni; solo pochissimi romanzi sono stati tradotti e ritradotti in anni recenti, la grande maggioranza del corpus uscì infatti nei primi anni cinquanta, un’epoca in cui uscivano traduzioni anonime e spesso incomplete e piene di errori. Purtroppo i libri di Quentin non rientrarono nemmeno nel pregevole progetto di ri-traduzione dei grandi del genere avviato sotto la gestione Orsi – Grimaldi, e se tanti Queen, Stout, Christie, Carr e Sayers sono stati “salvati” , Quentin non usufruì o quasi del trattamento di favore. Però tengo a ribadire la grande leggibilità dell’autore, sia esso tradotto integralmente o meno; perfetti per essere letti in treno, o durante una veglia all’ospedale, nei romanzi di Quentin è  raro imbattersi in sequenze pesanti o impegnative; questo non sarà indice di grande letteratura, ma a me che spesso leggo da pendolare o in momenti di stanchezza, questo non può essere che un valore aggiunto.

Nei suoi 35 romanzi, un’opera di tutto rispetto, vi sono alcuni personaggi ricorrenti, che non hanno la fama di un Poirot o di un Perry Mason ma sono comunque conosciuti e amati dai giallofili.

Il personaggio senz’altro più noto di Quentin è Peter Duluth, il regista teatrale con il talento per l’investigazione che fin dalla sua prima apparizione, nel romanzo “Manicomio” del 1936, si trova a essere quasi sempre vittima e investigatore al tempo stesso; infatti Duluth viene presentato al lettore come un paziente di una clinica neuropsichiatrica che cura anche gli alcoolizzati cronici, categoria di cui Duluth fa parte da anni, dopo il trauma conseguito all’incendio del teatro nel quale aveva trovato la morte sua moglie Magdalene. Nell’istituto, oltre a risolvere il mistero di una serie di morti apparentemente inspiegabili, incontra colei che sarà il suo grande amore, ovvero Iris Pattinson, una ragazza bellissima che pian piano diventerà, sotto le mani sapienti del marito, una vera diva prima teatrale e poi cinematografica.

Peter e Iris Duluth rappresentano senz’altro la più bella coppia del giallo classico, il cui rapporto si snoda in più romanzi dove i due conosceranno anche le difficoltà, il tradimento reciproco, il male di vivere; un romanzo dalle atmosfere crepuscolari e decadenti come “Fiesta di morte” è anche uno dei più eccellenti studi sul rapporto di coppia mai letti su un libro giallo.

Nel ciclo che vede protagonisti i coniugi Duluth non va certo dimenticato il tenente Trant, abile segugio e in più occasioni “spalla” ideale del protagonista.

L’altro personaggio ricorrente dell’autore è il dottor Hugh Westlake, protagonista di tutti i libri a firma Jonathan Stagge;  ma, come per Peter Duluth con Iris, anche Westlake è inscindibile da un altro personaggio, ovvero la piccola adorabile Dawn, la figlia undicenne del dottore; è proprio la vivace,intelligente e talvolta birbante ragazzina che, involontariamente o meno, fornisce al padre indizi fondamentali per aiutare l’ispettore Cobb (figura speculare a Trant) a risolvere misteri di stampo più classico e goticheggiante. E Dawn è il personaggio della serie a cui ci si affeziona senz’altro di più, anche se purtroppo negli ultimi romanzi la sua figura diventa piuttosto marginale; e dico “purtroppo” perché Dawn è un poco la figlia che vorrei avere, pur con tutta la sua carica pestifera.

Una buona metà circa (17 su 35) dei romanzi di Quentin non presentano personaggi fissi, ma non per questo sono meno interessanti.

 

Segue l’elenco completo dei romanzi dell’autore;

 

ROMANZI SCRITTI COME Q.PATRICK

 

1-                     TE’  E  VELENO (Cottage sinister, 1931)

2-                     DELITTO AL CLUB DELLE DONNE (Murder at the Women’ City club,1932)

3-                     DRAMMA UNIVERSITARIO (Murder at Cambridge,1933), o PRIMA CHE IL TEMPORALE FINISCA (Murder at the Varsity,1933)

4-                     IN CROCIERA COL DELITTO (S.S. MURDER, 1933)

5-                     PRESAGIO DI MORTE (The grindle night mare, 1935)

6-                     LA MORTE FA L’APPELLO (Death goes to school, 1936)

7-                     IL SEGRETO DELLA GRANDE CLARA (Death for dear Clara)

 

8-                     IL CASO CRAGGE (The file of Claudia Cragge, 1938)

 

Non un vero romanzo ma piuttosto una ricostruzione di un caso giudiziario. Vero pezzo da collezionismo, uscito nel 1986 nella collana “dossiers gialli”, fortunato chi lo possiede.

