mercoledì 11 settembre 2013

“LA GIARRETTIERA” DI JACQUES FUTRELLE E L'ETERNO FASCINO DEI LADRI GENTILUOMINI (E DEI GIALLI ECONOMICI MONDADORI)




C' era una volta, nella sonnacchiosa e provinciale Italia fascista pre-bellica, una collana meravigliosa, ovviamente i Libri gialli Mondadori (le cosiddette Palmine, dal logo Mondadori dell'epoca che raffigurava appunto una piccola palma) con i volumi da libreria elegantemente rilegati e con meravigliose sovraccopertine illustrate dal grande Abbey.

Però, parallelamente a questa collana diciamo del giallo “nobile” ve ne era un'altra che comprendeva quelli che in redazione venivano giudicati i gialli meno d'effetto e di seconda scelta, che venivano stampati in un formato stile rivista, col testo su due colonne (e ahimè spesso tagliuzzato), su carta più dozzinale e che costavano la metà; sto parlando degli altrettanti mitici GEM ,ossia i gialli economici Mondadori.
Uscirono tra il 1933 e il 1942, fino a che le persone non ebbero altro a cui pensare che non la lettura. 198 titoli, che curiosamente sulle prime presentavano romanzi che,al contrario di molte palmine, hanno goduto e godono di ottima salute editoriale con molte ristampe; sto parlando dei romanzi di Edgar Wallace e dei Maigret di Simenon, che curiosamente uscirono in questo formato più popolare, che sicuramente lo stesso Maigret avrebbe forse preferito alle edizioni di pregio.

Poi la collana virò su autori veramente di secondo piano e molti dei quali oggi ormai dimenticati; c'erano anche alcuni Italiani (Vasco Mariotti, Cocchia Adami Magda, il traduttore Alfredo Pitta col suo ciclo dell'investigatore Elderton) ma il grosso della partita era formato da autori Inglesi e Americani.
Ora, giusto l'altro giorno ho messo le mani su qualche originale che uno sprovveduto venditore mi ha ceduto a 1 euro al pezzo (anche se ho passato 2 sere a restaurarli tanto erano malmessi e polverosi) .
 Ad averli davanti uno si accorge di quanto questi GEM siano in realtà adorabili; le copertine sono bellissime come quelle delle palmine (anch'esse credo opera di Abbey), e il fatto che fossero stampate anziché su sovraccoperta le ha fortunosamente fatte arrivare intatte fino al 2013. Poi ,come sarebbe stato nella nuova collana dei gialli del dopoguerra, c'erano anche varietà, vignette umoristiche, giochi sotto la dicitura “Enimmi e passatempi” (no,  non ho scritto male, si diceva proprio enimmi) e pubblicità illustrate spesso molto belle. Tralasciando qualche peana verso il duce, il prodotto è tuttora una vera gioia per gli occhi.
Ovviamente, una volta rimessi in sesto, non ho potuto fare a meno di leggerne qualcuno. E spesso questi prodotti sono una vera sorpresa, in quanto non è riportato nessun accenno di trama ne i nomi dei personaggi; insomma, libri misteriosi e tutti da scoprire; a volte vorrei fosse ancora così, non mi piace la troppa informazione.

A dire il vero quello che ho scelto di leggere per primo, la Giarrettiera di Jacques Futrelle, è uno dei non pochi GEM riproposti nell'altrettanto mitica GEN, ossia i miei amati gialli economici Newton, che spesso riproponeva, in traduzioni “opportunamente rivedute e aggiornate” (ma non integrali come millantava la scritta in copertina, aggiungo io; anche se era la riproposta integrale del testo degli anni trenta esso non era integrale in partenza, quindi la scritta è mendace...ma piuttosto che non averlo, un testo val bene anche non integrale, in quanto le traduzioni erano fatte veramente benissimo) proprio titoli provenienti dai GEM e spesso mai riproposti dalla prima edizione. Quindi, nel caso che dopo il mio post siate interessati al romanzo recensito, lo potrete comodamente trovare nelle bancarelle o su ebay col titolo “Il mistero della giarettiera”, a prezzi irrisori; questo e gli altri 2 romanzi scritti da Futrelle, ossia “La macchina pensante” e “Il signore dei diamanti”.
 
Jacques Futrelle



Dunque, innanzitutto Jacques Futrelle, Americano di chiare origini Francofone che forse è stata la più grande perdita prematura della storia del giallo; scrittore di enorme talento, morì appena trentasettenne nella tragedia del Titanic; si dice che prima mise in salvo la moglie e altre donne su una scialuppa, e poi si accese una sigaretta aspettando la fine. Leggenda o verità, fatto sta che il maledetto iceberg alla deriva, oltre che ispirare un film odiosissimo, ci privò di un grandissimo scrittore, che all'epoca della morte aveva al suo attivo i tre romanzi citati e alcuni racconti brevi (due dei quali, geniali, proposti dalla Polillo editore).
Dei romanzi, “la giarrettiera” (My lady's Garter) uscì postumo a cura della moglie sopravvissuta al disastro.




