lunedì 25 maggio 2015

"LO STRANGOLATORE DI SEDGEMOOR" DI PETER LOVESEY.


 

Peter Lovesey, classe 1936, è senz’altro uno dei giallisti contemporanei più giustamente famosi ed elogiati, e tra i viventi credo sia il miglior continuatore, assieme a Paul Halter, della tradizione del grande poliziesco classico.
 
l'autore
 

Anche se Lovesey non ha scritto nessun poliziesco per cui usare l’impegnativo titolo di capolavoro, raramente una sua  pagina mi ha annoiato o fatto cascare le braccia. Dotato di una penna leggera e accattivante, le sue opere possiedono, se non gli intrecci, una leggibilità degna della Christie. Ho letto ancora poco dell’autore, ma “Morire dal ridere” giallo “storico” ambientato nel mondo delle comiche della Keystone di Mack Sennett, mi era sembrato un romanzo assolutamente impeccabile, così come “Colpo di scena” uno dei romanzi più recenti in cui compare Peter Diamond, il suo investigatore più noto. Ambientati in una Inghilterra contemporanea smaliziata e profondamente trasformata rispetto a quella dei romanzi della Golden Age (credo che in nessun posto come l’Inghilterra le cose siano cambiate così radicamente negli ultimi decenni) Lovesey, come Colin Dexter, ci regala però storie non troppo morbose e orripilanti come i gialli Svedesi che tirano oggigiorno, ma scrive i libri che scriverebbe la Christie se vivesse nel nostro tempo; e se negli ultimi suoi romanzi dame Agatha aveva cominciato a suggerire temi ai tempi proibiti come l’amore saffico o i rapporti familiari morbosi, adesso non avrebbe problemi a rendere il tutto esplicito; ormai niente è tabù, basta solo non esagerare con la brutalità, e Lovesey, almeno nei libri che ho letto, non tracima certo di effettacci pur non risparmiandoci i pugni nello stomaco.

L’opera che presento in questo post non è un romanzo, ma un racconto di quaranta pagine circa, che da il titolo a un bel supergiallo (caro, vecchio, estinto supergiallo…) del 2003 curato da Mauro Boncompagni e che comprendeva parecchi racconti di Lovesey, tra cui un apocrifo Sherlockiano.
 
 

Il racconto mi ha conquistato fin dalla prima riga soprattutto a causa dell’ambietazione, ossia quel Somerset paludoso e misterioso con quelle contee coi nomi che terminano in “moor”, luoghi resi mitici non solo dal Conan Doyle del Mastino dei Baskerville, ma anche da Edgar Wallace, che in più di una sua storia fa evadere prigionieri dalla famigerata prigione di Dartmoor, siano essi poveri innocenti in cerca di riabilitazione o criminali incalliti che fuggono per vendicarsi di chi, in quel posto, ce li ha mandati.

Lovesey però ci racconta il Somerset di un secolo dopo gli eventi del Mastino; siamo infatti nel 1995, data facilmente intuibile visto che due dei protagonisti della vicenda vanno al cinema a vedere “Seven” l’agghiacciante pellicola di David Fincher con Brad Pitt e Morgan Freeman che rimarrà come uno dei classici di fine millennio.

Le atmosfere tetre delle paludi di giuncaglie non mancano, ma Lovesey ci descrive realtà molto più prosaiche, ossia una coppietta che si apparta per consumare uno squallido rapporto sessuale in mezzo agli acquitrini, con lei, una ragazzina ben lontana dalle composte fanciulle di Wallaciana memoria, che si spazientisce perché il suo lui non viene subito al dunque e lei, completamente nuda nella brughiera notturna, prende freddo. Quindi ragazze incoscienti, che si appartano nella notte buia con uno sconosciuto, e infatti, perché anche se adesso i tabù sono caduti alla gente bisogna lo stesso fare attenzione, la ragazza viene strangolata senza pietà.

Ci spostiamo poi un uno dei molti pub di quella landa desolata, quasi una “bassa” Inglese, dove la giovane cameriera Alison Harker, di una bellezza quasi preraffaellita, sprecata a servire drink e birra ai rozzi sfaccendati della zona, fa conoscenza con Tony, un uomo affascinante, distinto e facoltoso che gira in Mercedes e passa da quelle parti per caso. Tra i due c’è subito attrazione, lui la invita ad uscire e lei accetta, e passa una bella serata anche se si stupisce del fatto che lui non la porti subito a letto; lo sguardo di Lovesey sui rapporti di coppia, almeno in questo racconto, è desolante; sembra che, tra uomini e donne, ci si avvicini solo per un motivo, e qualsiasi romanticismo diventa quasi sospettoso. Infatti, quando un altro cadavere, sempre di una giovane donna, viene ritrovato, e un poliziotto suppone che l’omicida sia un maniaco seriale il cui raptus omicida scatta quando riceve delle avances da una donna consenziente, Alison viene sfiorata dal terribile sospetto che lo strangolatore di Sedgemoor sia proprio il suo Tony, che ha tutti i requisiti per esserlo, cosa che finisce per pensare anche la popolazione del luogo, che, killer o non killer, non gradisce chi viene a corteggiare le loro donne…

