martedì 1 settembre 2015

"IL LADRO" (THE WRONG MAN,1956) DI ALFRED HITCHCOCK.


 

Cari amici, eccoci di nuovo qua, pronti per una nuova stagione.

Come promesso nella sezione “novità” dello scorso Aprile da ora in poi mi occuperò anche di film polizieschi e thrilling. Strano che non lo abbia fatto prima, con tutte le pellicole a tema che mi sono divorato, ma che volete, l’ispirazione è una dea capricciosa.

Esordisco in campo cinematografico con quello che, a parere di chi scrive, è forse il film più sottovalutato della storia del cinema thriller, per ironia della sorte diretto da colui che del genere è la garanzia, il marchio di fabbrica, l’icona, il maestro Alfred Hitchcock.
 
 

Ma io lo so, sapete, perché questo “The wrong man” (Ossia l’uomo sbagliato, titolo forse poco suggestivo ma comunque molto più pertinente del banalotto titolo Italiano) non se lo fila nessuno o quasi, sia esso il pubblico (e fin qui lo posso capire, non tutti possono essere degli esperti) ma soprattutto la critica, anche quella più golosamente cinefila, che non lo pone mai, ma proprio mai, tra le opere Hitchcockiane più significative; perché è un film dimesso, spoglio e a tratti forse noioso. Lasciamone per un momento da parte i pregi, guardiamone solo i difetti, intollerabili per l’Hitchcockiano medio; il ritmo lento e per nulla avvolgente, l’atmosfera realistica con glamour sottozero, personaggi comuni e senza nessun appeal, e soprattutto non si ride mai; il film giusto per essere epurato e nascosto, infatti non ne esiste, a che so, una versione in dvd (forse è esistita in passato, ma non adesso), io ho sempre la mia antica vhs della De Agostini; eppure, però, anche solo per essere un film del 1956, periodo di massimo fulgore creativo del maestro, qualche tentativo di rivalutazione lo meriterebbe.

Vi basti questo, in ogni caso; senza “The wrong man” quasi sicuramente non ci sarebbe stato Psycho per come lo conosciamo. L’inizio della svolta verso il realismo nell’opera Hitchcockiana viene proprio da qua. Come in Psycho, abbiamo protagonisti del ceto medio-basso, persone vinte dalla vita, senza nessuna peculiarità, lontani anni luce dagli eroi vincenti e dalle bionde ricche e affascinanti raccontati tante (troppe) volte dal regista Londinese.

inquietante immagine dell'angoscia in cui vive la coppia.

 

ATTENZIONE; SPOILER!

 

Il protagonista Emmanuel Ballestrero (un Henry Fonda letteralmente superlativo e credibilissimo)è infatti un musicista di un esclusivo Night di New York, un impiego non troppo remunerativo ma che gli permette di andare avanti assieme alla sensibile, dolce moglie Rose (Vera Miles, la mancata musa Hitchcockiana) e ai due figli. La loro vita scorre tranquilla e abbastanza serena, ma un brutto giorno al protagonista capita di essere identificato come l’autore di alcune rapine avvenute tempo prima, e questo da più di un testimone; lui ovviamente è innocente, ma il colpevole gli somiglia moltissimo. Cosa dovrebbe succedere adesso, visto che è una pellicola di Hitchcock? Certo, il protagonista, come nel “Pensionante”, o “Il club dei trentanove”, o “Giovane e innocente”, o ancora “Sabotatori” con uno stratagemma si darà alla fuga, seminerà i poliziotti, incontrerà una bella bionda dapprima scontrosa e poi innamorata che lo aiuterà a scagionarsi e così via; invece no, il mite e remissivo Ballestrero finirà in cella senza opporre resistenza alcuna, e ne uscirà solo perché parenti e amici racimolano i soldi per la cauzione. Ma non è finita; c’è il processo, la reputazione rovinata, gli avvocati da pagare con soldi presi in prestito, tutto sapendo di essere innocente. E a un certo punto Rose, l’adorata moglie, inizia a dare segni di squilibrio mentale, tendenza sempre più inquietante e sinistra che culmina in una scena che per me è la più agghiacciante di tutta la filmografia Hitchcockiana; a un certo punto Rose emette una risata isterica, sgradevole, nella quale emerge tutta la sua disperazione assieme ai prodromi della follia;  al confronto scene come quella  della doccia in Psycho, o gli uccelli che aggrediscono i bambini nell’omonima pellicola del 1963, sono robetta da asilo.
 
Vera Miles
 

E il film va avanti, lento, verboso, tra aule di tribunale, case proletarie e l’istituto di igiene mentale dove ormai vive Rose. Si cercano testimoni che possano scagionare l’imputato, ma senza fortuna. Al processo tutto sembra mettersi al peggio, fortuna che un giurato si rivela inadatto al suo compito, e tutto viene aggiornato a nuova data, con una giuria più affidabile. Quando tutto sembra compromesso, il vero colpevole entra di colpo in scena e quasi subito si fa beccare come un pollo mentre tenta una rapina a un drug store, quasi come se il regista  avesse deciso di aver giocato fin troppo con la pazienza dello spettatore; quindi ci si incanala rapidamente verso un apparente lieto fine, con il vero ladro che viene catturato e Ballestrero rilasciato  con tante scuse, ma tutto questo non ci da nessuna consolazione, anzi, nella scena in cui il protagonista incrocia in aula il vero colpevole e con voce tremante di rabbia e sdegno gli dice “Per colpa tua mia moglie è impazzita” notizia accolta con estrema indifferenza dall’arrogante criminale, ci sentiamo ancora più male, perchè il colpevole sarà giudicato per i suoi reati ufficiali ma non per avere rovinato forse irrimediabilmente la vita e l’armonia di una coppia ancora giovane e con del futuro davanti; alla fine della storia, quindi, l’innocente ingiustamente accusato non trova avventura e amore, trova solo le macerie di una vecchia vita felice, ed è qui che si capisce che il regista per le grandi platee, stufo del mondo da lui stesso creato, ha voluto narrarci una parabola Evangelica di stampo quasi Bressoniano, e soprattutto ha voluto dimostrarci il suo talento puro, visto che nessun altro suo film, tranne forse il successivo “Vertigo” raggiunge simili livelli di intollerabile pathos.
 
 

Nell’ultima scena Ballestrero, ormai libero, corre da Rose a comunicargli la bella notizia, ma la donna non muove un muscolo, è completamente atona. Poi compare una didascalia, che vorrebbe essere rassicurante, che ci dice che Rose si rimetterà entro due anni e che poi tutta la famigliola vivrà felice e contenta, ma noi non ci crediamo, questa cosa vogliamo vederla, non leggerla in una didascalia da film muto. Ma niente, non ci sarà data questa gioia, l’incubo non è destinato a dissolversi, Ballestrero non ricorderà le sue disavventure con fare ironico dopo una notte d’amore con la bionda di turno. Tutto è notte e nebbia, la metropoli tentacolare che avvolge, stritola e avvolge ancora, una visione desolata e senza speranza. Non ve lo aspettavate, vero, dal regista di Caccia al ladro, La finestra sul cortile, Rebecca e Intrigo Internazionale, vero? Eppure “The wrong man” è tutto questo, e molto di più. Un autentico capolavoro, che tutti, non solo i patiti di Hitchcock dovrebbero vedere. Io nel frattempo mi visiono di nuovo la mia vhs, sperando che prima o poi qualcuno si decida a rieditarlo in DVD; forse una versione c'è già stata, ma non risulta attualmente disponibile, e sarebbe tempo di rivederlo nei negozi.

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