venerdì 21 febbraio 2014

"LORD PETER E L'ALTRO" DI DOROTHY SAYERS.


La mia “carriera” di lettore di gialli è ormai ventennale; ho iniziato dodicenne nel 1994 con la Christie e i gialli Newton, poi nell’adolescenza li ho letti alternati ai classici e ai romanzi avventurosi e storici (scoprendo comunque autori come Conan Doyle e Van Dine) per poi dedicarmici con sempre più passione e continuità dal 2005 in poi, favorito da lunghi viaggi in treno ai quali sopravvivevo leggendo i gialli che prendevo da una libreria dell’usato vicino all’ospedale Santa Chiara di Pisa dove facevo il mio tirocinio infermieristico, libreria scalcinata quanto si vuole ma con una quantità impressionante di gialli, che mese dopo mese mi divertivo a sfogliare, analizzare e scegliere, prendendo confidenza con i vari autori molti dei quali illustri sconosciuti.
Tra questi libri, me ne erano capitati in mano molti di una certa Dorothy Sayers. Spiccavano per essere ben più voluminosi della media dei normali giali Mondadori, avevano copertine molto “british” perlopiù del grande Carlo Jacono e nelle astute quarte di copertina si dipingevano questi libri come veri capolavori riscoperti, e della Sayers se ne parlava con lodi tanto sperticate da parermi esagerate, visto che una grande pecca della gloriosa collana è sempre stata quello di parlar di ogni autore come un grandissimo, superlativi usati anche per autrici mediocri come la Ferrars e la Foley; in ogni caso, visto che costavano 1,50 euro, li comprai quasi tutti…ma per il fatto che, come sapete, sono pigro, ammetto arrossendo di averli trascurati alquanto. Ok, come scoprii ben presto romanzi come “Il segreto delle campane” o “Alta marea per Lord Peter” non era proprio il divertente e rilassante giallo da treno che io, povero pendolare sveglio dalle 5 del mattino, anelavo per il viaggio di ritorno; intendiamoci, lo capivo benissimo che erano libri eccezionalmente ben scritti e meritevoli di tutta la stima possibile, e il Segreto delle campane, seppur lottando con la sonnolenza (ma ripeto, non per colpa della Sayers ma del tirocinio) , lo lessi e lo apprezzai moltissimo, ma a volte la vita distrae e disorienta, così  ho riposto quei volumi nel fondo di un armadio e per anni se ne sono rimasti li, probabilmente offesi e imbronciati come lo stesso Lord Peter Wimsey se lo si trascurasse durante un ricevimento.

Una giovane e carinissima Dorothy Sayers

Fondo di un armadio dove forse ancora sarebbero, se non fosse per una persona che talvolta non merito che mi ha spronato a recuperarli, ovvero il blogger e amico di lunga data Yue Lung, che dopo avermi spronato ad approfondire l’opera di Josephine Tey lo scorso anno, per questo 2014 ha ripetuto il miracolo fornendomi un pass incomparabile per riprendere in mano i libri della Sayers, ovvero il suo incondizionato attestato di stima per l’opera della scrittrice, che a me basta e avanza.
Ora, lui se li è letti tutti in sequenza e in ordine cronologico, ma io non ce la faccio ad avere questa costanza, per cui per qualche settimana ho bighellonato sfogliando ora un libro ora l’altro, indeciso su quale leggere per primo e rischiando di fare la fine dell’asino di Buridano; in mio soccorso è arrivata ancora una volta la buona sorte, che dal mio libraio (dell’usato, of course) fiorentino di fiducia ha materializzato una copia del bassotto di “Lord Peter e l’altro”, e vedendolo come un segno del destino l’ho presa (anche perché 5 euro contro 15,40…) e ho cominciato subito a leggerlo.
E ho fatto bene, benissimo, perché questo romanzo è un capolavoro assoluto, uno dei più bei libri Inglesi del novecento; lo posso dire senza rischiare di esagerare, visto che è stato incluso in molte classifiche di letteratura tout court, compresa quella dei “1001 libri da leggere prima di morire” stilata da Peter Boxall.
Innanzitutto, come nel caso di Berkeley e di Nicholas Blake, la Sayers si dichiarava scrittrice di gialli non per vocazione ma per sbarcare il lunario; e, come per gli altri due, non ci credo. No, questi libri erano scritti con troppa passione e competenza per essere dettati solo dalla pancia e non dal cuore. La Sayers, finché ha avuto voglia di scrivere polizieschi (ne ha scritti 12, da noi ne sono arrivati finora solo 11 perché siccome siamo cattivi Gaudy Night non ce lo meritiamo) li ha elaborati mettendoci tutta la sua  arte e tutto il suo vigore.