Tutta la prima parte del racconto, l’evolversi del rapporto tra Alison e Tony e il tarlo del sospetto che divora la giovane donna, è di una intensità eccezionale, con una suspense degna della “Scala a chiocciola” di Ethel lina White; peccato però che nella parte conclusiva il racconto inizi a sfilacciarsi un poco e diventare inverosimile; infatti, con tutta la mia buona volontà, non mi riesce immaginare, nell’Inghilterra di venti anni fa, un branco di ragazzotti che perpetra linciaggi stile ku klux klan col beneplacito del resto della popolazione,  come anche l’identità del colpevole finisce per essere assai prevedibile per un lettore un minimo smaliziato; tutti elementi che finiscono per deturpare una vicenda che, con una ventina di pagine in più e senza esagerazioni, poteva risultare un piccolo gioiello prezioso, ma che così resta “solo” una buona storia.

Però, lasciatemelo dire; so che ormai i rapporti tra uomini e donne sono come li descrive Lovesey (se non peggio) e non ho nulla in contrario, ma che nostalgia, che nostalgia per le virginali ragazze in pericolo di Wallace, in fondo molto più sexy di una Alison qualsiasi proprio per quel loro reiterato, provocante pudore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

sabato 2 maggio 2015

“IL MISTERO DEL CASTELLO” DI NALIM (BIBLIOTECA DEI MIEI RAGAZZI SALANI)


Ogni buon bibliofilo che si rispetti conosce le antiche, prestigiose collane della casa editrice Salani sita in Firenze, da più di 150 anni uno di fiori all’occhiello della nostra editoria. Per un bibliofilo Fiorentino, poi, averne in casa dei volumi è quasi un obbligo; collane di romanzi popolari entrate nella storia come “I romanzi”, “La biblioteca delle signorine”, “La biblioteca delle giovinette” che pubblicavano nella stessa collana non solo autori e autrici di genere ma anche Manzoni, D’azeglio e molti grandi classici Francesi e Inglesi, sono rimaste nella storia. Erano volumi con sovraccoperte eleganti, finemente illustrate da maestri come Micheli e Cavalieri, che sono una vera gioia per gli occhi e per la mente. Ma tra tutte le collane del periodo di maggior fulgore della casa editrice (dagli anni dieci agli anni trenta) quella che oggi è più ricercata, specialmente qui a Firenze dove per i volumi in ottime condizioni alcuni collezionisti non esiterebbero a incrociare le spade in un duello rusticano, è una collana che fu pensata per i giovani, la “Biblioteca dei miei ragazzi”.

Cosa ha di speciale questa collana? Molto. In origine ne uscirono 99 volumi, che costituirono il vero e proprio diletto maximo per quelli che erano bambini/ragazzi negli anni trenta a Firenze; un signore ultranovantenne che conosco mi ha confessato che quegli eleganti volumetti dalla sovraccoperta “continua”, ovvero un’unica illustrazione che dalla prima di copertina di estendeva alla quarta, dorso compreso, erano il regalo natalizio più desiderato dai fanciulli di allora, e, ridendo, ha ammesso di collezionarli in tarda età perché, ottanta o quasi natali prima, ne aveva desiderati alcuni senza poterseli permettere.

Erano perlopiù storie romanzesche a lieto fine, ma mai pedanti o zuccherose come altri romanzi per ragazzi, bensì avventurose, accattivanti e con traduzioni scattanti e ancora fresche (C’erano autori Italiani come Chelazzi e Pessina, ma per il resto erano quasi tutti autori Francesi) e spesso, come si vedrà, venate di mistero oltre che di garbato umorismo, elementi indispensabili nei libri per la gioventù.

Insomma, almeno per qualche altro decennio (almeno spero) la collana sarà ancora ricercata accanitamente perlopiù da persone ben lontane dall’essere ragazzi; io, famoso ormai tra i libri di Firenze come l’unico giovane che la cerca, evito gli esosi librai da collezionisti e la cerco in bancarelle e mercatini (o alla libreria della signora Deanna in via Ghibellina, vero paradiso di meraviglie a prezzi onesti) e senza spendere cifre alte ne ho già in casa una ventina.

