giovedì 13 luglio 2017

JANE AUSTEN, OVVERO…UNA GRANDE GIALLISTA MANCATA?



Ormai tanti anni fa, in seconda media, la prof dell’epoca ci dette da scegliere un libro a piacere dalla piccola biblioteca scolastica. Io mi fiondai subito sul Gordon Pym di Poe (e chiamami bischero…), ma fui incuriosito dalla scelta di una mia compagniuccia che puntò senza esitazioni su un oscar Mondadori dalla copertina elegante, dal titolo stuzzicante “Orgoglio e pregiudizio” intrigante per il suo stesso significato arcano, perché sapevo a malapena cosa volesse dire orgoglio e non conoscevo affatto il termine “pregiudizio” (poi tutti noi  lo abbiamo imparato anche troppo bene…) però pensavo (e pensava anche la  mia amica) che fosse un romanzo storico-avventuroso. Qualche giorno dopo le chiesi lumi, e lei con aria perplessa rispose “Beh, è scritto bene, ma…non succede niente. Però, davvero, mi sembra proprio scritto bene” Questo giudizio ebbe il potere di allontanarmi dalla scrittrice per tutta l’adolescenza, e dei grandi autori Inglesi l’ho scoperta per ultima, nei primi mesi in cui frequentavo la mia attuale moglie, che lo aveva letto e me lo consigliò senza esitazioni.