In pratica, la storia è questa; Lord Peter Wimsey, il famoso (almeno credo…) Pari d’Inghilterra piacente, ricco e snob che si diletta a fare l’investigatore per passare il tempo, viene incaricato dal signor Pym, direttore dell’omonima agenzia pubblicitaria, di investigare sulla morte sospetta di un suo dipendente, tale William Dean, caduto rovinosamente da una scala a chiocciola. Il buon Pym sospetta che qualcuno lo abbia spinto, e vuole vederci chiaro; a Lord Peter non pare vero di giocare per qualche tempo all’onesto lavoratore, e si presenta sotto il nome di Death (morte) Bredon a lavorare nell’agenzia come Copywriter, così che, grazie al contatto diretto con gli altri impiegati, potrà capire per quale motivo uno di loro avrebbe voluto uccidere Dean.
Ma Lord Peter non sarebbe lui se, oltre a investigare discretamente, non prendesse sul serio anche il suo seppur fittizio lavoro; per cui eccolo alle prese con gustosissime peripezie sull’invenzione di spericolati slogan e con la quotidianità di un’agenzia pubblicitaria negli anni tra le due guerre, parte “documentaristica” che da sola occupa almeno un centinaio delle 392 pagine (credo sia il romanzo più corposo uscito nei bassotti), e contribuisce a creare un vero e proprio grande affresco dell’Inghilterra dei primi anni trenta, un affresco in cui Lord Peter, aiutato dall’ispettore Parker, suo cognato per averne sposato la sorella Mary (conosciuta ne  “Gli occhi verdi del gatto” , innamorato riamato ma che non osava dichiararsi per paura del ceto superiore di lei, un po’ come l’ispettore Thomas Pitt con la giovane Charlotte nel primo romanzo di Anne Perry) si muove con grande grazia ed eleganza (e anche charme, visto che per ottenere informazioni non esita a sedurre, pur senza consumare, una bella nobildonna dedita agli stupefacenti e ad altre “perversioni” solo intuibili), finendo per scoperchiare un pericoloso giro di trafficanti di droga, che verrà sgominato dopo un lungo e paziente duello senza esclusione di colpi, che costerà molte, troppe vite.
Da ricordare, tra le moltissime cose, soprattutto lo splendido, struggente finale, niente di particolare dal punto di vista della sorpresa (come con la Tey, l’intreccio giallo è marginale) ma davvero una delle cose più dolorose e commoventi che abbia mai letto, degno del miglior Simenon.
Un’altra cosa che colpisce di questo complesso capolavoro è  la sua struttura profondamente Dickensiana; quasi tutti i  capitoli infatti iniziano presentando ogni volta un nuovo personaggio che sembra non avere legame alcuno con l’intreccio, tratteggiandone la storia personale, talvolta seria o più spesso grottesca fino al momento in cui non entra, anche solo marginalmente, a far parte degli eventi; una peculiarità, questa, tipica del sommo autore Vittoriano. E poi l’eterogenea folla dei comprimari, tantissimi (che rabbia che la Polillo non includa a inizio libro l’elenco dei personaggi principali come il giallo Mondadori) e tutti splendidamente tratteggiati, e nonostante siano perlopiù impiegati, fattorini e dattilografe li si ricorda con facilità; cose che riescono solo ai grandi autori, e la Sayers era davvero una scrittrice di qualità impressionante…. ed ecco, a questo punto di solito molti “espertoni” se ne partono con una (non richiesta) diatriba del tipo “eh, la Sayers e la Tey non concepivano grandi intrecci polizieschi ma sapevano scrivere come grandi artiste, mentre la Christie stendeva plot geniali ma scriveva come una gallina…” Oppure “La Christie è ancora leggibile e la Sayers è datata e noiosissima e va evitata perché rovina il piacere di un buon gialllo…” tutte stupidaggini, mi sia consentito dirlo. Non può esistere un paragone tra la Christie e la Sayers, semplicemente perché non c’è nulla da paragonare. Correvano su binari paralleli ma ben distanziati, praticavano lo stesso genere ma in modo del tutto diverso, e non c’è motivo di amare una e detestare l’altra; certo, si possono apprezzare o meno a seconda dei gusti, ma chi si ostina in simili invettive, mi spiace dirlo, mostra solo la sua incompetenza, e con la sua parzialità perniciosa rischia di privare chi ha la sventura di crederci della lettura di parecchi bellissimi libri.  Per quanto mi riguarda, con questo libro conto di iniziare una piacevolissima liaison  con una grande autrice colpevolmente trascurata per anni.
Per finire, una precisazione; questo “Murder must advertise” va letto solo ed esclusivamente nell’edizione Integrale di A. M. Francavilla pubblicata dalla Polillo, perché quella del giallo Mondadori è leggermente, ma dico leggermente tagliata; del sessanta per cento, più o meno. Si, perché alla fine questo è un libro piuttosto facile da sfoltire; basta togliere tutta la parte migliore, ossia quella non propriamente poliziesca.