Ma io, al contrario dei nostalgici, se colleziono dei libri non è per far fare loro bella mostra negli scaffali ma per leggerli; per cui, senza pregiudizio alcuno verso la letteratura etichettata per ragazzi, ho già letto qualche titolo, dando la precedenza, dati i miei gusti, ai titoli dall’aria più “misteriosa”, ovvero romanzi dai titoli come “Il segreto dell’uomo di ferro”, “La teleferica misteriosa” (uno dei più noti e ristampati della collana, un vero e proprio giallo molto carino di cui parlerò prossimamente) e soprattutto “Il mistero del castello”, uno di quei titoli evocativi al quale il sottoscritto non ha mai saputo resistere, visto che adoro sia i castelli che i misteri. Scritto dal misterioso “Nalim”, pseudonimo di un autore (o autrice?) Francese di libri di genere, la lettura di questo romanzo si è rivelata assolutamente deliziosa anche per un ex-ragazzo (ma non troppo ex, dai…) del 2015.
 
Copertina originale nel formato "continuo" di cui vi parlavo (fonte; sito Libreria Marco Polo)
 
 
Siamo nel nord della Francia, più o meno ai tempi dei tre moschettieri. Infatti si inizia quasi come un cappa e spada, con gentiluomini a cavallo dal temperamento fermo e ardito, raccontando la storia del Cavalier di Brenne, uomo molto buono e onesto ma sul cui onore pesa un grosso sospetto, sospetto che gli ha inviso una parte dei suoi vecchi conoscenti e amici, compreso il migliore di essi che, incontrandolo in una taverna, non vuole nemmeno stringere la mano che il cavaliere gli porge, lasciandolo addolorato  e con gli occhi pieni di lacrime.

La macchia sull'onore del Cavalier di Brenne, proprietario del piccolo Kerjonc, un grazioso castello confinante con il più vasto grande Kerjonc, appartenente a un signorotto con la puzza sotto il naso, risale a un enigmatico fatto avvenuto alcuni anni prima; durante una notte di tempesta, un messo che trasportava una ingente somma di denaro destinata al Re chiese ospitalità al signor di Brenne, che ovviamente lo soccorse e gli destinò una stanza per la notte tra le migliori del castello; la mattina dopo però, nonostante il messo avesse chiuso a chiave la porta dall'interno e sulla neve sotto la finestra (peraltro chiusa) non ci sia orma alcuna, il sacco coi denari risulta scomparso, e anche se poi l'indagine non ha portato a niente, l'onta sul capo del Cavaliere è rimasta, e pesante.

Un inizio, quindi, da giallo della camera chiusa in piena regola; ma "Nalim" non è certo Carr, e infatti trasgredisce alla prima ferrea regola degli enigmi di camera chiusa, ossia "Non ci devono essere passaggi segreti di nessun tipo", ma invece esso, per la delusione dei giallofili, c'è eccome, seppur abilmente celato.

Il passaggio, che tra l'altro collega i due castelli, verrà scoperto per caso, anni dopo, da Matilde, simpatica e irrequieta figlia del proprietario del grande Kerjonc, che lo utilizza per andare a trovare la piccola, adorabile amichetta Renata, orfanella pietosamente adottata dal Cavaliere di Brenne; le due bambine, le vere protagoniste del romanzo, indagheranno assieme sul mistero del castello (anzi, dei due castelli) e se tutto alla fine, compresa l'identità del colpevole, sarà abbastanza scontato, (curioso però il risvolto psicologico; costui ruba non per sete di ricchezza ma per pura cleptomania, non spende un soldo delle sue rapine ma adora passare il tempo a contemplare le monete nel forziere, quasi un antenato di Paperon de Paperoni) il lettore con la giusta empatia verso questo tipo di libri troverà lo stesso di che emozionarsi e divertirsi, perchè il ritmo è eccellente e non conosce cedimenti, i personaggi, a cominciare dalle bambine, sono adorabili, il decor è gustoso ed  bello perdersi in passaggi segreti tenebrosi che conducono chissà dove...forse da qualche parte nell'immaginario della nostra infanzia, che per quanto mi riguarda talvolta provo piacevole ritrovare.

Insomma, alcuni di questi volumi della Biblioteca dei miei ragazzi sono assolutamente da leggere, e non solo da collezionare per le copertine o per vantarsene (con chi poi?), storie senza tempo che possono ancora dare molto.

Tra l'altro, questo e altri titoli tra i più noti della collana come "Otto giorni in una soffitta", "La piccola pantofola d'argento", "Il fanciullo che venne dal mare", "Lupo, ci sei?", "La teleferica misteriosa", "Sussi e Biribissi"  e altri ancora, furono ristampati dalla Salani in vari formati anche nel dopoguerra, e non sono impossibili da trovare nelle bancarelle, anche se il fascino dei volumi anni trenta resta irraggiungibile.

