domenica 10 gennaio 2016

SU "CAROL" DI PATRICIA HIGHSMITH, E IL FILM OMONIMO DI TODD HAYNES.


Uno dei titoli più giustamente attesi per questo periodo era il grande ritorno al cinema di Todd Haynes, forse il regista contemporaneo che più si ispira, sempre con grande raffinatezza, al cinema classico.

Infatti, dopo il bellissimo “Lontano dal paradiso” dove omaggiava il melò alla Douglas Sirk, il biopic Dylaniano “Io non sono qui” e l’eccellente miniserie “Mildred Pearce” tratta dal romanzo di James Cain con una ottima Kate Winslet sulle orme di Joan Crawford, Haynes ha deciso di portare sullo schermo un libro non solo leggendario per la comunità LGBT, ma un vero grande romanzo Americano del novecento, ovvero “Carol” romanzo giovanile della già grande Patricia Highsmith, per chi scrive uno dei pochissimi libri per capire fino in fondo l’America del secondo dopoguerra.
 
La giovane Highsmith
 

La ruspante young-lady Patricia mise tutta se stessa in questo romanzo semiautobiografico, uno dei suoi pochissimi scritti non di genere Thriller, anche se a ben vedere l’elemento che genera autentico suspense, il “MacGuffin” per dirla alla Hitchcock, è ben presente, ovvero “Riusciranno due donne ad amarsi e vivere felici nell’America bigotta e perbenista sull’orlo del Maccartismo?” se ci si immedesima un filo con le protagoniste, la lettura è da cuore in gola quanto quella di “Sconosciuti in treno” (L’altro mio Highsmith preferito) o “Vicolo cieco”.
 
 
Dicevamo, storia autobiografica almeno nella parte iniziale,  in quanto la Highsmith, come la protagonista Therese, da giovanissima lavorò per un periodo come  commessa ai grandi magazzini, dove l’incontro fortuito con un’affascinante signora le ispirò la trama del romanzo.

E il libro inizia proprio così, quasi in sordina, con la giovane e delicata diciannovenne Therese che percorre i primi passi nel mondo degli adulti collaborando ai grandi magazzini Frankenberg (microcosmo questo rievocato in maniera sublime, una vera testimonianza d’epoca). Il romanzo segue la sua vita ordinaria tra incontri con colleghe invecchiate e incolori, flirt indecisi, sogni e incertezze; tutta la bellezza, la poesia e la difficoltà di quell’età solo apparentemente dorata.

L’incontro casuale con Carol Aird, donna affascinante ma che potrebbe  essere sua madre, già esperta delle cose della vita e sicura di se, apre alla giovane Therese nuovi orizzonti, non ultimo quello del grande amore; con Carol, attraverso numerose prove tra cui la persecuzione del di lei marito, Therese troverà il coraggio di ammettere con se stessa il proprio orientamento sessuale, e soprattutto il coraggio di viverlo contro tutto e tutti.

Raccontata così, sembra una storia semplice da filmare, ma invece c’è voluta tutta la bravura di Haynes per riuscire a realizzare un prodotto che, pur non essendo compiuto come il libro, riesce tuttavia a renderlo ottimamente nell’unico modo possibile; girarlo come fosse un film del 1949, presentando persone e situazioni verosimili per quel periodo, senza concessioni all’attualità; il pregiudizio è reso alla perfezione, i vari caratteri non sono addolciti da una visione più “contemporanea”, nessuno viene troppo demonizzato o troppo santificato (il difetto di praticamente tutti i romanzi/film a tematica gay; i protagonisti sono poveri martiri e gli antagonisti biechi come villains da feuilleton; diciamo che la vita vera è fatta di grigi più che di bianchi e neri, e questo la Highsmith, che pur viveva sulla propria pelle le difficoltà di essere “diversa” in un mondo dove la normalità era una religione, lo sapeva benissimo).
 
