martedì 16 febbraio 2016

UNA RILETTURA NOIR DI "UN AMORE" DI DINO BUZZATI.


Il compianto Dino Buzzati è uno dei letterati Italiani del secolo scorso che più mi è caro, per parecchi motivi; è stato uno dei pochi a rompere gli schemi dell’asfittica letteratura del tempo votata principalmente al realismo, e soprattutto non si è mai fatto problemi nell’elogiare la cosiddetta letteratura popolare; grande estimatore di fantascienza e horror, cultore di fumetti Disney e in particolare di Carl Barks (famosa la sua splendida prefazione all’Oscar Mondadori Vita e dollari di Paperon de Paperoni, prima raccolta organica realizzata in Italia delle storie del genio dell’Oregon) questa passione per il fantastico e le tinte forti si ritrova anche nei suoi racconti più giustamente famosi, da “Sette piani” a “Il colombre” fino all’agghiacciante “Il sogno della scala”, uno dei miei preferiti, nel quale un uomo vede pian piano svanire la lunga scalinata che sta salendo.


I suoi romanzi furono pochi, ma sempre di grande effetto; e se il suo più famoso è senz’altro “Il deserto dei tartari” quello che però sento più mio e a cui sono più affezionato è senz’altro “Un amore” romanzo del 1963 che a detta di tutti è il suo capolavoro “Realistico” ma che, dopo una terza rilettura, il sottoscritto reputa a tutti gli effetti un vero e proprio noir alla James Cain, che del genere ha dato forse gli esempi più alti, lucidi e disperati; da “Il postino suona sempre due volte” a “La fiamma del peccato” , per proseguire con “Serenata” e fino a “Mildred pierce” , i capolavori si sprecano, e mi piace immaginare che Buzzati li avesse bene in mente quando stese il suo romanzo.
Parliamo, appunto, di questo “Un amore”. Nella suggestiva cornice di una Milano alle soglie del boom economico, città già proiettata verso un luminoso futuro ma non ancora  metropoli o “da bere” (Le descrizioni dei vecchi quartieri pian piano fagocitati dalla ristrutturazione edilizia sono un vero documento d’epoca, oltre che estremamente emozionanti) si consuma il dramma di Antonio Dorigo, cinquantenne pubblicitario di successo che perde pian piano ma inesorabilmente la testa per una giovane prostituta diciottenne, Adelaide detta Laide, fino a diventare consapevolmente suo schiavo, scendendo tutta la scala della degradazione morale.



Il romanzo inizia quasi in sordina, coi loro incontri clandestini nella sartoria-casa d’appuntamenti di madama Ermelina (la legge Merlin che sancì la fine delle case chiuse legalizzate era stata da poco approvata) Dorigo è un tipico uomo del boom, arido e pragmatico, che guadagna bene col suo lavoro, si permette settimane bianche e incontri con prostitute. Paradossalmente, Laide (che in Francese peraltro significa “brutta”, e credo che con ciò l’autore voglia descriverla in un solo aggettivo) non è nemmeno una ragazza per cui vale la pena perdersi; creatura di rara sgradevolezza, sgarbata, ignorante e di una meschinità troppo esemplare per non essere autentica, per giunta nemmeno bellissima, ha solo un fascino ambiguo quasi da bambina (e qui si va sul perturbante, in quanto si può immaginare una pedofilia latente da parte di Dorigo…) e la furbizia della cortigiana che considera da stupide lavorare quando con meno fatica si può guadagnare il triplo. Laide, bugiarda nel sangue, non arretra davanti a niente; non esita a farsi accompagnare da altri clienti o amanti da Dorigo, si inventa scuse sempre meno plausibili per giustificare le sue assenze, è sempre maligna e imbronciata, incapace di qualsiasi tenerezza. Nel corso del romanzo, Dorigo viene a sapere verità sempre più sconvolgenti;  Laide posa per foto pornografiche, eccelle in pratiche “proibite”, addirittura viene fatto capire che si prostituisce anche con donne (Cosa, per l’Italiano medio del tempo, oltre ogni immaginazione) ;ma Dorigo, proprio come gli antieroi di Cain, più è cornuto e mazziato e più si innamora follemente e si degrada fino al parossismo, rifiutando in blocco la realtà delle cose, e  finendo per ricordare l’assurdo protagonista de “La ballata dell’amore cieco” di De Andrè. Certo, Laide non chiederà a Dorigo di uccidere qualcuno, “solo” di uccidere se stesso; manca l’elemento strettamente criminale quindi, ma il pathos di una vita che lentamente si brucia a causa questa improbabile e francamente ripugnante dark lady (avesse almeno il fascino di una Lana Turner o di una Barbara Stanwyck…)  è appunto degno dei migliori neri Americani.
E anche il finale, confuso e sfuggente, non fa che amplificare la dimensione desolante in cui il protagonista è precipitato; Laide vuole tenerlo a se, sembra aver capito i suoi errori, sembra decisa a cambiare vita e gli dice addirittura di aspettare un figlio da lui; tutto rimane in sospeso, chi ci vuole credere ci creda sembra voglia dirci Buzzati, ma il lettore smaliziato non può fare a meno di pensare che questo non sia altro che l’ennesimo inganno della perfida ragazza, che il figlio è di chissà chi altro, e possiamo immaginare per Dorigo solo altri dolori, altre umiliazioni, e perché no, anche un epilogo tragico, alla Cain appunto; dove c’è degrado e disperazione il delitto germoglia quasi di conseguenza, come un seme malefico.
Insomma, questo romanzo di Buzzati è non solo un capolavoro della letteratura Italiana “seria”  ma anche un grande noir, teso e coinvolgente, che anticipa tutta la grande stagione della Milano violenta di Scerbanenco; per descrivere l’orrore metropolitano e la solitudine umana non sempre servono il sangue e le pistole.

2 commenti:

  1. L'ho letto ormai molti anni fa, quasi una trentina...e ricordo di averlo molto apprezzato, soprattutto per il ritratto di un uomo nei cui tratti psicologici riconoscevo, sia pure in misura minore fortunatamente, alcuni dei miei.
    Lo dovrei rileggere.
    Però da quella lontana lettura Laide non la ricordo così ripugnante, fisicamente...mi sembra di rammentare che Buzzati, descrivendola, la paragoni a una Madonna di Antonello da Messina.

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  2. Ciao,

    Ovviamente la "bruttezza" di laide è interiore, caratteriale, e la sua meschinità finisce per influire anche sul suo sguardo, sempre accigliato e quindi imbruttito. Poi va da se che una prostituta d'alto bordo sia attraente, almeno fisicamente. In ogni caso ti consiglio la rilettura, è un libro sorprendente.

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