Insomma, Biblioteca dei miei ragazzi? no, figuriamoci se i ragazzi ora leggono questi libri, non fosse altro perchè non sanno cosa siano; Biblioteca per adulti senza pregiudizi e snobismi letterari, direi.

martedì 28 aprile 2015

"ARSENE LUPIN E LA CONTESSA DI CAGLIOSTRO" DI MAURICE LEBLANC.


Della strepitosa iniziativa del Corriere della sera, che da qualche settimana ci sta proponendo l'intero ciclo di Arsene Lupin, re dei ladri gentiluomini (anche se non il capostipite..) nelle nuove tradizioni integrali della Newton ho già parlato, e spero di avere interessato qualcuno di voi, se non altro a prendersi l'ebook del mammuth Newton (edizione alla quale si rifà la collana del Corriere) a 4,99. Ma ormai, in Italia, chi li conosce più Leblanc e la sua creatura? Su Wikipedia e siti specializzati poco o niente, nemmeno qualche trama sommaria dei romanzi, insomma, un autore non tanto sottovalutato quanto proprio obliato dal grande pubblico, anche se Lupin lo conoscono tutti, ma solo per “merito” di un cartone animato Giapponese che rielabora in modo assai Nipponico (sulla qualità del prodotto non mi pronuncio, perché gli appassionati di anime sono minacciosi e saltano alla gola) il personaggio.

Ma cerchiamo di inquadrare meglio la sfocata materia. Maurice Leblanc era un autore Francese, ma era Italiano, anzi Napoletano, da parte di madre; raffinatezza, calore e creatività li aveva quindi nei geni.
 
L'autore
 

Iniziò col pubblicare racconti realistici sullo stile di Maupassant, quando nel 1905, per scommessa, pubblicò il racconto "L'arresto di Arsene Lupin" dando poi vita a un ciclo unico nel suo genere, conclusosi solo nel 1941con la morte dell'autore; come Sherlock Holmes (che fu pubblicato da Conan Doyle fino al 1927), i romanzi con Lupin continuavano ad avere successo pur appartenendo a un gusto letterario di stampo ottocentesco decisamente superato, ed era un lusso che in pratica si poteva permettere solo Leblanc; ormai la narrativa del mistero, in un'epoca in cui la Christie e Simenon erano già sulla breccia, aveva preso altre strade, ma il pubblico Francese non tradì mai il suo grande narratore.

Si, perchè Leblanc era (e rimane) davvero un grande. Però, tenete conto, non era un giallista, no, Leblanc fu l'ultimo, e forse il più grande, esponente di quel Feuilleton iniziato in Francia quasi un secolo prima con Sue, narrativa popolare dalle tinte fosche e dai molteplici colpi di scena ereditata poi da Paul Feval, Xavier de Montepin, Souvestre e Allain col loro Fantomas, Gaston Leroux e molti altri; Leblanc ne fu il compimento, il punto d'arrivo di un genere da lui stesso tenuto in vita oltre il suo ciclo naturale. Questo perchè Leblanc, ammiratore di Conan Doyle, seppe portare nella narrativa popolare Francese, abbastanza pesante e oggi faticosamente leggibile, la leggerezza della prosa Anglosassone, togliendo esasperazione e melodramma in favore di agilità e umorismo. Per questo ha varcato in carrozza la soglia del secolo ventunesimo, mentre il lutulento Fantomas è rimasto ormai irrimediabilmente impantanato.

Ma, diciamocelo, il folle e truce Fantomas e il raffinato e gioioso Lupin non si sarebbero rimasti molto simpatici; Lupin non uccide, non terrorizza, e ruba solo a chi sa che, nonostante il furto subito, continuerà lo stesso a mangiare il suo caviale quotidiano. Un novello Robin Hood, se non fosse per il fatto che di dare ai poveri non ci pensa nemmeno un po, a parte qualche significativa eccezione. Lupin si fa beffe delle sue vittime, dei poliziotti che indefessi cercano di catturarlo rimanendo col solito pugno di mosche in mano (tra i suoi avversari abbiamo anche una parodia di SH, ovvero Herlock Sholmes). Galante e seducente, flirta con tutte le donne che gli capitano a tiro, talvolta in modo niente affatto casto.

Il ciclo delle avventure del ladro gentiluomo si può sommariamente dividere in due categorie; le storie (principalmente i racconti brevi) di gusto più British, e le storie (romanzi come La contessa di Cagliostro, La scheggia d'obice, L'isola delle trenta bare) di stampo decisamente più continentale.

