martedì 22 aprile 2014

IL GIUSTIZIERE, DI EDGAR WALLACE

Come si sa, Wallace ha scritto molto, moltissimo, troppo per credere che tutti i suoi scritti siano grandi romanzi. Ce ne sono parecchi che in effetti, e ve lo dice un cultore del’autore, non lo sono; non perché siano brutti, ma sono piuttosto ripetitivi, storie che lo stesso autore aveva già scritto e si limitava a rielaborare cambiando nomi e location.
Certo, non li si potrà mai accusare di essere libri  insipidi e melensi, anzi l’accusa più comune mossa a Wallace è di essere ridondante e pasticciato, di esagerare con gli ingredienti, e in molte occasioni l’accusa è fondata. Però esistono anche quella ventina-trentina di romanzi Wallaciani che sono dei capolavori, o comunque dei grandi esempi di poliziesco. Purtroppo bisogna un pò cercarseli, non esiste in Italia un saggio o una bibiliografia tanto accurata da commentare romanzo per romanzo l’opera dell’autore; in un futuro spero non troppo remoto potreste trovarla su questo blog, ma la materia da elaborare è tale che la fatica è davvero titanica.
Comunque, dicevo che se uno ha fortuna e becca il titolo di Wallace giusto per le sue corde, finisce che si diverte da matti. Io finora ne ho trovati parecchi, tra questi “Il mago”, “Il mistero delle tre querce”, “Il cerchio rosso”, “La regina dei ladri” e il suo clone “L’inafferrabile”, poi “L’uomo dai due corpi”, “L’isola d’Eva”,”L’arciere fantasma”,  “La valle degli spiriti”, “Il laccio rosso”… e mi fermo per non annoiare ulteriormente. Fatto sta che a questa lista, seppur incompleta, si è da poco aggiunto anche un altro titolo, “Il giustiziere” (The avengers) romanzo del 1926 di assoluta eccellenza.
Dunque, questo romanzo encomiabile lo è per molti motivi. Innanzitutto precisiamo che non è tanto un giallo classico quanto un thriller ad altissima tensione; c’è un misterioso cacciatore di teste che decapita poveri disgraziati apparentemente senza alcun legame tra di loro,e c’è un cazzuto agente segreto, giovane e aitante, che gli da la caccia. Questa l’idea di base, nemmeno troppo originale già all’epoca, ma in questa ricetta già nota lo chef Wallace imbastisce una guarnizione e un contorno estremamente originali, che rendono il tutto una totale meraviglia.
Originale è innanzitutto la location, ossia per una volta tanto non Londra ma la cittadina di Chichester, dove all’epoca (voi lo sapevate? Io no) si giravano i film Inglesi. Ecco, ma in fondo, che film si facevano in Inghilterra all’epoca del muto? Un cinefilo come me in parte la risposta la sa; si facevano soprattutto insipidi melodrammoni o commedie di derivazione teatrale, pesantissimi e con millemila didascalie, film quasi tutti andati perduti perché talmente mediocri da non valere nemmeno la pena di recuperarli.
Il primo affermato regista Inglese fu Graham Cutts, che però ben presto venne soppiantato da un venticinquenne pieno di entusiasmo e inventiva, un grassoccio e gioviale ragazzone che rispondeva al nome di Alfred Hitchcock. All’epoca dell’uscita del romanzo, il futuro maestro aveva girato solo due film abbastanza dimenticabili, il terribile drammone esotico “The pleasure garden” e il perduto ( si dice per fortuna) “The mountain eagle”, altro melò ambientato tra i montanari del Kentucky.
Ma nemmeno le biografie Hitchcockiane danno grandi notizie sul mondo della cinematografia Inglese di quell’epoca, che spiccò il volo solo col sonoro Grazie prima a Hitch e poi a Powell e Pressburger e David Lean. Quello del cinema muto anglosassone rimane in fin dei conti una realtà poco conosciuta (si, lo so che si può vivere bene anche senza saperne niente) anche agli addetti ai lavori, ma grazie a questo romanzo di Wallace si viene a sapere un mucchio di dati e notizie assai interessanti, e il tutto finisce per diventare una importante testimonianza in presa diretta su quel mondo oscuro. Si viene ad esempio a sapere come tutti coloro che avevano un minimo di successo in patria appena potevano se ne andavano a Hollywood, che le star femminili in fin dei conti erano tutte mogli o amanti dei produttori, che quasi nessun Inglese sapeva fare il regista e questi li chiamavano dagli States, che girava un sottobosco di maneggioni che  grazie ai set si arricchivano non sempre legalmente…insomma, tutto come adesso già da allora.
Ma ovviamente, in tutto questo marciume, il fiore puro non manca, perché senza un’eroina totalmente buona che romanzo di Wallace sarebbe? E infatti la dolce Luisa Leamington riesce a fare carriera solo grazie ai suoi modi soavi e al suo visino dolce che commuove un regista burbero ma che giammai prova a metterle le mani addosso, e la fa recitare come protagonista in un film girato proprio nei luoghi dove agisce il cacciatore di teste. Ovviamente l’agente in incognito, di nome George Brixan, indagherà all’interno del set, e altrettanto ovviamente l’incontro con la bellissima Luisa sarà fatale.
Però Wallace, non pago di una location originale e di una intrigante love story, ci mette anche un tocco, anzi qualcosa più di un tocco, di esotismo; infatti una parte delle scene del film vengono girate nella tenuta del misterioso Sir Gregory Penne, eccentrico  signorotto dal torbido passato che passa gran parte della sua esistenza nel Borneo, e da esso ha portato in Inghilterra uno stuolo di servitori asiatici e perfino un Orang- outang di nome Bhag, intelligentissimo (anche troppo, direi…) e totalmente al servizio del suo losco padrone, nel bene e nel male. Credo che l’orango (animale feticcio per il poliziesco, a partire da un certo racconto di Poe…) pur essendo un animale sia uno dei personaggi più vivi e “umani” creati dall’autore, un elemento di statura morale non comune, per metà terrificante e per metà commovente, attorno al quale girano molte delle scene madri del libro.
A tutto questo aggiungiamoci anche un colpevole abbastanza sorprendente (mentre spesso in Wallace si può smascherare piuttosto agevolmente) e un finalone veramente di grande effetto e si ottiene un romanzo esplosivo; io l’ho letto nella sua prima edizione Italiana, la palmina numero 16 ottimamente tradotta da Giuseppina Taddei, dove sopra alla splendida copertina di Abbey (eccovela)