14 commenti:

  1. Come sempre una gran recensione, puntuale sotto ogni aspetto. Della Sayers ricordo, non tanto per la trama (semplice e non moltissimo originale) ma quanto per l'analisi di alcuni aspetti nei confronti dei quali la stessa autrice si soffermò ampiamente mostrando, non senza preoccupazioni, le proprie posizioni, "Veleno mortale". Non mi è dispiaciuto nemmeno "Per morte innaturale" e "Il segreto delle campane" nel quale vedo una buona caratterizzazione dei personaggi. Un'autrice insomma, come hai ben detto, da riscoprire. Grazie al tuo articolo mi hai fatto venir voglia di recuperare alcuni titoli che non ho. :)

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  2. Grazie per l'apprezzamento, e sono felice di averti invogliato a prendere altri libri della Sayers, in fondo il mio blog serve proprio a creare il bisogno di libri gialli ;) .
    Comunque è vero, la Sayers non avrà avuto degli intrecci memorabili ma non credo che questo le interessasse molto; lei scriveva degli splendidi graffiti della sua Inghilterra venandoli di giallo, una cosa che può piacere o meno ma che è comunque il suo punto di forza.

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  3. In realtà la Sayers padroneggia sapientemente anche gli elementi del plot, e a volta costruisce intrecci memorabili. The Nine Tailors, ad esempio, ha una superba trama poliziesca. E una soluzione straordinaria.

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  4. Ah, Omar, fino all'ultimo momento ho pensato: "E se alla fine non gli piace? E se resta deluso dal finale?". Quindi non puoi immaginare la gioia che ho provato nel leggere questa tua recensione!
    Ho apprezzato molto anche il tuo parallelo con Dickens: all'inizio mi ha un po' spiazzato, ma riflettendoci a mente ferma hai totalmente ragione, la Sayers usa una struttura molto simile in questo romanzo (e d'altra parte, che la Sayers fosse un'estimatrice di Dickens è abbastanza lampante, basti pensare che Lord Peter chiama la sua auto -una Daimler double-six - "Mrs Merdle", come il personaggio di Little Dorrit!).
    Comunque, fatta eccezione per i primi due romanzi dove ci sono dei villains assolutamente mefistofelici (tieni conto che "Per morte innaturale ha degli echi quasi wilkiecollinsiani) , i finali della Sayers sono spesso dolorosi e commoventi. Non posso (e non voglio) spoilerare ma i finali di "Gli occhi verdi del gatto" e "Il segreto delle campane" sono quasi struggenti. Ed il morto di Alta marea per Lord Peter" è un personaggio così sognatore e romantico, che lo stesso Lord Peter si commuove (insieme al lettore) difronte alla sua patetica fine.
    Insomma, leggete Dorothy Sayers! E' un autrice che merita assolutamente di essere riscoperta.