A questo secondo gruppo appartiene senz'altro "Arsene Lupin e la contessa di Cagliostro" testo del 1924 che riassume appieno la parte "verace" della saga del ladro gentiluomo.

Cover dell'edizione uscita 2 settimane fa in edicola.
 
 
Questo romanzo si può senz’altro definire come il “Ritratto del ladro da giovane” un vero e proprio bildungsroman criminale dove il ventenne Arsene, gentleman cambrioleur già dotato ma ancora grezzo e inesperto che al tempo dei fatti narrati si faceva chiamare Raoul D’andresy, si imbatte per la prima volta in avversari degni del suo nome e soprattutto nella donna che lo renderà uomo in ogni senso, una vera e propria Afrodite sensuale e perversa come solo una Dea può essere; Josephine Balsamo, alias Contessa di Cagliostro, dalle origini misteriose (e mai del tutto chiarite da Leblanc, che si dimostra maestro di ambiguità), che alcuni credono essere la reincarnazione di una donna vissuta oltre due secoli prima dei fatti, se non proprio la stessa donna riuscita a mantenersi in vita, oltre che giovane e bella, grazie chissà a quale artificio, magari risalente al suo sinistro antenato. Lupin, a un certo punto, da alla stessa contessa una spiegazione razionale sul mistero della sua età, e la donna non conferma e non smentisce.

Aldilà della trama, molto avvincente ma ormai inflazionata da innumerevoli tentativi di imitazione, di un tesoro nascosto in qualche ignoto anfratto e conteso tra due bande, quella capeggiata dalla stessa Josephine e quella formata da cosiddetti “nobiluomini” e capeggiata dal fosco Beaumagnan, legato alla Balsamo da un rapporto di odio profondo e straripante passione.

Ma Beaumagnan, più che un cattivo tout court, è in fondo solo una delle tante, patetiche vittime di Josephine; nessuno, infatti, può resistere al fascino, al tempo stesso angelico e demoniaco, della contessa; Arsene Lupin se ne innamora perdutamente, dimenticando per lei, in modo assolutamente meschino (ma forse, se a vent’anni avessi avuto una come la Balsamo tra le mani, nemmeno io sarei stato irreprensibile..), la dolce Clarisse d’Etigues, figlia di uno dei seguaci di Beaumagnan, da Lupin sedotta e abbandonata senza troppi patemi. Sarà la pervicacia dell’amore di Clarisse, più forte di tutto e tutti, a trarre il giovane Lupin dal baratro di una passione folle e totalizzante, per un romanzo che senza una sola descrizione esplicita riesce comunque a tracimare di un erotismo decadente e raffinato. E quando il finale dell’opera, volutamente aperto per lasciare spazio a seguiti, vedrà Lupin- Ulisse sfuggire a Calipso e riunirsi alfine alla sua Clarisse- Penelope, l’ombra della Contessa sarà ben lungi dall’essersi dissolta.

Per quanto mi riguarda, questo splendido romanzo rappresenta il canto del cigno e il punto d’arrivo del feuilleton, genere che cesserà di esistere (lasciando perdere romanzacci di qualità infima scritti da chissà chi) con Leblanc; la Francia era pronta per altre espressioni artistiche, Simenon si sarebbe presto affermato, così come i grandi Noir adulti e disillusi scritti da Prevert e diretti da Carnè, e poi ci sarebbe stata una guerra dopo la quale i Francesi non avrebbero più avuto voglia di Feuilleton ma di realismo, di passione politica, e poi di Nouvelle Vague. Ma mentre molte cose passano, Leblanc rimane e rimarrà, assurto ormai a mito, a classico senza tempo. Ed è giusto che sia così, e che iniziative come quelle del corriere, necessarie e meritorie, lo sottolineino.










sabato 25 aprile 2015

VASCO MARIOTTI, UN AUTORE DIMENTICATO...MA ORA NON PIU'.


C’era una volta Vasco Mariotti. Faceva parte della nutrita schiera di autori Italiani che contribuirono, secondo i diktat del regime che voleva autori nostrani che emulassero le imprese di titani come Wallace e Simenon, impresa che, seppur fallita (ma era persa in partenza, il poliziesco era un genere degli anglosassoni) ci ha lasciato alcuni ottimi tentativi, specialmente sul versante “emuli di Simenon”, nel quale spiccò il talento di Augusto De Angelis ed Ezio d’ errico, due carriere promettenti ma brevi, visto che il primo fu ucciso a suon di pugni da un bravaccio repubblichino e il secondo rinnegò la produzione “di consumo” per passare a letteratura più “alta”.