la mia copia del libro


Non aspettatevi nulla di pruriginoso, la giarrettiera del titolo è quella della contessa di Salisbury, la protagonista del famoso episodio storico (anno 1344) in cui durante un ballo di corte perse una giarrettiera; Re Edoardo terzo in persona la raccolse e per toglierla dall'imbarazzo (visto che era anche una delle sue amanti favorite) se  la legò alla gamba, donandogliene poi un nuovo paio tempestate di pietre preziose; da questo episodio nacque il famoso ordine cavalleresco della giarrettiera.
Insomma, succede che una di queste giarrettiere viene rubata dal museo dov'è custodita, e in qualche modo dall'Inghilterra il reperto approda nel nuovo mondo; in circostanze fortunose viene rubata dal misterioso Falco, un giovane e aitante ladro gentiluomo fino a quel momento ridotto alla fame da un periodo sfortunato, e che grazie a quel furto si riappropria di ricchezza e fiducia nei propri mezzi.
Ma la notte del furto si incrociano a quello del Falco altri due destini, quello dei due innamorati Elena Hamilton e Lino ( scusate i nomi italianizzati, colpa loro) Gaunt, figli di due milionari rivali che si odiano.
I due ricchissimi piccioncini, lei bella e viziatissima e lui un giovane aggraziato ma troppo preso dalla poesia per essere veramente credibile, dopo il veto dei rispettivi padri progettano una fuga d'amore, ma ci si mette di mezzo il Falco; e da qui inizia una indiavolata e spumeggiante sarabanda di equivoci, incontri fortuiti, cacce all'uomo, omicidi, inseguimenti, inganni e raggiri; il tutto condito con tanto,tanto humour, quel finissimo umorismo di stampo britannico (nonostante l'autore sia uno Yankee)  che è il miglior antidoto per stemperare la tensione di un plot adrenalinico; sempre che l'understatement possa ancora piacere a qualcuno, visto che nei thriller di oggi si fa di tutto per esasperare storie già pesanti e insostenibili di loro.
Le parti migliori del libro sono quelle in cui agisce il misterioso Falco, che non è ben chiaro chi sia tra i protagonisti del romanzo; forse lo stesso Lino Gaunt? Forse il misterioso Berto Colquhorn che salva Elena dall'annegamento, o ancora Augusto Von Derp, diplomatico olandese che vigila sulla famiglia Hamilton? Il plot  giunge a una artificiosa e mirabolante conclusione senza la minima noia e cedimento, e alla fine si vedranno non una, ma due coppie innamorate che convoleranno a giuste nozze.

Insomma ,che fascino questi ormai estinti ladri gentiluomini, dei quali il re è ovviamente l Arsene Lupin di Leblanc (ma non dimentichiamoci il Raffles di Hornung e i molti usciti dalla penna di Edgar Wallace), che rubavano solo ai ricchi, erano belli e raffinati e spezzavano cuori femminili come bicchieri di cristallo; e che bello leggere un poliziesco avventuroso ( credo che Wallace sia stato ispirato da questo romanzo in più di una occasione) del 1912, penultimo anno di positivista innocenza del mondo; ci sono personaggi Tedeschi e Russi che vengono visti con sincera simpatia, si parla di grande Russia Zarista come se la rivoluzione d'ottobre fosse veramente un qualcosa di inimmaginabile; tutta la vecchia Europa pareva all'Americano Futrelle un solo enorme teatro adatto per rappresentare operette buffe. E mi viene di pensare che per lui affondare col Titanic sia significato non aver dovuto vedere colare a picco questo vecchio mondo in cui credeva e che amava; chissà che i neri flutti dell'Atlantico non siano stati per lui una fine più dolce?.

-INTRECCIO E SOLUZIONE FINALE;  8/10
-LEGGIBILITA’  10/10
-ATMOSFERA  8/10
-HUMOUR   9/10
-SENTIMENTO   9/10

MEDIA VOTO;  8,8

domenica 8 settembre 2013

LA BARONESSA EMMUSKA ORCZY E LA SUA “LADY MOLLY DI SCOTLAND YARD”, LA PRIMA DONNA-DETECTIVE DELLA STORIA DEL GIALLO

Nel lontano 1910 la baronessa di origini Ungheresi  Emmuska Magdalena Rosalia Maria Josepha Barbra Orczy , già affermata autrice della lunga saga della Primula rossa, giustiziere in incognito da tempo relegato della terra degli eroi dimenticati, ebbe una grande idea; creare una figura di investigatore donna che collaborasse con Scotland Yard, una vera donna-detective regolarmente assunta;  le collaboratrici femminili delle forze dell’ordine divennero realtà in Inghilterra solo  negli anni venti, ma la Orczy precorre i tempi, dimostrando di saperla lunga.

L'autrice


La Orczy,autrice scorrevole, robusta e dallo stile impeccabile, aveva già bazzicato il poliziesco coi racconti del vecchio nell’angolo (The old man in the corner), un antipatico e burbero ometto che risolve i casi criminali (talvolta parecchio complicati) raccontatigli da una giornalista sua amica rintanato in un angolino remoto del suo pub preferito; una raccolta resa miracolosamente disponibile da Sellerio, che però non ci concesse (ne ci concederà mai, ahimè) il bis traducendo anche le storie  (la Orczy non scrisse romanzi gialli, solo racconti brevi) della giovane e bella aristocratica- detective. Purtroppo i racconti con protagonista quest’ultima bisogna cercarseli nelle antologie  (non so nemmeno quanti, dei 12 racconti con Lady Molly, ne siano stati poi effettivamente tradotti..ne tantomeno dove ) e grazie a una Estate gialla 1992 della Mondadori prestatami da un amico ho potuto  leggere una di queste storie, ossia “Il mistero di Fordwych”, e l’ho trovata veramente molto carina, come tutte le short stories di questa ottima autrice  Edoardiana.


Edizione inglese della raccolta.

