domenica 6 luglio 2014

SETTE PICCIONI SPORCHI DI SANGUE / L’OMICIDIO DI GERALDINE FOSTER, DI ANTHONY ABBOT.

Nel quasi lontano 2005 la redazione del giallo Mondadori ebbe un’intuizione  assai felice, ossia quella di rendere reperibili in Italiano e con traduzioni accuratissime di Igor Longo, tutti e 8 i romanzi del Newyorkese Anthony Abbot, pseudonimo di Charles Fulton Oursler, uomo di grande personalità e versatilità (tra le altre cose era un caro amico del presidente Roosvelt) che tra il 1930 e il 1943 scrisse appunto otto romanzi polizieschi, un vero ciclo con tanto di blanda continuità dove il protagonista assoluto era il carismatico Thatcher Colt, capo della polizia della grande mela e “uomo più distinto ed elegante della città”, tanto che ovviamente, vista l’epoca e il grande successo di cui godeva Van Dine in quel mentre, venne naturale di fare il paragone con Philo Vance, ma in realtà le similitudini tra Huntington Wright/VanDine e Oursler/Abbott, che pure esistono, sono più da un punto di vista stilistico che non per la personalità dei protagonisti; infatti, Vance e Colt si somigliano molto poco, perché Vance è un erudito bibliofilo snob e inavvicinabile che investiga per divertimento mentre Colt è un alto funzionario nel pieno esercizio delle sue funzioni, che vive tra la gente e per la gente. Colt è raffinato, ha una biblioteca di quindicimila volumi, ma vive coi piedi per terra, non è esageratamente pomposo, non cita classici Latini e Greci ogni tre pagine e soprattutto è un personaggio credibile, non come Philo Vance che, come Poirot, Sherlock Holmes, Nero Wolfe, Lord Peter Wimsey, Gideon Fell e Henry Merrivale appartiene alla schiera dei detective- macchietta, di grande funzionalità e sicuri di rimanere impressi indelebilmente nella mente dei lettori, ma del tutto improponibili come persone. Infatti le mie simpatie, in tal senso, vanno a detective come l’Alan Grant di Josephine Tey, al Thorndyke di Freeman, all’Ellery Queen da The Egyptian cross Mystery in poi (perché quello dei primi romanzi, nel suo snobismo esasperante, è ancora peggio di Vance); individui di grande spessore, superiori senz’altro ai comuni mortali, ma pur sempre plausibili.

L'autore

Colt, a mio avviso, appartiene a questa categoria, e anzi diviene il primo grande detective della Golden Age a essere anche credibile.
No, le somiglianze tra Abbot e Van Dine si possono trovare a livello prettamente stilistico, in quanto il grande autore in quel momento dettava legge a tutta la scuola Americana, aveva creato un qualcosa di nuovo e di grande che verrà imitato a oltranza negli anni successivi, non solo negli States.
Per cui l’esordio di Abbott, “About a Murder of Geraldine Foster”, apparso nei classici del giallo nel Maggio 2005 col titolo “L’omicidio di Geraldine Foster”e ristampato nei mesi scorsi, nella medesima traduzione di Longo, nei bassotti Polillo col discutibile titolo “Sette piccioni sporchi di sangue”, presenta un narratore in prima persona che si chiama appunto Anthony Abbot ed è amico di Colt, così come S.S. Van Dine raccontava in presa diretta le avventure del suo amico Philo Vance. E anche la struttura del romanzo deve molto a William Huntington Wright, soprattutto per lo svolgimento delle indagini e l’interpretazione dei vari indizi.



Ma ora basta fare paragoni, perché è tempo di rendere giustizia a un romanzo che vive ampiamente di vita propria, in quanto è un vero e proprio capolavoro senza mezze misure, uno di quei polizieschi da dieci e lode che non si dimenticheranno più una volta letti.