    P.S Una piccola curiosità: la nostra comune amica si chiedeva che fine ha fatto Harriet Vane in questo libro. In effetti non viene mai citata, ma lei e Peter si stanno già frequentando, infatti, ad un certo punto, Peter dice di avere un appuntamento. Cito testualmente pag 134:
    "Fece un sorrisetto amaro e uscì per andare all'appuntamento con l'unica giovane donna che non dava segno di mostrarsi arrendevole con lui, e ciò che disse e fece in quell'occasione non ha alcuna relazione con questa storia".

    Scusa per il papirone!

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  5. -Stefano; non vorrei aver dato l'impressione di sminuire la Sayers giallista; per quanto ne so, almeno per sentito dire, i suoi intrecci sono sono paragonabili a quelli della Christie o di Carr, ma non per questo sono da buttar via, ci mancherebbe! è che della Sayers ho letto pochissimo, e questo "Lord Peter e l'altro" mi pare abbia i suoi punti di forza altro ve che non nel plot poliziesco. Ma se ne prossimi libri troverò un intreccio più notevole, non mancherò di dare risalto alla cosa, e il tuo apprezzamento mi fa ben sperare.

    -Yue; davvero era impossibile rimanere delusi da un libro tanto brillante e ben scritto, il finale poi è bellissimo. E ti dico subito che, nonostante tu con i tui consigli faccia venire voglia di leggerli tutti assieme, il prossimo sarà "Gli occhi verdi del gatto", se non altro per conoscere e capire meglio l'universo dei Wimsey e la figura di Lady Mary.
    Grazie anche per la precisazione su Harriet Vane; ti confesso che quella frase che hai trascritto non l'avevo proprio capita, ho pensato si riferisse alla sorella di Dean ma mi pareva strano. Comunque, la devozione per Harriet non impedisce a Lord Peter di dare tre baci alla femme fatale Dian de Momerie! ;)

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  7. Grazie mille. Eh, davvero altra grande mancanza i racconti brevi della Sayers da riunire in una raccolta, e credo alcuni ancora da tradurre;nel giallo mondadori inedito lo scorso anno fecero due raccolte di racconti brevi di Mignon Eberhart...ora, con tutto il rispetto, la Sayers come qualità credo ne abbia un poco di più.

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  8. Io non credo proprio che il genio della Christie sia nella qualità degli intrecci. È nell'incredibile bravura in cui mescola gli elementi e li posiziona, nella perfidia narrativa, nella sfacciataggine e nell"ambiguità degli scioglimenti. Più una infinita serie di dettagli ancora inspiegabili (per molti), che la rendono un personaggio a sè dell'intero 900.

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  9. Lei è IL genio perché ha saputo trovare una varietà impossibile in problemi più o meno sempre uguali. Per questo, personalmente, non parlo della Christie in questi termini. La Sayers ha una proprietà di linguaggio ed un vocabolario infinitamente superiore, non a caso ci ha insegnato due o tre cosette anche sulla Commedia e su Beatrice....

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  10. Non solo la Sayers, ma anche Josephine Tey (per non parlare di Ngaio Marsh o di Gladys Mitchell, da noi quasi sconosciuta) aveva una qualità artistica di molto superiore a quella della Christie, ma senza dubbio la qualità del plot narrativo di Agatha, o dell'intreccio che dir si voglia, è di molto superiore; io nella parola "intreccio" includo anche tutte quelle peculiarità che tu hai giustamente esposto, in quella perfezione e soprattutto nell'abilità di ingannare il lettore la Christie è superiore a tutti, perché per quanto mi riguarda lei non ha (quasi) mai barato, mai, nemmeno in Roger Ackroyd o Dieci piccoli Indiani o Orient Express; sono tutte soluzioni strabilianti, ma ci si può arrivare, l'autrice offre al lettore almeno due-tre indizi fondamentali; se poi non li si sa interpretare o non ci si immagina nulla di tanto strabiliante, questo è un problema del lettore, non della Christie. E per giustificare il "quasi" usato poco sopra, almeno in un'occasione la Christie bara, o meglio vuole farci bere una cosa assolutamente improbabile, precisamente in "non c'è più scampo"; chi ha letto il libro forse sa a cosa mi riferisco.