Da quel che ho potuto evincere da un solo racconto, Lady Molly sembra essere una donna giovane, bella e aggraziata, che veste con impeccabile eleganza e ha una sua fedele aiutante, la cameriera Mary, la Watson della situazione che si esporrà a molteplici rischi pur di aiutare la sua padrona.
La detective, che appare molto preziosa per Scotland Yard perchè, in quanto donna e lady conosciuta nelle alte sfere, può agevolmente agire nelle altrimenti irraggiungibili cerchie femminili per indagare misteri che riguardano l’altra metà del cielo.
 In questo racconto viene interpellata per indagare su uno strano omicidio, culmine della contesa legale tra due sorelle per il riconoscimento di quale di esse sia la legittima erede del titolo di baronessa di Alboukirk e rispettivo patrimonio.
La primogenita Mary è una donna sportiva, mascolina e molto fredda mentre Joan ,la secondogenita che dichiara di essere l’unica figlia legittima (Mary, a quanto dice lei, sarebbe nata fuori dal matrimonio, cosa fino ad allora ignota a tutti) ed erede, è invece buona e gentile e benvoluta dalla servitù e dalla gente del posto, esclusa ovviamente la sorella e la stessa Baronessa di Alboukirk, zia delle due, che per qualche motivo diffida di Joan. Quest’ultima  è seguita passo passo da Noraah, la fedelissima cameriera che si è portata dall’India, una donna scontrosa e dai modi violenti che dichiara a gran voce di custodire sulla sua persona i documenti che provano la legittimità della richiesta di Joan; ma una mattina Noraah viene trovata morta con la gola squarciata, e i documenti sono spariti. Individuare il (anzi la) colpevole sembra fin troppo facile, ma Lady Molly, con l’aiuto di Mary, racconterà all’ispettore Pegram una verità ben diversa.
Insomma, questo racconto difficilmente reperibile (ma quando posso mi piace rendervi la vita difficile e farvi girare tra le bancarelle..che volete, sono perfido) lascia con la voglia di leggere altre avventure della bella Lady detective, figura immediatamente simpatica e sfaccettata che si renderà protagonista di un vero e proprio mini-ciclo narrativo.
Purtroppo la Orczy giallista  è un’autrice che difficilmente verrà riscoperta, ed è un vero peccato;  già il vecchio nell’angolo è stato un mezzo miracolo, due miracoli credo siano veramente troppi.Vabbè, sognare in fondo non costa niente, e avere disponibili in Italiano le avventure di Lady Molly sarebbe molto bello, magari nel Giallo Mondadori, che non di rado se ne esce con titoli imbarazzanti mentre avrebbe l’opportunità di regalarci un inedito davvero di grande livello, oltre che un tassello fondamentale nella storia del poliziesco.

venerdì 6 settembre 2013

UN GIOIELLINO BREVE DI WILKIE COLLINS; "LA CASINA NERA" ( o il Cottage nero)


Wilkie Collins è uno degli autori di storie poliziesche e misteriose più grandi in assoluto, anzi forse, a ben vedere, il più grande di tutti.

Come diceva anche Jorge Luis Borges (uno che di gialli ne capiva moltissimo) , La pietra di luna e La donna in bianco sono i due migliori mystery mai scritti, e credo ci sia poco da opinare a questa affermazione; forse la donna in bianco non è ascrivibile al genere poliziesco essendo più un fosco melodramma gotico, ma La pietra di luna è un poliziesco da manuale con tanto di maggiordomo, detective e residenza di campagna; in pratica i canoni della Golden-age quasi cinquant'anni prima, però con il triplo della lunghezza (è un romanzo sulle 600 pagine) che complica e arricchisce ulteriormente la trama, accrescendo però anche il divertimento del lettore, che vorrebbe  veramente che il romanzo non finisse mai. E Moonstone resta un capolavoro ineguagliato o ineguagliabile (Thomas Stearns Eliot docet,tanto per gradire), ma curiosamente non figura quasi mai nella top-ten degli appassionati, che erroneamente considerano il genere poliziesco solo da Conan Doyle in avanti; e così facendo il lettore si autopunisce privandosi di almeno tre capolavori assoluti di prima di Holmes, ossia questa Pietra di luna, Il mistero delle due cugine di A.K. Green e L'affaire Lerouge di Gaboriau.

Il grosso della produzione di Collins tradotta in Italia consiste nella pubblicazione dei suoi grandi romanzi, avvenuta in tempi recentissimi (decennio scorso) nella gloriosa ma decaduta collana “Le Porte” della Fazi, che fino a pochi anni fa proponeva splendidi capolavori del passato in edizioni di prestigio ritradotte integralmente (e non di rado inedite) e curatissime; tutto il meglio di Collins, di Hardy, della Braddon e tanti altri; e purtroppo tutto è finito e i romanzi migliori sono ormai fuori catalogo, e siccome quando erano disponibili ero uno squattrinato universitario me li sono persi quasi tutti. Disdetta.
In ogni caso Collins scrisse anche parecchi racconti, alcuni dei quali editi qualche anno fa dalla Sellerio (altra casa editrice decaduta mica poco, che ultimamente oltre a proporre gli inediti dei soliti noti non rischia un centesimo sugli autori anglosassoni) in comode e piacevolissime raccoltine; a dire il vero ne ho letti pochi, e solo recentemente ho scoperto questa piccola ma purissima gemma, ovvero il racconto “la casina nera” (The black cottage) pubblicato negli anni sessanta con questo titolo dalle edizioni Paoline e poi dalla Sellerio,col più pertinente titolo “il cottage nero”, nella raccolta “il truffatore truffato”.
 


copertina ed. Paoline,collana "i maestri"