La storia è la seguente; nei giorni attorno a Natale, in una New York gelida e spettrale una impiegata come tante, tale Geraldine Foster, giovane e carina, scompare misteriosamente. La sua amica Betty Canfield denuncia l’accaduto, e la polizia cittadina inizia le indagini. Ben presto si fa una drammatica scoperta; in una casa isolata si trovano copiose macchie di sangue, un’ascia intrisa di sangue e sette piccioni morti sulla soglia. Poco dopo, in un bosco non lontano dall’abitazione, l’agghiacciante scoperta; il corpo di Geraldine giace in una fossa, orrendamente mutilato dall’ascia, e completamente nudo. E anche un bambino, testimone inconsapevole del tremendo omicidio, parla di un fantasma nudo che si aggirava per l’abitazione. Proprio questo riferimento continuo ed esplicito  alla nudità femminile rende il romanzo estremamente adulto e “forte” per il tempo, mi sarei divertito a leggerne una traduzione per le palmine, chissà la censura come avrebbe snaturato il testo!.
Da questo momento, il romanzo diventa quasi un libro- inchiesta, dove si osserva da vicino il modus operandi di Thatcher Colt, che con un sospetto ( e forse questa è l’unica cosa abbastanza datata e stonata del romanzo) non esita a usare, nell’ordine, il terzo grado, la macchina della verità e perfino la Scopolamina (il siero della verità) tanto cara a Diabolik.
Ma non crediate che questo sia un romanzo freddo e impersonale, perché sareste in errore; Abbot è bravissimo a variare il registro e ad emozionare il lettore in vari modi; dalla goticheggiante sequenza del ritrovamento del cadavere, ai toni dolci e quasi struggenti con cui Betty Canfield difende la memoria dell’amica deceduta, fino all’umanità quasi alla Maigret di Colt, che anche quando usa maniere spicce lo fa per il bene dell’accusato e di chi gli sta vicino. E infatti il finale, dopo la terribile e veramente inaspettata conclusione, sarà lieto, con punte anche di rosa, il che non guasta mai; Abbot per fortuna era della generazione che comprendeva benissimo che i polizieschi, anche in più crudi, sono comunque fiabe per adulti.
Tra i tanti pregi del libro, è giusto sottolinearne uno veramente grande; la leggibilità. Abbot non era un autore che si perdeva in troppe descrizioni e dettagli, tutti i suoi libri che ho letto sono agili e scorrevoli, e pur avendo la robustezza negli intrecci di un Freeman ha una scioltezza degna della Christie.
Poi, la verosimiglianza degli ambienti; in questo romanzo si vive la New York del 1929 come in pochi altri casi, capitiamo in studi medici, case popolari, conosciamo ragazze che lavorano e sognano la loro indipendenza, cosa non comunissima a quei tempi. Manca quindi del tutto  l’America ye-ye di Fitzgerald (la grande crisi era alle porte, e se ne respira talvolta l’aria) o la fastosità post-Whartoniana della Green e della Rinehart; insomma, pur partendo da Van Dine e la sua lezione Abbot seppe a sua volta creare un qualcosa di veramente nuovo, ed era veramente l’ora di riscoprirlo a partire da questo esordio, un capolavoro la cui presenza in libreria tra i Bassotti è sacrosanta, perché i veri amanti del poliziesco non possono assolutamente farne a meno.


2 commenti:

  1. Mi hai molto incuriosito con questa tua recensione, quindi lo recupererò al più presto (l'edizione Polillo, perché quella Mondadori non l'ho mai trovata ai mercatini).

    In questi giorni sto leggendo Il gatto e il topo di Christianna Brand, e mi sta piacendo moltissimo. Certe volte, mi pare quasi di leggere la sceneggiatura di un film di Robert Aldrich!

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  2. Si, in effetti la Brand aveva un piglio molto cinico e sanguigno quasi da hard boiled, nel senso che non lesinava sugli effettacci e diceva le cose come stavano, non era assolutamente delicata e reticente come altre regine del giallo.

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