mercoledì 15 luglio 2015

AMARCORD; UNO STUDIO IN ROSSO, DEL MIO AMICO ARTHUR.


Dei tanti amici dell'infanzia e dell'adolescenza me ne sono rimasti davvero pochi, due o tre al massimo. Ma per fortuna, oltre che persone che vanno e vengono, da ragazzo ho stretto altre amicizie, che si sono rivelate tenaci e durature molto più di quelle "reali". Questi amici si chiamano Edgar Allan, Robert Louis, Agatha, Louisa May, Jack, Charles, Jules;  dopo un periodo di adorazione assoluta, li frequento spesso anche oggi, magari a lunghi intervalli e non tanto come vorrei, ma ogni anno passo a trovarli. Ma tra tutti, colui che ultimamente passo a trovare più spesso, grazie anche alla vitalità e al culto del personaggio da lui creato, è Arthur.

Lo conobbi in un pomeriggio di sabato di fine novembre dell'anno 1998, un pomeriggio già diventato sera, una sera  fredda e brumosa degna di Londra o della sua natia Edimburgo, ma non ero in Baker Street o in Scozia, ero in quella che al tempo era l'unica libreria decente di Pistoia. C'era un bel cofanetto Newton, di un giallo vivace, che conteneva quattro libroni e costava nemmeno ventimila lire; giusto quelle che avevo in tasca, residuo dei regali del sedicesimo compleanno appena trascorso. Il cofanetto recitava, perentorio "Tutto Sherlock Holmes" di Arthur Conan Doyle. Bel nome, Conan Doyle, mi ricordava Conan il barbaro, era "pieno de possanza" come direbbe Verdone. E poi questo Sherlock Holmes, così famoso, così amato, di cui non sapevo però praticamente nulla; era un'occasione unica.
 
 

Esco dalla libreria, prendo il malinconico autobus Lamporecchio - Empoli delle 18 e 05, arrivo a casa mezz'ora dopo. Ancora non ho aperto il cofanetto incellophanato, deve essere un rito sacro, non posso farlo in un autobus triste e malandato.

Arrivo, consueta pizza del sabato sera coi miei genitori, e, dopo il caffè, inizio a fare amicizia. Arthur è  li che mi aspetta, non ama tergiversare, è un signore pratico, dall'aspetto militaresco, mi incute rispetto e simpatia al tempo stesso, almeno così ricordo da una foto vista in una vecchia antologia. Inizio a conoscerlo leggendo la prefazione del primo volume, perchè non c'era Internet che ti diceva all'istante chi e cosa faceva il tizio, lo dovevi scoprire alla vecchia maniera, documentandoti sui libri. Un tipo niente male;  medico sulle navi in giro per mezzo mondo e poi nelle zone popolari di Londra, scrittore che frequentò tutti i generi popolari allora in voga , giornalista alle Olimpiadi, positivista e Darwiniano e poi, di contro, spiritista; un vero figlio del suo tempo, così interessante proprio per le sue contraddizioni.

Bene, faccio una bella doccia calda, mi infilo il pigiama, telefonata della buonanotte alla mia ragazza del tempo, e poi si parte, inizia il viaggio, inizia la scoperta di un autore e di un personaggio che mi cambieranno la vita, in quanto nessun autore mi ha dato un piacere letterario così intenso, mi ha inebriato con trame e atmosfere tanto adorabili, e nessuno come Arthur rappresenterà mai meglio, per me, il puro piacere di leggere.

Ovviamente, cominciai dalla prima storia, dallo strano titolo "Uno studio in rosso"  . Seppure piuttosto breve era un romanzo, ma era sabato, il giorno dopo non c'era scuola, potevo leggerlo anche tutto se volevo.

 
 
Siccome a quel tempo avevo letto solo romanzi della Christie, mi aspettavo subito di essere portato nel vivo della storia, senza troppi preamboli. Invece no, questo romanzo se la prendeva incredibilmente comoda. Uno studio in rosso.. il titolo faceva pensare a una carneficina con uno studio inondato di sangue, invece no. C'era questo ufficiale medico, di nome Watson, convalescente da ferite e malattie rimediate nel lontano Afghanistan, che conduce un'esistenza bohemien, indeciso sul da farsi. Arthur me lo presentò senza nessuna fretta, voleva che sapessi per bene chi era, perchè era un personaggio importante quanto lo stesso investigatore. Poi, tramite un conoscente comune, conosce Sherlock Holmes, un tipo eccentrico, affascinante quanto irritante, che ha libero accesso a laboratori e sale anatomiche ma non è un chimico ne un medico. La loro conoscenza è casuale fino a un certo punto; entrambi cercano un appartamento confortevole, ma con i prezzi correnti degli affitti possono permettersene solo uno modesto, ma unendo le loro risorse possono arrivare a pagare la cifra di un appartamento decente. Holmes ne ha visto uno davvero ottimo in Baker Street, e Watson si rivela da subito un coinquilino ideale, visto che ha l'aria dello scapolo felice di esserlo ed è affascinato dalle eccentricità, che Holmes, onestamente, elenca al futuro coinquilino fin da subito.