Questo racconto è si molto breve, ma in 20-30 pagine ha tutto quello che deve avere un grande thriller; una sensazione crescente di angoscia, un'eroina pura come un giglio in grave pericolo, una gestione da manuale del suspense e uno scioglimento pertinente e soddisfacente.
La storia è semplice; la giovane e virtuosa Elizabeth, che vive col vecchio padre in un piccolo cottage lontano da tutto e da tutti in mezzo alla brughiera, rimane sola perchè suo padre deve recarsi in città a valutare un lavoro. Poco dopo la partenza del genitore, riceve la visita della signora Knifton, un'amica molto buona e simpatica ma sciocca e capricciosa, che le lascia in consegna una grossa somma di denaro perchè ha paura, in quanto viziata, di spenderne troppo in città dove si sta recando col marito.
Subito dopo però, quando la ragazza non ha ancora nascosto il denaro, arrivano due loschi figuri a domandare del padre; lei li fa entrare e ingenuamente dice loro che il padre rientrerà solo l'indomani; loro sogghignano e se ne vanno. Avranno notato il borsello pieno di denaro appoggiato sulla credenza? si. E per Elizabeth, barricata in casa con la sola compagnia della gattina Polly, comincia un incubo lungo tutta una notte.
Ora, il lettore sa che sta leggendo un autore vittoriano e che all'epoca i finali tristi non erano contemplati e quindi si immagina che alla fine la fanciulla in un modo o nell'altro si salverà, ma in ogni caso l'autore è tanto bravo da trasformare lo stesso la nostra spina dorsale in un pezzo di ghiaccio, a trepidare per la fanciulla, a darle della sciocchina perchè, per non farsi vedere paurosa, non si è rifugiata nella non lontana fattoria dei Knifton; in pratica, il mondo attorno a noi svanisce e veniamo trasportati nel cottage dalle pareti di pietra nera e ci troviamo a vivere la terribile avventura di Elizabeth, e questa credo sia la più grande emozione che un autore possa farci provare. Ma deve essere un autore geniale; deve essere Wilkie Collins, tanto per intenderci.
E anche nel finale godremo come pazzi quando la ragazza, oltre a essere sana e salva, troverà anche un buonissimo partito che si innamora di lei attratto dal suo coraggio; perchè nell'ottocento la virtù veniva ricompensata largamente, mica come ora che è quasi controproducente.

sabato 31 agosto 2013

"UN'ACCUSA IMBARAZZANTE" (THE FRANCHISE AFFAIR) L'AGGHIACCIANTE APOLOGO SULL'AMBIGUITA' DI JOSEPHINE TEY


Se per questo 2013 dovessi eleggere un autore dell'anno,  la mia scelta ricadrebbe senz'altro su Josephine Tey, autrice riportata alla ribalta dalla  Collezione di sei volumi della Mondadori, che uniti ai due tomi editi da Nottetempo formano (cosa assolutamente straordinaria per un paese come il nostro con le librerie sempre più stracolme di libri orrendi) l'intero corpus dell'autrice tradotto e comodamente disponibile in libreria. Per quanto ancora i titoli restino disponibili non saprei, ma per ora ci sono e questo è l'importante.
Quest'anno è già il quinto libro della Tey che mi concedo, come un pleasure per niente guilty. Per ora non sono mai e poi mai rimasto deluso; Il ritorno dell'erede è un capolavoro senza se e senza ma esattamente come La strana scomparsa di Leslie, assolutamente ottimi L'uomo in coda ed E' caduta una stella, ora mi mancano solo La figlia del tempo (definito il suo libro migliore dagli esperti e che per questo lascio per ultimo) Miss Pym e il misterioso Sabbie che cantano, che mi incuriosisce già dal titolo.
L'ultimo che ho letto è stato appunto questo “Un'accusa imbarazzante” edito da Nottetempo; per molti questo è un testo fondamentale e sono d'accordissimo sul fatto che molto probabilmente sia il libro più complesso, profondo e meglio scritto dell'autrice, ma almeno per me è stato il suo romanzo meno immediato, il meno amabile a prima lettura.
Intendiamoci, non che sia meno bello degli altri; anzi le prime 120 pagine sono tra le cose più d'impatto che abbia mai letto, una delle più belle incursioni all'interno di un incubo mai messe su carta.
La storia è molto semplice, quasi lineare; c'è un piccolo paese da qualche parte in Inghilterra e una casa isolata con due donne, madre e figlia, del tutto asociali e quasi sempre rinchiuse in una grande casa completamente circondata da alte mura.
Un giorno come tanti alla porta di questa casa bussa la polizia; con loro c'è una ragazzina che sostiene, senza avere il minimo dubbio, che quelle due strane donne l'abbiano rapita e tenuta segregata in quella casa per due settimane, seminuda e affamata e spesso percossa perchè si rifiutava di compiere quei lavori domestici che le due donne volevano costringerla a fare contro la sua volontà; riuscita fortuitamente a fuggire, è andata subito dalla polizia a raccontare la sua storia.
La ragazzina, con un viso dolce “che somiglia a quello di Santa Bernadette” sembra conoscere perfettamente l'interno della casa, al punto di descrivere quello che c'era nell'armadio della stanza dove, sostiene lei, era tenuta crudelmente prigioniera. Poi mostra i lividi , evidenti e dolorosi.
Bene, questo è quanto. Le due donne devono trovarsi un avvocato, uno bravo; per fortuna trovano l'uomo giusto, un tranquillissimo leguleio che passa la vita tra innocue cause civili sorseggiando il solito tè con due biscotti digestive sempre alla stessa ora. L'uomo, contrariamente a quanto tutti sostengono conoscendolo, si trova a difendere le due donne, ritrovandosi dentro l'incubo di un caso agghiacciante.
Si, perchè non è uno spoiler dire che il caso, dall'inizio fino alla soluzione finale, è da ritenersi spaventoso; lo sarebbe in ognuna delle due verità possibili, in quanto le vie di mezzo non ci sono; o le donne sono veramente due psicopatiche aguzzine, o la ragazzina è una terribile mentitrice che vuole rovinare due persone mai vite prima chissà per quale scopo; altre uscite non ci sono.
Qui la Tey usa uno schema completamente diverso da un altro suo capolavoro di ambiguità come Il ritorno dell'erede; se quella era una inverted-story dove fin dalle prime pagine il lettore conosce la verità e continua a leggere per l'ansia di sapere se e quando gli altri personaggi la scopriranno a loro volta, questo invece è un thriller puro che si mantiene ambiguo fino agli ultimi capitoli.
Però, ecco il “difetto” del libro; che questi ultimi capitoli talvolta si fanno desiderare. Infatti, dopo la fatidica pagina 120, il romanzo diventa più un'analisi degli affetti di un caso eclatante sulla gente comune (cosa attualissima, visto quello che combinano i mass-media che sui delitti fanno programmi in prima serata) che seppur molto interessante e di gran livello letterario diciamo che raffredda l'incandescente materia thriller fino a farla, in certi punti, diventare un poco tiepida; forse un vero amante della letteratura dovrebbe apprezzare, ma il giallista AgathaChristiano e ConanDoyliano poco amante degli orpelli che alberga in me invece si rammarica, perché con 100 pagine meno avremmo avuto credo il romanzo di suspense perfetto e definitivo, mentre così abbiamo un grande inizio, una grande fine( io ho trovato gli ultimi capitoli assolutamente splendidi) e una parte centrale un poco lutulenta e dispersiva, seppur, voglio ribadirlo, un grande saggio sulla grettezza della gente che prende parti su una questione di tale importanza solo basandosi su un bel faccino da madonna o su un'antipatia immotivata; la Tey, autrice snob e ben poco “popolare” come quasi tutte le altre sue colleghe, troppe volte è più preoccupata a mettere il popolino alla berlina che portare avanti un racconto tremendamente mozzafiato.
In ogni caso voglio ribadire che questa è una lettura di primissimo livello, e che perdersi un libro come questo (ma credo di poter affermare che ciò valga per tutti quelli della Tey) sia un vero peccato, anzi trattandosi di un giallo, un vero delitto.