si legge “Un libro che non vi lascerà dormire” ; io ci ho fatto quasi le due di notte, quindi confermo.

3 commenti:

  1. Perdonami questo mio commento inutile, ma una cosa la voglio dire: le didascalie che mettevano sopra i titoli dei vecchi GM sono splendide, ma spesso anche comicissime! Mi ricorderò fin che campo le risate che mi son fatto dopo aver letto la didascalia sopra Sincope di Dorothy Sayers, ovvero "Troppe Zitelle!" E in effetti è una frase più che pertinente,perché ci sono un sacco di zitelle (buone e perfide!).

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  2. In effetti le didascalie in alto sopra la copertina erano all' epoca, e specialmente nel dopoguerra, una costante di alcune collane Mondadoriane; molto note quelle dei romanzi del pavone (collana che raccoglieva molta della migliore letteratura dell'epoca, che ormai è diventata classica), che a volte in una frase coglievano splendidamente il senso di un'opera e altre volte la banalizzavano terribilmente. Nelle palmine a dire il vero scrivevano sempre le stesse 4 o 5 cose; "Si legge d'un fiato" "Questo libro non vi lascerà dormire" "I libri gialli hanno ucciso la noia" "Wallace è irresistibile" oppure quando c'era un grande personaggio ricorrente si poteva leggere;"Poirot è il più grande" e magari il libro dopo "Philo Vance è il migliore", smentendo l'affermazione appena precedente...cose veramente adorabili. Per i primissimi titoli della nuova collana dei gialli Mondadori del dopoguerra l'uso della didascalia venne mantenuto e diventò più fantasioso toccando vette come quella da te riportata, poi a ridosso del numero 100 la cosa finì.

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  3. Sto curando una biblioteca virtuale di soli ebooks gratuiti e con il testo a fronte in varie lingue...

    Questo libro è presente in varie lingue:

    http://www.sharedits.net/M-ParallelText-T-4-e-2625960-es-2625959.html

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