 

9-                     TROPPE LETTERE PER GRACE (Death in the maiden, 1939)

 

10-                LA CASA DELL’URAGANO  (Return in the scene, 1941)

 

11-                SOLUZIONE ESTREMA (Dnger next door, 1952)

 

 

ROMANZI SCRITTI COME PATRICK QUENTIN

 

-                         I ROMANZI CON PETER DULUTH;

 

1-                     MANICOMIO (A puzzle for fools, 1936)

2-                     LO SPECCHIO STREGATO (Puzzle for players,1938)

3-                     LE ROSE VOLANTI (Puzzle for puppets,1944)

4-                     LA SORTE SBAGLIO’  TRE VOLTE (Puzzle for wantons,1945)

5-                     CERCO ME STESSO (Puzzle for fiends, 1946)

6-                     FIESTA DI MORTE (Puzzle for pilgrims, 1947)

7-                     IL POZZO DEI SACRIFICI (Run to death, 1948)

8-                     IL SEGRETO DELLA MORTE (Black widow, 1952, ultimo romanzo a firma doppia)

9-                     MIO FIGLIO L’ASSASSINO (My son, my murderer, 1954)

 

-ROMANZI SENZA PERSONAGGI FISSI;

 

1                       VACANZE ALL’INFERNO (The follower, 1950)

2                       E TUTTO FINIRA’ (The man with two wives, 1955)

3                       IL LIMITE DEL FURORE (The man in the net, 1956)

4                       DA’ UNA SPINTA AL DESTINO (Suspicions circumstances,1957)

5                       OMICIDIO DI GALA (Shadow of guilt, 1959)

6                       CONTROCORRENTE (The green- eyed monster, 1960)

7                       UN VELO SUL PASSATO (Family skeletons, 1965)

 

-I ROMANZI A FIRMA JONATHAN STAGGE (tutti con protagonista il dottor Hugh Westlake)

 

1-       E I CANI ABBAIANO (Murder gone to earth, 1936)

2-       LA BUONA MORTE (Murder of mercy, 1937)

3-       SCRITTO TRA GLI ASTRI (The stars spill death, 1939)

4-       SE CI SEI BATTI UN COLPO (Turn of the table,1940)

5-       CHIAMATE UN CARRO FUNEBRE (The yellow taxi, 1942)

6-       TRE CERCHI ROSSI (The scarlet circle, 1943)

7-       QUELLE CARE FIGLIOLE (Death my Darling daughters, 1945)

8-       DOLCE, VECCHIA CANZONE DI MORTE (Death’s old sweet song, 1946)

9-       LE TRE PAURE (The three fears,1949)

 E qualche bellissima copertina di Jacono ( a parte l'ultima, di Oliviero Berni);
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Come già precisato, molti titoli li ho letti molti anni fa e per una valutazione critica attendibile dovrei rileggerli; in ogni caso ho scelto cinque romanzi che per me sono imperdibili, dei veri must.

 

TROPPE LETTERE PER GRACE; Uno dei capolavori assoluti dell’autore, un testo  raffinatissimo che è al tempo stesso un romanzo impeccabile e uno degli ultimi esempi di grande giallo classico. Da non perdere, e da leggere solo nell’edizione integrale del classico del giallo n. 741.

 

DRAMMA UNIVERSITARIO/ PRIMA CHE IL TEMPORALE FINISCA ;

Godibilissima avventura poliziesca, scritta dal solo Webb, ambientata tra i giovani di Cambridge, un plot avvincente, romantico e con un tocco di gotico che risulta una vera chicca.  Il problema di questo romanzo è che ne esistono già in originale due versioni con titolo diverso, e sono state entrambe presentate in Italia; la prima è stata editata nelle palmine con la traduzione di Cesare Giardini, e la seconda, con traduzione anonima, nel 1996. Io le ho entrambe e le ho confrontate; le due versioni non differiscono di molto, una vale l’altra.

 

MANICOMIO; L’indimenticabile esordio di Peter Duluth. Ci volle coraggio da parte di Webb e Wheeler, ancora in piena golden age, nel presentare un detective dilettante che fosse del tutto diverso dai superuomini allora in voga; Duluth non è un gentiluomo di maniere affettate insensibile alla sensibilità altrui, è invece un regista teatrale in cura in una clinica per disintossicarsi dall’alcool, malato tra i malati. E questo primo inquietante caso, una serie di omicidi dai risvolti decisamente sinistri commessi all’interno della struttura (microcosmo reso in maniera davvero splendida), risulta avvincente e davvero molto interessante. Uscito originariamente tra le palmine, tradusse splendidamente Giuseppina Taddei.

 

IL SEGRETO DELLA MORTE;  Forse il romanzo più bello e maturo del duo Webb-Wheeler, una storia labirintica e angosciosa dove Duluth si trova a vestire i panni Hitchcockiani dell’uomo innocente ingiustamente accusato, e sarà più l’amore di Iris che non il lavoro di Trant a tirare fuori Duluth dai guai e smascherare un diablico omicida.

 

E I CANI ABBAIANO; l’esordio del dottor Westlake è anche un bellissimo e cupo romanzo dai toni gotici e Carriani, emblema perfetto della serie a firma Stagge. Fa da contraltare alla cupezza il dolcissimo rapporto tra Westlake e la figlia Dawn, autentico raggio di sole nella narrativa poliziesca.

 

Questi i miei cinque preferiti, ma l’opera di Quentin conta altri romanzi imperdibili come Presagio di morte, In crociera col delitto, Controcorrente, La casa dell’uragano, Dolce vecchia canzone di morte, Fiesta di morte, Cerco me stesso: e aggiungiamoci anche Scritto tra gli astri, ristampato questo mese nei classici del giallo; per un neofita di Quentin, un’ottima occasione per iniziare la scoperta di questa firma unica e inimitabile.