-INTRECCIO E SOLUZIONE FINALE;  10/10
-LEGGIBILITA’  8/10
-ATMOSFERA  9/10
-HUMOUR   9/10
-SENTIMENTO   9/10

MEDIA VOTO; 9

mercoledì 21 agosto 2013

I RACCONTI DI SHERLOCK HOLMES PARTE PRIMA; "LE AVVENTURE DI SHERLOCK HOLMES"



Ormai Sherlock Holmes è uno di quei personaggi talmente popolari in ogni angolo del globo da darlo ormai per scontato; con lo strepitoso revival che esso sta vivendo sia grazie ai baracconi Hollywoodiani con Robert Downey Jr.  che alla geniale serie della BBC (ambientata ai nostri giorni ma fedele più di ogni altra mai prodotta prima allo spirito dei racconti di Conan Doyle)  Sherlock si è assicurato la fama per almeno un altro paio di generazioni.
Ma la domanda è; quanti fans dell' Holmes di celluloide conoscono veramente la fonte originaria, ossia i 4 romanzi e i 56 racconti scritti dal grande Arthur Conan Doyle? Facendo un “sondaggio” tra i miei amici lettori è risultato che Uno studio in rosso e Il mastino dei Baskerville sono conosciuti e amati , mentre Il segno dei quattro (ovvero il mio preferito) e La valle della paura sono già meno conosciuti, e francamente non so spiegarmi il perchè visto che per qualità non sono certo inferiori ai primi due citati.
Ma i racconti? In pratica è abbastanza ben conosciuto solo “Uno scandalo in Boemia” grazie alle  speculazioni sul personaggio di Irene Adler, e qualcuno si ricorda anche della fascia maculata o del vampiro del Sussex o dei pochi raccont in cui appare o è citato Moriarty; ma per il resto buio quasi completo. Per cui, visto che per me rileggere Conan Doyle è sempre un piacere, in questi giorni in cui non mi azzardo a uscire di casa perchè odio il caldo ho ripreso in mano i volumi della saga di Holmes e del fido Watson e me li sono riletti. Non è stata un'impresa impossibile, visto che una buona metà dell'opera la so a memoria e altri mi sono tornati in mente via via che li leggevo, ma alla fine ho scoperto che perfino io, che mi sono sempre definito un Holmesiano di ferro, avevo dimenticato completamente più di un racconto.
Innanzitutto un po di nozionistica veloce; il canone originario delle avventure di Holmes e del fido Watson consiste in 4 romanzi già citati e in quarantasei racconti pubblicati tra il 1887 e il 1927, quindi tra la tarda età vittoriana nella quale il poliziesco emetteva i primi vagiti e la grande ascesa della Golden Age; l'ultimo racconto di Conan Doyle viene pubblicato proprio quando esce l'innovativo “l'assassinio di Roger Ackroyd” della Christie, quasi un passaggio di consegne tra giallo di stampo più ottocentesco e quello perfezionato e maturo tipico del ventesimo secolo.
I racconti sono stati poi raccolti in cinque volumi che seguono l'ordine cronologico di pubblicazione (ricordo che uscivano a puntate sullo Strand), così titolati;

-      Le avventure di Sherlock Holmes
-      Le memorie di Sherlock Holmes
-      Il ritorno di Sherlock Holmes
-      L'ultimo saluto di Sherlock Holmes
-      Il taccuino di Sherlock Holmes