Se Mariotti, che nacque a Firenze nel 1906 e vi morì prematuramente nel 1962 per le conseguenze di un incidente stradale, non è noto al pubblico come un Varaldo o un D’errico, si deve forse al fatto che i due romanzi gialli che la mondadori accettò e pubblicò negli anni trenta (quando l’autore era quindi piuttosto giovane) non uscirono nella collana delle Palmine ma in quella dei Gialli economici, che era un po la “serie B” del giallo Mondadori dell’epoca, anche se in essa apparvero quasi tutti i primi romanzi con Maigret, quindi serie B molto relativa…fatto sta che gli autori Italiani apparsi nei GEM (Ferdinando Guidi di Bagno, Alfredo Pitta, Gastone Simoni, Magda Cocchia Adami…)siano tra i più obliati. Per Mariotti, il “declassamento” è stata una vera e propria ingiustizia, perché dei due romanzi sopra menzionati almeno uno, “L’uomo dai piedi di fauno” è un gioiello assoluto che meritava una vetrina più prestigiosa, anche se la copertina originale di Abbey (il grande copertinista delle prime 143 palmine, prime 4 escluse) lascia comunque credere che sulle prime fosse pronto per la collana più importante e poi spostato in seguito.

 
 
Il romanzo, scritto senz’altro in modo ingenuo e talvolta melodrammatico, è comunque un riuscito cocktail di poliziesco e gotico con suggestive pennellate orrorifiche. Ambientato in una Torino cupa e decisamente provinciale, una città dimessa che rimpiange i fasti recenti ormai irrimediabilmente perduti e si adegua alla sonnacchiosa realtà quotidiana sotto il duce, una città di nobili decaduti, di sartine offese, di onesti operai e poliziotti integerrimi; ovvero, il posto forse meno adatto per ambientarvi una storia da brividi e dalle tinte decisamente fosche; l’inizio, con la misteriosa, allucinante figura di un uomo che cammina in modo strano e sembra sempre trovarsi nei pressi di un fatto di sangue, è memorabile e non ha niente da invidiare agli anglosassoni, e anche se poi l’arzigogolata storia risulta più vicina al melodramma stile Invernizio che non al poliziesco classico (ma con una prosa decisamente più asciutta e scattante) con storie d’amore contrastate, duelli rusticani e altri armamentari del romanzo popolare nostrano, si arriva alla fine con facilità, e se il finale risulta non completamente ortodosso per un certo tipo di lettori, sono sicuro che si perdonerà all’autore qualche “licenza poetica”, perché senz’altro con questo romanzo esso ci ha divertiti ed emozionati.

L’altro romanzo di Mariotti che la Mondadori diede alle stampe fu “La valle del pianto grigio” opera forse datata ma sicuramente suggestiva nel suo essere fantasiosa e piena di colpi di scena; ambientata in una Sicilia cupissima e irriconoscibile, questa storia riecheggia quelle del giallo “esotico” stile Mason e Sax Rohmer, con una misteriosa vendetta che viene dal passato e coinvolge due fratelli che da giovani avevano fatto fortuna nelle remote miniere del Sudafrica con mezzi forse poco puliti, e che all’inizio del romanzo vivono con le rispettive famiglie una vita quieta e serena, almeno fino al momento in cui nella loro tenuta inizia a propagarsi il terribile flagello della “Morte grigia”, un misterioso morbo che lascia nelle sue vittime una scia grigia attorno agli occhi, come se avessero pianto lacrime colore dell’argento. Di giallo classico, in questa vicenda ingarbugliatissima ma agile e godibile, non c’è quasi traccia, anzi la storia è del tutto assurda e con un finale decisamente forzato.. ma anche in questo caso, che importa? Sarebbe assurdo leggere Mariotti come si legge la Christie o Carr, sono romanzi di mistero e avventura che non chiedono altro che farci divertire, e così accadrà con chiunque dia loro una possibilità.

Ora, la domanda sarà; ma dove me li vado a cercare questi romanzi? Gli originali anni trenta si trovano male, e anche le ristampe nella collana Gim- Gialli Italiani Mondadori edita negli anni settanta sono rognosetti da reperire; ma niente paura, perché se avete un E-reader i testi sono stati riproposti di recente da una neonata e benemerita casa editrice (solo di ebook), la CLIQUOT, progetto editoriale portato avanti da giovani di Roma provvisti di un grande amore per la letteratura a torto dimenticata (non solo Italiana, come vedrete) e anche di grande pazienza e costanza nel riproporre testi assai “rischiosi” visto che autori come Mariotti almeno fino ad adesso erano dei cari estinti.
 
