lunedì 18 novembre 2013

“LA VERGINE DEL SUDARIO” (O LA DAMA DEL SUDARIO) DI BRAM STOKER; UN PIACEVOLISSIMO VIAGGIO NELL’IMMAGINARIO VITTORIANO.


Ah, la dama del sudario, che piacevoli seppur sempre più lontani ricordi che mi riporta alla mente; ero in terza superiore, in un sabato pomeriggio di Gennaio freddo e piovoso; ero appena uscito da scuola e mentre attendevo l’autobus per tornare a casa vidi un chiosco di libri itinerante, che aveva anche usato e reimanders; passando rapidamente in rivista i molti bei libri presenti, mi colpì un romanzo dal titolo molto affascinante e soprattutto firmato dall’autore di Dracula, che al tempo conoscevo solo al sontuoso ma discontinuo film di Francis Ford Coppola, intitolato appunto Dracula di Bram Stoker; se l’autore di una storia tanto affascinante aveva scritto altri libri oltre al suo  più celebre, mi sembrò giustissimo prendere il volume; era un fondo di magazzino di una vecchia collana degli editori riuniti e costava solo 3500 lire, praticamente gli ultimi spiccioli della paghetta settimanale. Dopo aver pagato, mentre cominciava a nevischiare, mi fiondai sull’autobus che stava per partire.

L'edizione EU (notare la "licenziosa" copertina, dela quale mi vergognavo tanto da leggere il libro di nascosto ai miei...vecchi tempi)


Appena arrivato a casa mi accorsi che l’unica cosa che potevo fare il quel Weekend era stare a leggere al calduccio, cosa che già al tempo amavo molto fare; e quel clima era proprio l’ideale per leggersi un libro dal promettente titolo “La dama del sudario”.
Le mie speranze non furono certo disattese; passai un bellissimo fine settimana in compagnia di un romanzo davvero splendido, affascinante e pieno di suspense. Poi per lunghi anni l’ho dimenticato in un angolino della memoria, almeno fino allo scorso anno quando rividi il romanzo in libreria; il titolo non era la dama ma la vergine del sudario, e soprattutto c’era in copertina una fascetta con scritto “per la prima volta in edizione integrale” e quindi realizzai che l’edizione degli editori riuniti da me letta tredici anni prima era in realtà una versione rimaneggiata e mutilata. Naturalmente, memore della piacevole esperienza, comprai subito il volume, e in questi giorni mi sono deciso a rileggerlo. Ho aspettato tanto perché ho sempre paura di rileggere un libro che ho amato da adolescente, per paura di riscoprirlo meno bello di come credevo; a volte mi è successo e ne sono rimasto molto dispiaciuto, ma altre volte invece ( Piccole donne, Il canto di natale, La pietra di luna, Il signore di Ballantrae, Il mastino dei Baskerville) la rilettura ha addirittura rafforzato il precedente amore per il testo, avendovi scoperto nuovi significati, nuove emozioni.