l'incontro
 
E come un film del 1949 è realizzato anche tecnicamente, a partire dallo splendido omaggio iniziale a “Breve incontro” di David Lean, con la leggendaria  mano che preme sulla spalla come doloroso saluto di commiato. Erano anni che non vedevo movimenti di macchina così sinuosi, studiati e volutamente artificiosi (Le due protagoniste sono “amate” dalla cinepresa come accadeva alle dive di una volta) e anche la scena di sesso è resa in maniera molto raffinata e Hitchcockiana (tutt’altro spessore rispetto  alla sequenza urlata e semipornografica de “La vita di Adele”) e si sposa perfettamente col tono della pellicola.

Le due attrici forniscono una prova semplicemente strepitosa: ormai Cate Blanchett è aldilà di ogni conferma, quindi la vera sorpresa è Rooney Mara, assolutamente incantevole e che attraversa tutto il film come un aquilone cullato dal vento.
 
Rooney Mara
 

Se proprio si vuole trovare un difetto all’opera cinematografica, perlomeno rispetto al romanzo, è il minore spessore del personaggio di Therese; nel libro è lei la vera protagonista e la sua vita viene descritta molto dettagliatamente prima dell’incontro con Carol, mentre nel film esso avviene qausi subito. Ma sono dettagli, perché davvero se tutti i film fossero come questo di Haynes il cinema rivivrebbe una seconda epoca d’oro.

Per cui, un consiglio per i prossimi giorni; prima leggetevi con calma il romanzo (è lungo più o meno quanto un normale giallo) e poi andate a vedere il film; chiunque ama il cinema e la letteratura non potrà che rimanerne soddisfatto.

2 commenti:

  1. Io sono rimasto molto colpito dal film di Haynes. Che Carol sia il mio romanzo preferito della Highsmith è cosa nota, ma conoscendo ed amando il regista mi immaginavo un'adattamento stra-fedele (come già successo per Mildred Pierce) e invece le seppur lievi modifiche rispetto al romanzo mi hanno stupito, e in positivo! L'aver tolto tutta la parte sul rapporto bizzarro e quasi morboso fra Therese e l'anziana collega di lavoro ha giovato parecchio all'economia del film, e soprattutto, l'aver "ribaltato" la scena iniziale/finale (invertendo i ruoli di Therese e Carol) è stato un colpo di genio, che ha quintuplicato il pathos degli ultimi minuti del film. Certo, tutti gli elementi per così dire thriller del romanzo (la sempre presente -e quasi ossessiva- paura di essere seguite e braccate e spiate nella loro relazione "clandestina") nel film viene molto mitigata, ma poco importa: alla fine funziona tutto alla perfezione. La regia di Haynes è una delizia per gli amanti dei film della "vecchia scuola", eppure è nei momenti di "deragliamento" dalla sua classica perfezione formale (quando ad esempio si sofferma su dettagli sfocati e sognanti come ad esempio nella scena del tunnel, nel primo viaggio in auto delle protagoniste) che risulta davvero emozionante. Bravissime le protagoniste, anche se la Blanchett mi è piaciuta meno della Rooney Mara, che ha una grazia che non vedevo dai tempi di Audrey Hepburn.
    Insomma, sono rimasto soddisfattissimo.

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  2. Vero, hai ragione su tutto; in effetti eliminare la collega anziana ha giovato alla pellicola, d'altra parte o si faceva una miniserie come per Mildred Pearce o per forza qualcosa andava aggiustato, il libro della Highsmith è piuttosto denso pur essendo abbastanza breve. La regia di Haynes è classica e modernissima al tempo stesso, ora come ora è davvero il miglior regista in circolazione; come Kubrick, gira poco ma quando esce un suo film vale per cinque. E Rooney Mara, ma quanto è incatevole? e anche bravissima, essere convincente nei panni di Lisbeth Salander e poi in quelli della mite e angelica Therese Belivet è facoltà solo di una grande attrice.

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