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  11. Stupenda recensione come sempre. Della Sayers ho anche parecchi libri in inglese; da qualche anno infatti mi sono data alla lettura in lingua originale, soprattutto per motivi puramente opportunistici visto che acquisto una mole impressionante di ebook e spesso non trovo in italiano gli autori che mi interessano allo stesso prezzo. E' interessante il parallelo con Dickens, autore che mi piace moltissimo e anche la contrapposizione tra la Sayers e la Christie. Anche se a mio modesto parere la Christie è la regina assoluta dell'intreccio e, come da te sottolineato, non bara quasi mai (checché ne pensasse Raymond Chandler...), trovo assurdo voler paragonare per forza ogni autrice di gialli a lei, contemporanea o meno, inglese o meno che sia; come giustamente fai notare, fare dei paralleli è alquanto semplicistico e inutile. Perciò godiamoci entrambe (anzi, godiamoci ogni brava e talentuosa scrittrice di gialli senza per forza palesare ogni volta lo spettro di Madame Christie). Grazie, come sempre leggere le tue recensioni è un piacere ^^

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  12. Grazie, sempre molto gentile!! Per quanto riguarda, la questione Christie - Sayers coi parallelismi e i confronti, veramente triste, è stata fatta anche in alta sede; ricordo la prefazione all'omnibus "Indagini romantiche", l'unico dedicato alla Sayers, che non mi ricordo chi la scrivesse ( l'ho letta in biblioteca perché quell'omnibus è molto raro) ma in ogni caso era veramente tremenda, con un elogio anche troppo sperticato della Sayers (tanto che si finisce per dubitare di cotanto valore) e uno sminuire ingiustificato e lapidario dell'opera della Christie, che culmina con frasi, vado a memoria, come "solo se costretto leggerei un libro della Christie" oppure" Tutta l'opera della Christie non vale Peter Wimsey che si aggira tra gli uffici dei pubblicitari in Lord peter e l'altro"....ora, soffro a pensare quanti danni un simile scritto abbia fatto a chi magari ci ha creduto e non ha mai letto Agatha per questo, e soffro ancora di più a pensare che certi "espertoni" (uso un termine derisorio perché veramente certe frasi non hanno il minimo senso critico, e sono di estremo cattivo gusto) abbiano trovato spazio in una collana prestigiosa, che annovera molti Omnibus proprio della stessa Christie, caso raro di auto-denigrazione di un prodotto.

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  13. Guido Almansi scrisse quella prefazione.
    In ogni caso, i paragoni lasciano il tempo che trovano; il problema nasce in seno alla critica letteraria contemporanea, che si limita ad analizzare l'opera della Sayers e della Christie (assieme a Allingham e Marsh) come l'unica espressione della British Detective Novel della Golden Age, in contrapposizione alla Rivoluzione Americana di Hammet e Chandler. Ecco quindi che la critica femminista crea un dualismo talmente netto, che tutto si riduce ad una opposizione sessista. Da qui nascono i paragoni frequenti (anche in Italia, che banalizza la critica straniera) Sayers-Christie.
    Barare è un termine piuttosto sciocco (Savonuzzi lo usò nelle sue introduzioni) e banale; la Christie non sempre gioca lealmente, questo è un dato di fatto (in Corpi al sole, ad esempio), ma le sue sono licenze che, "pur non essendo di regola, sono ordinate nella regola, e non guastano l'ordine" (parafrasando volgarmente Vasari).

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