Gli inizi saranno incerti; pur tra storie leggendarie come “Uno scndalo in Boemia” molte storie sono leggere, ingenue, quasi delle commedie tinte di giallo; ma col tempo la professionalità dell'autore (non la voglia, visto che Doyle odiava scrivere i racconti con Holmes, preferendo dedicarsi ai romanzi storici e ai racconti fantastici) garantirà storie sempre più solide e convincenti,ormai meritatamente immortali.
Si perchè diciamocelo, la saga di Sherlock Holmes resiste benissimo al tempo, è ancora stimolante ed estremamente godibile, e merita tutta la nostra attenzione e tutto il nostro amore. Ricordo che il mio primo incontro con l'autore fu a 17 anni, in un piovoso e freddissimo sabato pomeriggio in odor di neve (anno 1999) in cui comprai il cofanetto della Newton con tutto il canone in 4 volumi economici, e rimasi praticamente sprofondato nella lettura fino alla domenica sera, e i giorni successivi tornavo da scuola,ripassavo e poi mi rituffavo nel mondo fantastico creato da Conan Doyle fino a che, vinto dal sonno, il libro non mi cascava di mano. Vorrei augurare a tanti ragazzi una simile avvwntura, leggere questi autori è sempre un piacere, ma leggerli in un'età ancora spensierata è un'esperienza magica.
Quindi non date retta ai detrattori come Raymond Chandler, che nel suo parziale e pomposo saggio “la semplice arte del delitto” dice che il canone Holmesiano oltre a essere datatissimo “non è altro che un atteggiamento indovinato e qualche battuta di dialogo memorabile”. Balle, è molto, molto di più; perchè le splendide descrizioni della Londra e dell' Inghilterra rurale del tempo, gli amabili siparietti tra Holmes e Watson, i gentiluomini azzimati, i delinquenti dei docks, gli orfanelli di Baker street e le belle fanciulle innocenti dagli occhi viola sono ben più di quello che dice Chandler, che oggi coi suoi Hard-boiled forzatamente fatalisti e pessimisti è assai più invecchiato e noioso di Doyle.
 Va bene, oggi molti racconti possono apparire, anzi sono datati e ingenui, ma sono passati 125 anni dal primo di questi, ed essi sono stati saccheggiati fin dalla loro prima apparizione e lo sono ancora adesso; quindi giocoforza per il lettore odierno hanno perso gran parte del loro mordente, ma non è colpa di Conan Doyle se la materia che ha creato è stata assimilata praticamente da ogni giallista apparso dopo di lui, e questo non può svalutare l'opera di un autore assolutamente geniale e anche uno scrittore migliore di quanto si creda, certo migliore di quanto diceva l'impettito Antonio Gramsci, che nella stessa frase definì grande artista Chesterton ( e qui aveva ragione da vendere) ma sminuì spietatamente la prosa di Conan Doyle,che definì un autore modesto. Certo, Chesterton era un fuoriclasse che è da considerarsi uno dei grandi autori di ogni tempo e letteratura, e Doyle era “solo” un solidissimo narratore di genere; ma nel poliziesco non conta tanto la forma quanto la sostanza, ed è qui che stava il grande errore dell'intellettuale sardo e di tutti quelli dopo di lui; considerare il poliziesco una forma minore di letteratura quando invece era il genere più difficile da scrivere e coltivare. Ma, come sempre succede, più dei saggi e degli articoli anche specializzati conta l'opinione del pubblico; è il pubblico che decreta il successo o l'oblio di un autore, e la gente ha voluto bene a Conan Doyle,alla Christie e a tanti altri di coloro che sono stati criticati per “scrivere male”, un bene sincero e profondo che continuerà ancora per molto, molto tempo.
Anzichè creare un unico grande post come per i lavori della Christie, in questo caso preferisco centellinarli, ovvero usciranno 5 post diluiti nel tempo, uno per ogni raccolta.
Come ho già fatto per altri lavori, per ogni racconto segue un commento e una personalissima “votazione” che va da 1 a 5 asterischi.

PRIMA RACCOLTA;
LE AVVENTURE DI SHERLOCK HOLMES

Una premessa; tutte le storie della serie,romanzi compresi, si intendono narrate da Watson in un suo diario, a volte subito dopo essere accadute e a volte molto tempo dopo; quindi sono vicende narrate “In differita” da Watson, e non storie “In presa diretta” . Come vedremo, lo scrittore- biografo Watson ( prefetto alter ego di Doyle anche nell'aspetto fisico) nel narrare le gesta vissute con l'amico si lascerà andare a ricordi e confessioni intime sulla vita da loro vissuta al tempo, e ciò permette di ricostruire una continuity nella saga, che conta di eventi importanti come il matrimonio del dottor Watson, la presunta morte di Holmes per mano di Moriarty e la successiva sua ricomparsa (come è noto ai più Doyle dovette riesumare il suo personaggio più popolare dopo le proteste dei lettori, preda di una vera e propria Holmes-mania), la morte della moglie di Watson e così via.


1- UNO SCANDALO IN BOEMIA *****

Il primo ,il più celebre e forse il più bello (anche se io gli preferisco “i faggi rossi” e “la faccia gialla” ) dei racconti della saga; la vicenda del Re di Boemia che chiede disperatamente aiuto a Holmes perché recuperi una fotografia compromettente nella mani dell'avventuriera Irene Adler è ormai mitica, così come la sfida tra il detective e colei che il suo sfidante, noto misogino, omaggia definendola “La donna” per eccellenza. Su Irene Adler, come poi succederà anche con  Moriarty, si è creata una vera e propria quanto ingiustificata mitologia, alimentata negli apocrifi e nelle trasposizioni cinematografiche, in quanto nell'opera dell' autore la Adler non comparirà mai più.
Fin da questa prima storia si potrà inoltre notare una costante dell'autore, ovvero la scarsissima presenza di omicidi e fatti violenti; in pratica la gran parte dei racconti tratta di furti, truffe, rapine e raggiri vari, ma in poche occasioni ci scappa il morto; mentre nella Christie, in Carr e altri autori della Golden age il cadavere è pressoché d'obbligo, nei racconti brevi di Doyle è quasi un'eccezione.

2- LA LEGA DEI CAPELLI ROSSI  ***

Dopo il primo immortale racconto, ecco una storia curiosa ma ormai abbastanza prevedibile, dove un caso assolutamente bizzarro e singolare si rivela poi nient'altro che una elaborata truffa; bello a una prima lettura, ma francamente perde molto del suo fascino una volta che si sa dove l'autore vada a parare.

3- UN CASO DI IDENTITA'  ***
Altro racconto abbastanza curioso, quasi con risvolti da commedia, piuttosto gradevole  ma assai telefonato per un lettore odierno; qui non si ha nemmeno un crimine vero e proprio, e il “colpevole” verrà semplicemente minacciato di percosse e frustate da un Holmes giustamente indignato.