 
Nel loro catalogo, non ancora ampio ma comunque estremamente succulento, Mariotti è ben rappresentato; è disponibile “L’uomo dai piedi di fauno” e, pensate un romanzo INEDITO dell’autore Fiorentino, che si intitola "La legge di Manu" scoperto da poco tra le sue carte e subito reso disponibile al grande pubblico dai redattori della Cliquot. Uno dei ragazzi della redazione, il simpatico Federico, mi ha informato che anche “La valle del pianto grigio” è tra i prossimi progetti della casa editrice, quindi cosa dovete fare adesso? Prendere L’uomo dai piedi di fauno e gustarvelo, così da concordare sul fatto che questo autore fosse decisamente da riscoprire, e poi proseguire nella scoperta del catalogo Cliquot.



Qui il Link del sito;   http://www.cliquot.it/


Buona lettura con questi piacevoli romanzi del mistero tutti Italiani; non saranno stati dei giganti, ma tra le sequoie dei grandi autori Anglosassoni, questi allori nostrani non sfigurano affatto.



lunedì 20 aprile 2015

"I QUATTRO CANTONI" DI REX STOUT


L’americano Rex Stout non è tra gli autori più considerati dai puristi del mistery, in quanto i suoi intrecci non sono niente di mirabolante; tutto vero, ma coloro che quando leggono polizieschi non cercano solo un plot mirabolante, non possono fare a meno di amarlo. Perché forse, anzi no sicuramente, Stout era la più grande penna della storia del poliziesco,era prima eccelso scrittore e poi rappresentante di un genere.

 Era, in questo, come Simenon, un Simenon più allegro, glamour e infinitamente più disincantato (Maigret in fondo è un eroe romantico..), con delle sequenze che sono dei veri capolavori di umorismo al vetriolo, su tutti i battibecchi tra il titanico e granitico Nero Wolfe e l’assistente Archie Goodwin, una vera e propria coppia di fatto del romanzo poliziesco, che appunto ci regala perle di vita di coppia come nessun Arcibaldo e Petronilla o Blondie e Dagwood hanno fatto mai.

Tutti i romanzi con Wolfe sono di piacevolissima lettura, e si casca più o meno sempre sul morbido. Ma ci sono delle occasioni in cui, oltre a una penna in stato di grazia, viene presentato anche un enigma di tutto rispetto, sia nello svolgimento che nella soluzione. Sono i casi del “La traccia del serpente”, “La lega degli uomini spaventati”, “La scatola rossa” e sicuramente questo “I quattro cantoni”, astruso titolo italiano di “Prisoner’s base”.

cover della prima edizione
 
 
Scritto nel 1952, nel pieno della maturità di Stout (che iniziò con un filotto di capolavori impressionanti negli anni trenta per poi assestarsi su un livello da straordinario a ottimo negli anni successivi) questo è uno dei suoi libri in assoluto più belli, profondi e convincenti.

Ambientato in una New York del dopoguerra già disincantata rispetto ai tempi di Van Dine, stavolta Wolfe si muove tra personaggi più realistici e “quotidiani”, senza il decor lezioso di personaggi come Lily Rowan (a proposito; ma lo stolido  Archie Goodwin gliele avrà mai strappate le mutandine in un impeto di passione almeno una volta? Quei due sono ancora più esasperanti di Perry Mason e Della Street..) o prestigiose competizioni culinarie, esposizioni di orchidee e altri ambienti glamour di solito prediletti dall’autore.

In realtà l’ereditiera pazzerella, la flapper fuori tempo massimo all’inizio c’è, e delle più sfrontate; la bella e giovane Priscilla Eads arriva al punto di chiedere a Wolfe di nascondersi in casa sua per un capriccio non ben chiarito, che è più o meno come chiedere a me di prestarvi una palmina, e infatti il misogino Wolfe, ignorando le proteste del galante Goodwin, la sbatte fuori. Scelta comprensibile ma sbagliata, visto che la bella Priscilla finisce uccisa nel suo appartamento, assieme alla sua cameriera. E siccome Goodwin, romantico cavaliere di ventura, si sente resposabile (al contrario di Wolfe che se ne sbatte altamente) inizia a indagare su una pista ben definita, in quanto la morta lascia un considerevole patrimonio in dollari e azioni da spartire tra quattro azionisti di maggioranza (i quattro cantoni del titolo)  dell'azienda di famiglia della quale da pochi giorni era diventata titolare,  ma Goodwin da solo vale il giusto, e finisce ben presto in grossi guai. Al sedentario  Wolfe toccherà recarsi fino in centrale per tirarlo fuori di prigione e infine, più per  sfinimento che per altro, accetta  di indagare e, dopo altri omicidi, uno dei quali particolarmente sgradevole ed efferato tanto da ricordare quelli narrati da Ed McBain, arriverà a una soluzione una volta tanto degna dei maestri del giallo classico, con tanto di riunione finale di tutti i sospettati in stile Poirot. E alla fine l’amarezza sarà tanta, in questo romanzo dove a morire sono le donne, e dove gli uomini giudicano, cercano di prevaricare, brutalizzano, ma non sanno proteggere.