Approfittando di uno sconto, presi le edizioni economiche di “Ragione e sentimento”, “Emma” e appunto “Orgoglio e pregiudizio”; e siccome avevo apprezzato già opere nelle quali “non accadeva niente” dal punto di vista avventuroso, quei libri furono un vero piacere, anche se non scoccò subito la scintilla; è stata alla seconda rilettura che ho capito di quanto Pride and prejudice fosse un capolavoro assoluto, un libro degno di stare accanto ai migliori di ogni tempo.
E ora che, recentemente, mi sono letto il delizioso “Northanger abbey”  tra un giallo e l’altro, mi è venuto da pensare; ma che GRANDISSIMA giallista poteva essere Jane Austen?
A quel punto la fantasia ha cominciato a galoppare; se invece di morire prematuramente a soli 42 anni avesse goduto di ottima salute per altrettanti, come si sarebbe evoluta la sua scrittura? Avrebbe proseguito la strada di “Persuasione” verso opere più autunnali e intimistiche, oppure sarebbe stata attratta dal romanzo più di consumo, verso la serialità, verso i feuilleton Dumasiani e Dickensiani? Interrogativi che rimarranno senza risposta, ma in ogni caso una cosa è certa; ci furono autrici che grazie al “Metodo Jane Austen” scrissero i più grandi gialli di tutti i tempi.
E che cosa sarebbe, questo metodo Austen? Una scrittura leggera come la seta ma resistente come l’acciaio, sempre chiara e fluida, che riesca ad avvincere il lettore raccontando di persone attorno a un tavolo da tè, o a un ballo. Una leggerezza, peraltro, assolutamente inedita prima in quel periodo di romanzi filosofici geniali ma non certo scorrevoli. John Dickson Carr, che era un grandissimo ma non aveva ne leggerezza ne scorrevolezza, nel suo capolavoro  “L’automa” fa pronunciare al protagonista un’invettiva contro la Austen e le scrittrici “da femmine” in favore degli autori di romanzi avventurosi, commettendo un peccato mortale, perché Jane Austen fu la maestra di calibri massimi nella storia del genere.
Cominciamo dalla regina di esse, Agatha Christie; cosa sono molti suoi romanzi, specialmente quelli con Miss Marple, se non dei veri e propri romanzi Austeniani con delitto? Prendiamone tre emblematici, ovvero “La morte nel villaggio” del 1930, “Un delitto avrà luogo” del 1950 e “Istantanea di un delitto” del 1956; tre libri che raccontano l’Inghilterra provinciale, i villaggetti e i vicariati, i ricevimenti e le visite di cortesia, tutto un mondo genuinamente Austeniano reso con una scrittura praticamente identica, anche se ovviamente meno profonda, visto che dame Agatha era un’autrice programmatica che doveva far uscire un libro all’anno, mentre la Austen un’artista vera e propria non prigioniera (o almeno non quanto la Christie) di editor, agenti e contratti milionari.
Un’autrice spesso definita “La Jane Austen del ventesimo secolo”, ovvero Georgette Heyer, non solo riprese pari pari le ambientazione regency diventate di culto dopo la riscoperta della Austen in patria per ambientarvi alcune tra le più deliziose storie sentimentali del novecento, ma – è un caso direte voi? – scrisse anche dei veri e propri gialli, ben 12, scritti sempre garbati e raffinati (specialmente il primo “Passi nel buio” presenta smaccate somiglianze con Northanger Abbey)  con in più l’elemento poliziesco; visto che una scrittura saporitamente Austeniana porta di per se a scrivere dei mystery?
Anche Josephine Tey, forse la più raffinata giallista di sempre assieme alla Allingham (ma sempre avvincente, al contrario di quest’ultima che o è grandissima o è tediosa) presenta in certi suoi libri un’architettura tipicamente Austeniana; basta rileggere certe scene salottiere scritte in punta di penna ne “La strana scomparsa di Leslie” per capire quanto la Tey avesse fatto tesoro della grande maestra.
Anche P.D. James, nel suo ultimo romanzo prima della scomparsa “Morte a Pemberley” immagina un seguito in salsa poliziesca di Orgoglio e pregiudizio, con Elizabeth e Darcy investigatori dilettanti; ma lo stile pesante e ampolloso della James è quanto di più diverso ci sia da quello Austeniano, il contrasto è stridente, e tutta l’operazione ben poco riuscita.
Ma, a mio modesto parere, la scrittrice che si avvicina di più alla Austen come stile ma anche come spessore è Dorothy Sayers. Questa letterata tout court, che tradusse Dante e scriveva gialli un poco per soldi e un poco per autentico piacere personale, ha in comune con la Austen un particolare non da poco; era una vera artista, che non scendeva a compromessi con il lettore; leggere la Sayers nei suoi romanzi meno riusciti è una bella esperienza ma anche la classica montagna da scalare con la fatica che a tratti occulta il mero piacere della lettura, mentre la Sayers dei capolavori è veramente una delle espressioni più alte del novecento inglese e un puro godimento  per il lettore.
Prendiamo quello che a mio avviso è il suo romanzo più Austeniano, ovvero “Lord Peter e l’altro”; Austeniano non tanto nell’ambientazione (Londra e il mondo del giornalismo) quanto nelle dinamiche sociali e nella viva rappresentazione di un mondo contemporaneo fortemente caratterizzato e colto alla perfezione fin nei minimi dettagli; per capire il periodo regency bisogna leggere la Austen, per capire l’inghilterra vittoriana va letto “Middlemarch” della Eliot, ma la chiave per l’inghilterra del novecento era nei romanzi della Sayers, che non scrisse a getto come altre gialliste, ma  era artista anche in questo, scriveva libri accuratissimi nei quali racchiudeva un mondo e quando la sua vena si inaridì non continuò col pilota automatico come la Christie  ma passò ad altro, con coerenza appunto da autrice vera.
Ma la Austen non ebbe il tempo di avere crisi creative ne di scrivere romanzi alimentari, perché una malattia (a quanto pare il morbo di Addison, allora sconosciuto) se la portò via ancora giovane, esattamente due secoli or sono; e proprio ieri, in edicola, è uscito con Repubblica e l’espresso il primo romanzo(Ragione  e sentimento) di una simpatica collana che a un prezzo popolare (5,90 a volume, il prezzo di un giallo Mondadori) propone tutto il corpus dell’autrice, compresi l’incompiuto Sanditon, le lettere e una biografia scritta dal nipote che attualmente risulta difficile reperire in libreria. Io sono fortemente tentato (ho già preso il primo), visto anche le traduzioni a quanto pare riprese da Mondadori, recenti e ben fatte, di farmi una collezione Austen “In tinta unita”, anche se poi leggo più volentieri le opere dell’autrice in inverno davanti a una tazza di tè piuttosto che con questo caldo micidiale; ma i libri, per fortuna, non hanno scadenza.


E mentre rileggerò, continuerò a chiedermelo; ma che grande, che arguta e finissima giallista sarebbe stata  Jane Austen?

                                                                                                                                       

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