4- IL MISTERO DI BOSCOMBE VALLEY  ****

Ovvero, il primo morto ammazzato nei racconti con Holmes. Finalmente Doyle usa il calibro pesante,e i nostri si recano in provincia per indagare su un misterioso omicidio di un anziano proprietario terriero, per il quale è indagato il figlio. Siamo ancora dalle parti di uno studio in rosso ( residenti delle colonie dal passato misterioso che regolano vecchi conti nella verde madrepatria) ma la storia è bella e godibile. Singolare però che Holmes, durante il viaggio in treno, si legga nientemeno che un'edizione tascabile delle Poesie di Petrarca: davvero mi riesce difficile immaginare il freddo e raziocinante detective emozionarsi per le struggenti liriche che il poeta indirizzava all'amata Laura.

5- CINQUE SEMI D'ARANCIO  **
Davvero modesto invece questo ennesimo racconto su assassini venuti dalle colonie; oltre che francamente piatto e privo di suspense questo racconto è anche molto datato, visto che la chiave del mistero è il significato della sigla KKK, all'epoca una novità ma oramai tristemente nota a tutti noi.

6- L 'UOMO DAL LABBRO SPACCATO ****
Si riprende decisamente quota con questo gustosissimo racconto in cui si ritorna al filone dei travestimenti, delle sparizioni misteriose e dei criminali che sembrano tali e non lo sono; nulla di eclatante, ma è un vero piacere seguire Holmes e Watson muoversi tra sordide fumerie d'oppio e luridi vicoli di angiporto; un campionario dell'immaginario “nero” dell'epoca vittoriana. E' grazie a racconti come questo, non geniali ma di grande atmosfera, che il mito di SH è nato.
Da segnalare una delle poche apparizioni in prima persona della moglie di Watson, Mary Morstan, che di solito viene solo rammentata nelle chiacchiere tra i due amici.

7 – L'AVVENTURA DEL CARBONCHIO AZZURRO ***
Racconto divertente e leggero nel quale Holmes trova un favoloso diamante azzurro rubato pochi giorni prima nel gozzo di un'oca, e cerca di risalire al colpevole proprio attraverso l'oca, ripercorrendone il percorso dall'allevamento alla macellazione. Un piccolo, delizioso affresco della Londra dei bottegai, a ben vedere un altro tassello nella rappresentazione della Londra popolare dell'epoca, della quale la saga di Holmes costituisce una guida senza pari.


8 – L' AVVENTURA DELLA FASCIA MACULATA  *****

Uno dei racconti più giustamente famosi, dove ci si muove in una residenza di campagna nella quale scorrazzano tranquillamente ghepardi e babbuini, e in cui si incontra il villain forse più spregevole e ributtante dell'intera saga. Da antologia le macchinazioni da esso ordite per uccidere, complicatissime e improbabili ma altamente spettacolari; infatti la fascia maculata del titolo non è altro che...

 9 – L' AVVENTURA DEL POLLICE DELL'INGEGNERE ***

Racconto se possibile ancora più bizzarro dei precedenti, nel quale si ha un giovane ingegnere idraulico che viene invitato da uno strano uomo in una ancora più strana dimora sperduta, per esaminare una avanzatissima pompa idraulica; ovviamente le cose prenderanno una strana piega, e l'uomo ci rimetterà il suo onorario e il pollice citato nel titolo. Quando lo sfortunato si lamenterà di ciò, Sherlock Holmes lo consolerà con una battuta degna del suo disinteresse supremo per il genere umano “ pazienza amico mio, avrà una storia interessante da raccontare agli amici alle feste, ciò la ripagherà dei suoi guai”. Ma credo di potermi sbilanciare nell'asserire che il poveretto avrebbe preferito tenersi il pollice.

10 – L' AVVENTURA DEL NOBILE SCAPOLO  ***
Altro racconto con sfumature da commedia, in cui una moglie abbandona il marito subito dopo il matrimonio; Scotland Yard draga fiumi e fontane cercando un cadavere,ma per Holmes la verità è infinitamente più prosaica e incruenta. In questo racconto emerge tutto il filo-americanismo di Conan Doyle, che visitò più volte gli States rimanendone entusiasta; alla fine del racconto, per bocca di Holmes, si augurerà che “un giorno questi due grandi paesi possano riunirsi in un'unica bandiera, con la Union Jack accanto alle stelle e alle strisce”. Decisamente utopistico.

11 – L' AVVENTURA DEL DIADEMA DI BERILLI ***

Stavolta abbiamo un rigoroso racconto giallo, nel quale si cerca il colpevole del furto di tre berilli incastonati in un preziosissimo diadema. Viene arrestato un giovane scapestrato e dissoluto, ma la verità sarà ben altra.

12 – L' AVVENTURA DEI FAGGI ROSSI  *****

Sensazionale thriller nel quale la tensione si taglia col coltello; Holmes e Watson vengono invitati da una giovane signorina a indagare nella magione nella quale esercita il suo lavoro di istitutrice, una casa nella quale avvengono fatti inspiegabili e bizzarri, e la verità che emerge è inquietante e dolorosa. Un racconto assolutamente perfetto, la quintessenza del suspense per come lo concepiva Conan Doyle.

Una considerazione finale sul primo volume; beh, a dire il vero, pur essendo il primo e il più famoso dei volumi dei racconti del duo Holmes-Watson, complessivamente è uno dei volumi più deboli. CI sono tre eccellenze assolute, ma anche racconti incerti, ingenui, un poco zoppicanti, nei quali l'autore deve prendere ancora confidenza col  personaggio e col genere; la leggenda è nata, ma crescerà e diventerà sempre più adulta e matura, anche se la freschezza assoluta dei primissimi lavori andrà perduta.

sabato 17 agosto 2013

IL SAGGIO “ A PROPOSITO DEL GIALLO" DI P.D. JAMES, E UNA PREGHIERA PER LA PUBBLICAZIONE IN ITALIANO DI “GAUDY NIGHT” DI DOROTHY SAYERS.