In ogni caso, questo è un testo che va letto (meglio nella versione tradotta da Gianni Montanari nei classici del giallo n.730) come un grande esempio di letteratura Statunitense, uno spaccato di anni cinquanta con giovani vedove di guerra (quella di Corea) loschi affaristi, pubblicitari e stilisti di dubbia moralità, avvocati infidi..tutta una commedia umana di altissimo spessore, un vero e proprio capolavoro fine come seta e tagliente come un rasoio. Da non perdere.

giovedì 16 aprile 2015

DUE ANNI DI BLOG!!!




Cari amici vecchi e nuovi di "assassini e gentiluomini",

è un piacere festeggiare assieme a voi il traguardo dei due anni di vita di questo blog; nato quasi per scherzo, sta diventando ormai una piacevole consuetudine, un luogo ameno dove ritrovarsi e parlare di una mia passione che spero, almeno in piccolo, di riuscire a far arrivare anche a voi lettori.

Sinceramente non sono molto soddisfatto degli ultimi 12 mesi di attività; purtroppo il tempo libero è stato veramente poco (chi asserisce che con l'età aumentano le responsabilità e gli impegni dice una grande verità...) e non sono riuscito a parlare di tutto ciò che avrei voluto. In ogni caso, ora che entriamo nell'anno tre, vi informo di alcune novità riguardanti il blog; se finora ho spaziato infatti solo su romanzi e racconti, da ora in poi verrà dato spazio anche al cinema e ai fumetti di stampo poliziesco, e inoltre saranno maggiormente discussi gli autori Italiani e Francesi (che ho colpevolmente trascurato, sono stato veramente troppo Anglofilo...) e davvero spero che, con più argomenti su cui spaziare, la vostra partecipazione non solo rimanga costante, ma aumenti!

Insomma, state connessi che nei prossimi mesi ci divertiremo ancora molto insieme. E di nuovo grazie di cuore a tutti i lettori di "Assassini e gentiluomini", e un caro saluto dal vostro Omar.

giovedì 2 aprile 2015

TUTTO ARSENE LUPIN CON IL CORRIERE DELLA SERA!!!

Cari amici,


A volte ci sono delle notizie editoriali talmente belle da aver voglia di condividerle subito, e come non applaudire fino a spellarsi le mani alla nuova iniziativa del corriere? due anni dopo i bassotti Polillo versione edicola, ecco una nuova collana che delizierà non solo i giallofili ma tutti gli amanti della grande letteratura d'intrattenimento, visto che stiamo parlando nientemeno che di Maurice Leblanc, il creatore del più grande dei ladri gentiluomini, quell'Arsene Lupin che, come Sherlock Holmes, è ancora vivissimo nell'immaginario collettivo, un mito che non conosce oblio.

La prima uscita, ovvero la raccolta di racconti in cui Lupin fece il suo esordio, dal titolo "Arsene Lupin, gentleman cambrioler" la trovate in edicola da oggi, giovedì due aprile, al costo di 6,90 (stavolta niente prezzo lancio per la prima uscita, purtroppo..) e lo stesso prezzo avranno anche le successive venti uscite, a cadenza settimanale.

I volumi si presentano in una brossura elegante, con copertina munita di risvolti e buona fattura editoriale. L'edizione che viene proposta è quella della Newton Compton, quindi traduzioni recenti e integrali, niente mezze fregature (traduzioni vetuste riproposte senza molto criterio) come successo di recente per altre case editrici. Il ciclo di Lupin in edizione Newton era finora contenuto in un unico Mammuth di 3000 pagine che ho comprato al tempo ma che poi non ho mai letto perché veramente troppo scomodo, e un estimatore di Leblanc come il sottoscritto non può assolutamente esimersi dal possedere questi eleganti volumetti. In ogni caso il volumone era uscito anche in versione ebook, quindi chi non subisce come me il fascino del cartaceo può avere tutto il materiale con un paio di click.

Insomma, io ho già liberato uno scaffale per accogliere queste perle. SI parte forte, perché dopo questa ottima raccolta la settimana prossima ci aspetta il capolavoro "La contessa di Cagliostro".

Questo il link al sito del corriere.

http://www.corriere.it/iniziative/lupin/index.html

E buona, anzi ottima lettura in compagnia del leggendario Lupin.