Poi seguono pagine sulla loro vita in comune, le loro abitudini, tutte elencate da Watson che è il narratore. Pagine sulla straordinaria abilità di Holmes, che poi diverrà il leit motiv della saga, di capire tutto o quasi di una persona solo guardandola per qualche istante. Un quarto del romanzo se ne va così, cronaca della quotidianità di una delle coppie più famose della storia della letteratura, il mistero non ha fretta di arrivare; rimango stranito, ma il racconto è adorabile, Holmes mi è simpatico, e anche Watson.

Poi, con calma, arriva il dramma poliziesco. Lestrade e Gregson, i due migliori segugi ufficiali di Scotland Yard, chiedono aiuto a Holmes su uno strano caso di omicidio avvenuto a Lauriston Gardens, nel cuore della metropoli; a questo punto a Watson appare chiaro cosa faccia il suo coinquilino (gli Inglesi di fine ottocento, come si sa, sono riservati, mai glielo avrebbe chiesto direttamente) è un "consulente investigativo" l'ultimo santo al quale votarsi nei casi più intricati, che per questo viene adeguatamente foraggiato da coloro che aiuta.

Vabbè, lo sapete, c'è questo omicidio, la parola "Rache" scritta sul muro, il finto ubriaco, la vecchietta scaltra...ma che ve lo dico a fare? sono cose  famosissime, e se non le conoscete allora prendete e leggetevele, subito. Ma poi, cosa succede verso metà libro? il mistero viene risolto. Holmes, con pochissimo sbattimento e senza gli estenuanti interrogatori di Poirot, risolve il caso, certamente non trascendentale. Beh, dico io? ma i gialli non si concludono alla fine? che storia è?  Vabbè, c'è una seconda parte, "Il paese dei santi". Di colpo, dalla brumosa Londra ci ritroviamo nelle assolate praterie degli States, si parla di deserti, di montagne rocciose, di Indiani d'America; il far West che io, Texiano doc, amo tanto! mai stupore fu più grande, dalla metropoli alle praterie, che emozione unica.

La storia che seguiva era l'antefatto che avrebbe portato al delitto di Lauriston Gardens. Niente a che vedere col giallo deduttivo, era piuttosto un melodramma avventuroso dalle tinte fosche ambientato tra i Mormoni di Salt Lake City con un personaggio, una dolcissima fanciulla detta "Il fiore dell'Utah", della quale mi innamorai dopo una pagina e per la cui triste fine soffrii moltissimo. Dopo tutto questo ampio antefatto, nelle ultime pagine si torna a Londra, dove Holmes scioglie gli ultimi enigmi davanti all'uditorio estasiato dei suoi collaboratori, e conclude con una massima in Latino molto in stile Dupin.

Insomma, era un romanzo giallo diverso, meno geniale dei Christie con Poirot, ma molto più avvincente e godibile di questi, e con detective infinitamente più simpatici. Erano due romanzi in uno, non ne avevo mai letti prima, e fin da subito capii che il mio amico Arthur era un tipo unico e irripetibile. Le settimane seguenti furono a dir poco scoppiettanti, con l'avventuroso e Salgariano Segno dei quattro, poi uno Scandalo in Boemia, I faggi rossi, La faccia gialla, Il mitico Mastino Dei Baskerville, La valle della paura che riprendeva la struttura narrativa del primo romanzo, poi gli Omini danzanti, la Ciclista solitaria, il Vampiro del Sussex...solo per citare le più memorabili. Nell'estate del duemila altro cofanetto Newton con le storie fantastiche e dell'orrore, e altre ore, giorni, settimane di emozioni irripetibili. E adesso, Arthur ha tanti discepoli che provano a riproporre il suo immortale personaggio in mille salse, e alcuni sono simpatici, sono diventati dei buoni conoscenti; ma Arthur, che in questa caldissima estate Fiorentina è qua al mio fianco a farmi compagnia, oggi come allora, resta il migliore amico possibile per chiunque voglia conoscerlo a fondo, e sicuramente lo è per me, ora e sempre.