In uno di questi recenti, tremendi giorni di canicola ho letto a scrocco il recente saggio “a proposito del giallo” dell'attuale decana del genere,la novantatreene P.D. James, pubblicato pochi mesi fa nella collana “oscar piccola biblioteca” Mondadori.
Ora, dico subito che a me la James è sempre stata piuttosto indigesta; ho provato a leggere qualche suo libro ma ho sempre desistito; troppe descrizioni, troppi dettagli, troppi orpelli; sulla carta, amando il giallo d'ambiente e pieno di riferimenti al costume dell'epoca avrei dovuto essere un suo lettore ideale, ma secondo me il troppo stroppia, e sia lei che la Rendell soffrono di una forma aggravata del “complesso di Dorothy Sayers”, la prima autrice ad abbondare, e talvolta a sovrabbondare, in descrizioni. Ma a dire il vero la Sayers era una grande scrittrice e i suoi plot non poche volte erano geniali, per cui ho sempre chiuso benevolmente un occhio sulle lungaggini; ma la James proprio non la digerisco, anche perché i suoi intrecci mi sono parsi abbastanza piatti e telefonati. Anche se magari ho affrontato il libri sbagliati e ne ho un'idea distorta, tutto può starci.
In ogni caso, proprio quando l'autrice avrebbe avuto un validissimo motivo (un saggio che ripercorre tutta la storia del genere) per abbondare in parole se ne è uscita con un libretto smilzo e agile che si legge in un'oretta.
Che dire? Come sempre quando un autore parla del genere in cui si cimenta si rivela assolutamente arbitrario e parziale; abbiamo avuto Chandler che ha sminuito il giallo all'inglese in favore dell'Hard boiled e J.D. Carr che gli ha risposto per le rime sfottendo gli intrecci del giallo dei duri, tutto è accaduto escluso che il genere fosse eviscerato in maniera obiettiva e imparziale. Il testo più completo e importante sembra essere un saggio di Julyan Simons più volte citato anche  dalla James, ma noi pubblico Italiano evidentemente non ce lo meritiamo.
Insomma, la James inizia parlando dei precursori ma limitandosi a Doyle e Chesterton, e l'omissione completa della fondamentale opera delle grandi signore del giallo americane, la Green e la Rinehart su tutte, è veramente imperdonabile, specialmente da un'autrice dello stesso sesso.
Il giallo Americano,sia il deduttivo che quello d'azione, vengono appena rammentati, su Carr vengono sprecate tre righe in croce, del Franco- belga nessuna traccia (ma anche qui da noi viene colpevolmente snobbato), in poche parole si parla solo di giallo Inglese, anzi di gialliste Inglesi; su tutte Josephine Tey, Gladys Mitchell (eccentrica scrittrice praticamente mai tradotta in Italia), Margery Allingham, Agatha Christie (poco) e soprattutto di colei che è senza dubbio alcuno il suo modello di riferimento, ossia la già citata Dorothy Sayers.
Praticamente un quarto del saggio è dedicato alla figura di questa grande letterata, donna coltissima e tra le prime donne laureate nel suo paese, traduttrice di Dante e scrittrice di polizieschi, per sua stessa ammissione, solo perchè essi erano remunerativi; in essi il detective è Lord Peter Wimsey, aristocraticissimo e pomposo pari d'Inghilterra, bello, colto ed elegantissimo, “L'uomo che la Sayers avrebbe voluto avere e non ebbe mai” dice giustamente la James.
Nel saggio vengono analizzati capolavori come “Il segreto delle campane” e “Per morte accidentale”, ma il titolo più citato in assoluto ( ho contato 18 menzioni) è, ironia della sorte, proprio l'unico che non sia mai stato tradotto in Italia, ossia il celeberrimo “Gaudy Night”.
Questo romanzo, che un curatore del giallo Mondadori mi ha detto che non è stato proposto perché troppo lungo per pubblicarlo in una collana da edicola (e dedicargli uno speciale? E editarlo in due parti? Se le cose si volessero fare, secondo me...), sembra molto interessante in quanto ambientato in un collegio per signorine dove esercita come insegnante Harriett Vane, storica fiamma di Lord Peter. In questo collegio avvengono furti e altri fatti strani (ma non omicidi, sembra) e in modo lento e avvolgente la verità verrà a galla. Questo è quanto.
Ora, il libro, di ambientazione scolastica, sarebbe perfetto anche
 per una pubblicazione nella collana “Bassotti” della Polillo, pressoché specializzata in gialli tra i banchi di scuola; con tutti gli inediti di autori oscuri che traduce, secondo me con un calibro come la Sayers le vendite sarebbero assicurate.
Comunque, Mondadori o Polillo che sia, la pubblicazione dell'ultimo inedito della Sayers andrebbe  a colmare una lacuna che sinceramente è fastidiosissima per il pubblico Italiano, che il giallo lo ha sempre gradito molto. Quindi, con la pubblicazione del saggio della James che ormai ha stimolato la curiosità di tutti coloro che lo hanno letto, secondo me sarebbe il momento adatto per pubblicarlo. Peccato che sia un bischero qualsiasi che non ha voce in capitolo, ma esternare una speranza in fondo non costa nulla.
Tornando sul saggio della James, alla fin fine pur nella sua parzialità e il suo saltare di palo in frasca è  una lettura comunque simpatica e rilassante, che per un appassionato non offre pressoché niente di nuovo ma che per un neofita potrebbe essere una prima guida molto utile.

venerdì 2 agosto 2013

IL BLOG VA IN VACANZA...

…non come il suo autore che passerà agosto a lavorare nella canicola fiorentina; ma almeno al mio blog voglio far godere una parvenza di ferie, per cui ci ritroviamo dopo ferragosto con tanti post nuovi di zecca. Colgo l’occasione per augurare buone vacanze a tutto il piccolo esercito dei miei follower (pochi ma buoni, anzi buonissimi) e a tutti coloro che avranno la bontà di leggere queste righe. Un abbraccio e a presto!!