L'edizione Castelvecchi

E così è successo anche per la Stokeriana vergine del sudario; mi sono davvero divertito a rileggerlo, e il testo integrale ha arricchito e reso più chiari passaggi che mi erano parsi nebulosi nella prima lettura; quindi la maggior mole ha significato maggior piacere, non certo un testo appesantito.
La storia, a grandi linee, è questa; un ricchissimo mercante Inglese di nome Roger Melton, “che conosce ogni città a est di Londra fino al Giappone” muore e lascia in eredità, con grande sgomento dei perfidi Melton, parenti più stretti del morto, una somma da capogiro al più amato dei suoi nipoti, Rupert St. Leger, figlio della sorellina più giovane del morto, un ragazzo che si è ribellato allo sterile dandysmo del resto della famiglia Melton e si è dato a una vita avventurosa di giramondo impavido e temerario (forse quello che lo stesso Stoker avrebbe voluto essere?)  e ora nel fiore degli anni diventa erede di una fortuna immensa; questo però a condizione che il giovane si trasferisca nel castello di Vissarion, situato nella selvaggia regione balcanica delle Montagne azzurre (a quanto ho capito corrisponde all’attuale Croazia meridionale e forse a parte del Montenegro), castello venduto a Roger Melton dal capo di quelle terre, il Voivoda Vissarion; Nel suo testamento, Melton ordina a Rupert di mettersi al comando di quel popolo fierissimo e oppresso dai turchi, affinché finisca ciò che il morto stesso, col suo denaro e per amicizia col Voivoda Vissarion, aveva cercato di fare, ossia dare al popolo delle montagne azzurre la sospirata indipendenza e libertà; pensando a ciò che è successo negli ultimi vent’anni in quelle terre martoriate e all’attuale situazione dei Kosovari, bisogna riconoscere che Stoker fu un grande profeta.
Naturalmente il temerario e onestissimo Rupert, vero eroe tutto d’un pezzo che l’odierna letteratura non produce più perché nessuno vi crede più, accetta e si trasferisce a Vissarion, cercando di conquistare la stima e l’amicizia dei diffidenti e orgogliosi montanari, gente forte e abituata a combattere; colpisce in questo caso la grande simpatia dell’autore verso i “selvaggi” balcanici mentre fustiga senza pietà gli Inglesissimi Melton, che dipinge come spietati classisti e decadenti dandy fannulloni e melliflui; da qui si evince come Stoker, pur risiedendo a Londra, fosse rimasto Irlandese nel profondo e quindi molto critico nei confronti dell’aristocrazia Britannica.
Comunque, fin dai primi giorni, la vita di Rupert al castello di Vissarion è turbata da un fatto stranissimo e inquietante; in una notte buia e tempestosa il giovane sente picchiare alla finestra, apre e si trova di fronte una bellissima giovane donna tremante e infreddolita, avvolta in un lungo sudario bianco; un’apparizione inquietante, ma il giovane Rupert, colpito dalla bellezza e dalla fierezza della sconosciuta, la fa entrare e riscaldare; la dama resta fino all’alba senza dare spiegazioni di sorta, e non appena fa l’alba fugge via, tornando da dove era venuta.
A questo punto Rupert e il lettore si chiedono chi sia la bella sconosciuta vestita dell’abito della morte; forse un vampiro come il conte Dracula? Forse una pazza? O forse una fanciulla tenuta prigioniera e vittima di un’oscura maledizione, o chissà che altro ancora?
Da qui il romanzo, che nei primi capitoli introduttivi era stato un pochino lento e macchinoso, decolla senza indugi, diventando una storia gotico-avventurosa di grande livello, e anche un superbo Thriller, degno dei grandi romanzi ottocenteschi di Collins e Dickens, dei quali Stoker fu forse l’ultimissimo erede. Non a caso il romanzo fu scritto nel 1910, uno degli ultimi anni spensierati e positivisti prima dell’immane catastrofe della grande guerra, che porterà via oltre a milioni di vite anche quella letteratura dell’innocenza e dei grandi ideali romantici, e quei personaggi derivati dai cavalieri  medievali come Rupert St. Leger, forse uno degli ultimi veri grandi eroi della letteratura europea.
Il pregio maggiore del libro è forse la grande varietà di registro; si passa dal romanzo vittoriano con intrighi ereditari  tipico di Wilkie Collins al grande romanzo gotico alla Poe, per poi approdare a una palpitante storia d’amore ultra-romantica e a un’epica avventura con echi di Stevenson, Conan Doyle e perfino Salgari, visto che il protagonista verso la parte finale del libro diventa quasi un novello Sandokan, e le selvagge Montagne azzurre una Mompracem balcanica.
Ora, per me che sono allo stesso tempo un Collinsiano, un estimatore di Poe e un Salgariano (perché le belle storie d’avventura non hanno età)  rileggere questo libro è stata una vera goduria, e lo consiglio a tutti coloro che hanno voglia di atmosfere gotiche superbamente descritte, a grandi storie d’amore e a eroi ed eroine senza difetti e con soli grandi pregi e nobili ideali; questo libro serve a sognare, e scusate se è poco.
Attualmente il libro è stampato nella collana Lit, libri in tasca (io ho l’edizione Castelvecchi uscita nel 2009) a un prezzo tutto sommato contenuto. Io fossi in voi….

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