 

8 commenti:

  1. Il modo con cui descrivi il tuo "amico" Doyle e la sua eccezionale creatura ha un che di deliziosamente poetico. la tua non è la semplice passione del collezionista o del giallofilo ma un vero e proprio amore per la letteratura. In un mondo dove tutti i piaceri sono circoscritti (almeno così sembra) all'ambito tecnologico o a giochi riprovevoli ritrovare gioia ed emozione nei nostri amici pezzi di carta tinti d'inchiostro è davvero bellissimo. Illud est pulcherrimum! Grazie ancora per le tue fatiche.

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  2. P.s scusa per l'ulteriore messaggio. Io mi chiamo Matteo. Ma non avendo familiarità con le tecnologie, google mi ha assegnato questo sciocco nome e questa discutibile immagine. Un saluto ancora.

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  3. Ti ringrazio molto Matteo, hai capito appieno lo spirito del mio post; non era tanto per analizzare il romanzo, ma per affrescare l'origine di una passione; ogni bibliofilo ha la sua "storia", momenti in cui ha scoperto e amato un nuovo autore, ed essi si ricordano come si ricordano i primi amici o il primo amore; tanto possono le passioni. Un saluto a te e grazie per il commento.

    Francesco; no, mi spiace, io non sono gentile con chi arriva, scrive un commento che non c'entra niente con l'articolo scritto e inoltre chiede, nemmeno molto educatamente, un lavoro di classifica che porterebbe via delle ore, e non è che io non abbia niente da fare tutto il giorno..simili richieste sono assolutamente irrispettose verso chi gestisce un blog, io sono molto disponibile verso tutti ma per un consiglio "veloce" non è che mi si possa commissionare un lavoro oneroso. Se però come colgo dal tuo tono, ti sei stizzito e non vuoi più tornare su questo blog, arrivederci e grazie, per me va benissimo.

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  4. Omar...letto con piacere perché sai che la passione holmesiana ci unisce ... Anche se ho notato una spinta doyleiana che prima non avevi e mene compiaccio!
    Iniziai anche io con un STUD presente in un tomaccio di quelli tipo readers digest neri col dorso...era credo il 1992...sembrava un evento per un bambino leggere tutte quelle pagine..e poi il flashback in Usa..ci capii poco...poi la ripresa holmesiana nel 2012. La passione rinaque forte da questo primo romanzo...dove la narrazione in prima persona di Watson é eccelsa..sembra di essere con loro..e quando da i voti all amico,palesando numerosi ZERO affianco alle lodi...da fomento.
    Holmes...inizia da STUD. e non finirà mai piu.

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  5. Ciao Giordano..se non avevo parlato di Doyle prima è perchè il maestro è talmente grande che parla da solo. E poi ribadisco che per me Doyle non è solo Holmes, ma molto di più, e se devo scegliere una top 5 tra i migliori romanzi di Doyle, del ciclo di Holmes ce ne sarebbero solo due ( Il mastino e il segno dei quattro), mentre "Le cinque rose" "Il mondo perduto" e "Il principe nero" si prenderebbero alla grande le altre 3 posizioni; per non parlare dei racconti neri e horror, con delle autentiche gemme. Parlerò prima o poi anche del Doyle extra-Holmes, tutto a suo tempo, il materiale per farci compagnia non manca.

    Per il resto, d'accordo con te, un bambino magari avrebbe difficoltà ma credo che questo libro dai 12 anni in poi sia fruibilissimo, anzi io lo darei da leggere per le vacanze al posto di Calvino...

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  6. Principe nero? Cinque rose? Mi mancano...eppure ne ho letti molti saltando solo Gerard e le altre a tema prettamente storico. Attendo con piacere la disamina d Doyle oltre Holmes!

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  7. Quelli citati sono due romanzi storici del ciclo della compagnia bianca, se non hai letto i romanzi storici non puoi conoscerli...ma ti ricordo che il romanzo storico era il genere prediletto da Doyle, e vi dette veramente il meglio di se stesso, con romanzi avventurosi e romantici (Sullo stile di Walter Scott ma con la leggerezza di Stevenson) tra i migliori in assoluto; ma se proprio non ti piace il genere non ti dannare per cercarli, perché sono pieni di cliches verso questo genere.

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